Come si diventa uno zombie

Ho visto la puntata più appassionante di tutte e 4 le stagioni di The Walking Dead. Inside the walking dead

Si intitola Inside The Walking Dead. Walker University, e racconta come vengono selezionati e addestrati gli zombie. Mi ero sempre immaginata il giovane aspirante attore reclutato per la serie, che telefona alla madre nel paesello del Montana, Illinois o altro Stato a piacere.

“Mamma, ho superato il provino, mi hanno preso!” E la mamma tutta contenta che chiede “Che parte fai?” E lui “Il morto che cammina”. E poi in seguito “Allora mi hai visto ieri sera? Ero quello senza mandibola a cui tagliano la testa alla fine dell’episodio!”.

School of zombieEppure da quello che si vede in questo speciale è proprio un bel ruolo, di soddisfazione. Impegnativo fisicamente e non solo, perché il produttore esecutivo, Greg Nicotero, non sembra uno che si accontenta. Questo Visconti degli effetti speciali è uno che guarda al dettaglio, che sia l’andatura barcollante (ma guai a imitare il mostro di Frankenstein) o il digrignar di denti. Greg Nicotero with a zombie

Alla fine delle selezioni solo pochi eletti avranno l’onore (e la paga) del set.

Molto interessante la parte dedicata alla creazione delle protesi e delle maschere che rendono i vivi “walkers“.

ZombiemakerInsomma, in attesa che Carl, il bambino che spara, venga trangugiato da uno zombie, questo è l’episodio che mi sento di consigliare anche a chi non segue la serie. Ah, e poi la fangirl che è in me spera nel pateracchio tra Daryl e Carol.

‘Nu jeans e ‘na pancetta

Cedendo all’impulso consumistico, domenica mi sono fatta accompagnare (non senza qualche riluttanza) in uno di quei villaggi commerciali che chiamano Outlet.

Erano circa le 18.00 e trovare un posto libero nel parcheggio non è stato immediato. “Ma non c’è la crisi?” mi fa l’accompagnatore sbuffante. Io, che conosco bene i meccanismi consolatori del circolar tra vetrine, ribatto che la gente è venuta a fare la scampagnata, ma che magari non compra nulla.

Sbagliato.

Le braccia piene di sacchetti firmati raccontavano di numerosi acquisti, a meno che non fossero vestigia di antiche compere, portate da casa per ostentare un potere d’acquisto illusorio.

(Ma non si lamentano tutti che non ce la fanno?).

Dopo aver verificato che tra il dire e il fare c’è di mezzo lo shopping, mi sono concentrata sulla ricerca di un paio di jeans. Pensavo fosse semplice. Un paio di pantaloni jeans, neri. Che sarà mai?

Puntando l’insegna della marca più famosa (almeno per la mia generazione) sono entrata fiduciosa. Mi sono fermata subito.

I pantaloni di tela erano distribuiti lungo le pareti secondo categorie a me sconosciute. Skinny, baggy, bootcut, regular… e qualcun’altra che non ricordo. A intuito ho escluso gli skinny e i bootcut, ma poi, a metà tra lo scoramento per troppa scelta e la sindrome di Stendhal, ho desistito. Anche perché in questo tipo di negozi le commesse, e i commessi, sono delle creature appena maggiorenni che chiacchierano tra loro, e sinceramente non me la sentivo di interromperli per chiedere “Scusi, ce l’avete dei pantaloni normali che mi stiano?“. Non ho voluto affrontare il rischio che scuotessero la testa un po’ schifati, e me ne sono andata.

Fendendo la folla spendacciona ho continuato a cercare, fino a che, con la modica cifra di euro 25,90 ho acchiappato al volo un paio di pantaloni di una marca che, ovviamente, io non conoscevo.

È un modello senza nome, e credo che sia da uomo.

La prossima volta mi preparo prima. Anzi comincio già a studiare.

 

Idiots

Oggi sarò particolarmente intollerante, non so, ma sarebbe un giorno buono per ritirarmi in un eremo senza avere sentore di quel che accade nel mondo.

Invece, tanto per restare in tema col post precedente degli analfabeti funzionali, mi tocca leggere questo articolo del Corriere della Sera.

