Denti

Non so esattamente quali sentimenti la parola “dentista” provochi nella maggior parte delle persone. Immagino siano paura, timore, ansia, nervosismo (è un sentimento?). Tutti stati d’animo legati al disagio e a un generico impulso di fuga. In parte condivido, naturalmente, perché anche solo la postura reclinata a bocca aperta mentre un estraneo ci infila dita e strumenti metallici e di altri materiali, non è di per sé rilassante. Anche se devo ammettere di non aver mai sofferto troppo a causa di un dentista.

Parlo di dolore fisico, e mi fermo qui, ché non voglio rivangare passate esperienze lavorative che ho archiviato volentieri.

Ricordo la mia prima devitalizzazione. Ero giovane ma già resistente ai dolori della vita (parlo sempre di quelli fisici). Timorosa ma fiduciosa (che altro avrei potuto fare?) mi affidai alle cure di un dentista che – personaggio curioso invero – oltre a non sembrare molto pratico della procedura (ripeteva a voce alta ogni passaggio, come se leggesse il protocollo), era molto bisognoso di un rapporto amichevole. Cercò di instaurare una conversazione tra il mondano e la confidenza, ma non ebbe da parte mia molta soddisfazione. A parte la mia giovanile timidezza, è difficile chiacchierare di qualsiasi argomento con la bocca piena di cotone, oggetti, oggettini, strumenti rotanti e soprattutto col demoniaco dispositivo di aspirazione della saliva che si attacca alle mucose.

Feci la figura dell’