Un buontempone americano ha pubblicato sul suo profilo Facebook una foto con Spielberg seduto davanti a un triceratopo, parodiando le foto dei cacciatori di fronte alle loro prede. spielberg triceratops

A un pubblico minimamente informato, non è necessario spiegare altro. Perché un pubblico minimamente informato sa:

  1. che Spielberg è un regista,
  2. che Spielberg ha girato Jurassic Park,
  3. che Jurassic Park è un film che parla di dinosauri,
  4. che il triceratopo era finto,
  5. che il triceratopo, come tutti i dinosauri, è estinto da milioni di anni,
  6. che i dinosauri non sono morti perché li ha uccisi Steven Spielberg.

Ebbene, le reazioni sono raccontate nell’articolo e visibili nei commenti al post. In breve, orde di indignazioni animaliste (ma di quelle becere e fuori di testa, come ce ne sono spesso purtroppo) hanno inondato i commenti, accusando il regista di posare davanti a un… pupazzo. Computerizzato e sofisticatissimo, ma sempre pupazzo era.

Le mie reazioni è meglio che non siano manifeste, ché non amo usare il turpiloquio in pubblico.  Posso solo dire che tutto verte intorno alla libertà di parola, all’accesso indiscriminato a internet, al sistema educativo in vigore in ogni stato del mondo, al suffragio universale. Tutti pensieri, lo confesso, molto poco democratici.

L’unica consolazione è che tutto il mondo è paese e l’ignoranza non ha confini, siamo (anzi, sono) tutti affratellati dal vuoto delle loro teste.

 

È troppo tardi?

Grazie a una segnalazione su Facebook, mi sono imbattuta in questo interessante articolo dal titolo, almeno per me, folgorante: Analfabetismo funzionale, l’Italia è al primo posto.

In parole poverissime, gli italiani sanno leggere, ma, nel 47% dei casi, non capiscono quello che leggono.

Quindi circa la metà degli italiani non afferra le metafore, non sa compiere le astrazioni, non va oltre il significato letterale. Di questo io qualche sentore l’avevo già avuto, ma, per fare una semplice verifica, basta dare un’occhiata ai social network, dove gli analfabeti funzionali (e non solo funzionali) sguazzano come trote negli allevamenti.

Essi commentano a prescindere, dopo aver letto quasi sempre solo il titolo della notizia, fissandosi sul particolare senza vedere il generale, mostrando spesso un’aggressività ingiustificata, o sproporzionata alla situazione, che tende a spostare il tema della discussione. Da cui il “benaltrismo” che fiorisce come una pianta infestante, contro la quale nessun pesticida pare abbia potere.

Non so se sia un fenomeno recente, probabilmente no; è il mezzo che facilita l’espressione, dà accesso a chiunque e chiunque si sente autorizzato a scrivere la sua opinione, anche se è parziale, superficiale, miope, come dice nell’articolo.

maestro manziNegli anni ’60 il Maestro Manzi contribuì enormemente a far uscire gli italiani dall’analfabetismo grazie alla televisione; oggi la situazione è più difficile perché gli analfabeti funzionali non sanno di esserlo, se così non fosse si fermerebbero a riflettere e sarebbe già un passo in avanti.

Lettere moderne

Amo i vecchi libri, soprattutto se sono manuali, perché trasudano di una quotidianità che, per motivi anagrafici, non ho potuto conoscere. Non c’è libro di storia che possa sostituire i piccoli saggi e le guide su come si fanno le cose.

Ho già avuto occasione di parlare di quel capolavoro di ironia (almeno per me) che è il Saper Vivere di Donna Letizia, ma recentemente ho ritrovato, schiacciato tra una miniguida ai fogli di calcolo e un saggio sulla sceneggiatura cinematografica (mai letto) un libro di carta ruvida e un po’ ingiallita. il nuovo saper scrivere frontespizio

Fa parte di quella categoria di manuali in uso tra l’Ottocento e il Novecento, che suggerivano come scrivere le lettere. In particolare quelle d’amore, da cui il nome “Segretario Galante”. Questo “Nuovo Saper Scrivere” invece, spazia tra le mille situazioni in cui il Signore o la Signora possono trovarsi nel 1933 (XI Era Fascista), anno di stampa di questo gustoso libretto.

Nel primo capitolo si elencano le regole di base, essere brevi, rendersi interessanti, usare periodi brevi, andare a capo ed essere pratici, che sono perfette anche oggidì, e non solo per le lettere, che ormai non scriviamo più.

Utilissimo e da tenere sempre presente il consiglio di pag. 17 nel paragrafo dedicato al “Lo stile poetico”.

Quando vorrete, cari lettori e lettrici, specie presso gente di poco gusto e di molta presunzione, darvi l’aria di scrittori di gran classe, ricercate le frasi che camminano impennacchiate e risonanti tra festoni d’aggettivi.

Direi che è perfetto.

Percorrendo le varie tappe della vita, dalla nascita alla morte, ecco le indicazioni e gli esempi per ogni occasione che possa richiedere una lettera, un biglietto o una qualsiasi traccia scritta.

Le eventualità prese in considerazione sono davvero tante e inaspettate. Dalle felicitazioni a un padre di due (o tre) gemelli, a come rifiutare di essere paggio o damigella d’onore a un matrimonio.

Carissimo Amico,

la tua fidanzata e tu non potevate darmi un segno di più gradita simpatia scegliendomi come paggio d’onore per il vostro matrimonio. In questa festa di famiglia è il posto più ambito, dopo quello dello sposo.

Non so proprio esprimervi a parole il mio sentimento. Disgraziatamente fra due settimane debbo… (Pretesto, immaginario anche, ma credibile). (…)

Interessante le considerazioni dell’autore (non dimentichiamo che siamo nel 1933) sulle nuove abitudini delle ragazze in età da marito.

Sono spesso le ragazze, in questi nuovi tempi, che fanno il primo passo. Sono esse che si sforzano di farsi notare e accettare.

La rarefazione degli uomini, in molti paesi causata dalla guerra, non ha ridotto la specie maschile a così scarso numero da giustificare tanta bramosìa. Ma le donne si sono fatte molto più intraprendenti di una volta. (…) Il celibato degli uomini li indispone: restar zitelle li mette fuori dai gangheri.

Ecco quindi come ardisce di comporre la domanda di matrimonio la ragazza emancipata degli anni ’30.

Caro Memmo, [i venti di guerra rendono appetibili anche uomini con nomi improbabili]

debbo farti una domanda molto grave. Parliamoci chiaro, è meglio. Vuoi essere mio marito? (…)

Mi piace, nessun giro di parole, dritta allo scopo, ché i tempi non sono adatti per tergiversare. In men che non si dica ci si ritroverà tra capo e collo la minaccia di un’altra guerra mondiale, e bisogna sbrigarsi.

Non posso, purtroppo, soffermarmi su ogni esempio meritevole di attenzione, ché troppo ci sarebbe da scrivere, ma, oltre a ciò che non si deve dire e ciò che si può dire in caso di lutto, a come partecipare le condoglianze a vedovi e vedove, madri, figli e “false vedove” e “semi-spose” (cioè le compagne non sposate del defunto) è curiosa la lettera di “condoglianze tecniche” nel caso in cui il morto fosse dissoluto e spendaccione: in pratica sono generiche riflessioni sul senso di vuoto che la morte porta con sé, senza alcun cenno al “furfante matricolato” la cui dipartita ha anzi portato sollievo alla neo-vedova.

Ramon Novarro

Costretta a scegliere tra la lettera a una “ragazza innocente” (intonsa, vergine insomma), e le lettere a “un bell’attore”, per es. Vittorio De Sica, Nino Besozzi, John Gilbert, Ramon Novarro (nella foto), Clark Gable, Maurizio Chevalier, ritengo più utili le indicazioni per rivolgersi a

uno scultore moderno, di quelli che rappresentano gli esseri umani sotto la forma di masse amorfe, di tubi a gomito, di foglie di zinco unite da chiodi

Signore,

ho visto la Sua opera e l’ho ammirata. La concezione che ha della massa, la finezza con cui serve l’armonia dei volumi, la Sua potenza di sintesi, sono state per me una rivelazione. Le esprimo tutta la mia gratitudine per la rara gioia artistica che m’ha dato.

Spassosa è la conclusione del paragrafo dedicato a “un pittore d’arte moderna” che

può essere complimentato nella stessa forma (dello scultore). Aggiungete solamente, non importa dove, frasi di questo genere: “Sono stato particolarmente colpito dal senso dei rapporti, e dell’arte con cui fa cantare i colori”.

Certa di fare gradito dono, concludo con la pagina dedicata alle cartoline illustrate. Fatene buon uso durante i prossimi viaggi.

testi per cartoline

Cosa scrivere sulle cartoline illustrate (cliccare per ingrandire)

Arrivederci presto! Possiate essere lungamente felici, e avermi per testimonio della vostra felicità.

Se qualcheduno volesse un consiglio per un’epistola, di qualsiasi genere, me lo chieda, ché io sarò felice di aiutarlo.

Critica

Leggendo in giro saltando di link in link, seguendo spesso un filo poco logico e casuale, mi capita spesso di imbattermi in siti, blog o quello che sono, che parlano di libri, film e serie tv. Ora che ci penso il filo non è poi così illogico, dato che sono tra gli argomenti che preferisco.

Per questo mi fermo e leggo le cosiddette “recensioni”. In alcuni casi, non tutti s’intende, le virgolette sono obbligatorie perché, secondo me, una recensione è una cosa diversa.

A colpo d’occhio sono dei pezzi piuttosto lunghi, corredati da foto, screenshot e video. Leggendo mi accorgo però che la gran parte del post (o articolo, come piace chiamarlo agli autori per sentirsi giornalisti) non è altro che il riassunto più o meno dettagliato della trama. Inutile poi buttare lì “cifra stilistica” o “stilemi” nelle ultime due righe come una formuletta magica, per illuderci che chi scrive sia un espertone di linguaggi visivi. Se mi racconti per filo e per segno tutta la puntata, nel migliore dei casi, se l’ho già vista, mi fai perdere 10 minuti. Nel peggiore dei casi, mi inondi di spoiler e la prossima volta mi guarderò bene dal caderci di nuovo.  ratatouille-anton-ego

È come quando propongono l’ascolto guidato di un’Opera. Non è che mi devono presentare l’intreccio, se non per i fatti fondamentali. Alessandro Baricco (quello figo, abilissimo scrittore del nulla) è un eccellente narratore di musica, spiega il ruolo degli strumenti, accompagna nel dipanarsi di note e melodie, presenta aneddoti e curiosità, è un vera guida nell’ascolto.

Mi è capitato, viceversa, di assistere a una serata dedicata a “Jesus Christ Superstar”, con il conduttore che si è limitato a raccontare la storia. Praticamente era una lezione di catechismo, con l’ascolto di musica che posso fare quando voglio, per conto mio, mettendo il vinile sul giradischi.

Da una recensione mi aspetto un’analisi, un giudizio, una guida, non il racconto pedissequo di quello che succede. Per ora l’età senile non mi impedisce di capirlo da sola.

Nei siti stranieri si parla di “recap” che vuol dire sommario, riassunto. Se non sai recensire un prodotto, non m’illudere, recappalo pure, magari anche con le battutine da divano che funzionano sempre con gli amici. Ma criticare è una cosa seria.

Il Tesoro perduto

Sto cercando da anni notizie, immagini e video di uno sceneggiato televisivo (allora le serie si chiamavano così) che andava in onda quando ero piccola: “Il Tesoro degli Olandesi”. Si svolgeva per lo più all’interno e sui tetti dell’Opera di Parigi,  durante le prove per la messa in scena di “Coppelia”. Tutto girava intorno ai gioielli di scena (il tesoro), che venivano rubati e sostituiti con dei falsi. Investigavano sul fatto i giovanissimi ballerini della scuola di danza.

Mi pare.

Ricordo con certezza che decisi allora di voler fare la ballerina. E con uguale certezza so che la volta mi sono avvicinata di più a un balletto su un palcoscenico, avevo le nacchere in mano e un bellissimo costume da spagnola. Ma niente a che vedere con la danza, erano più movimenti coreografici. Avrebbero dovuto esserlo. Insomma il tutù è rimasto nei miei desideri.

Comunque, le indagini in rete non hanno mai portato a un risultato soddisfacente.

Per un certo periodo ho pensato perciò di avere un falso ricordo, non avevo nessuna traccia se non qualche immagine sbiadita della mia memoria bambina.

Mi ero quasi rassegnata.

Poi mi sono imbattuta in una copia di un settimanale femminile dell’epoca, e nella sezione dei programmi TV cosa vedo?

Grazia71TV Questo vedo! Non me l’ero sognato, esisteva!

Ho anche scritto alle Teche RAI, chiedendo informazioni o documenti. Penseranno che io sia la solita anziana nostalgica.

In effetti lo sono.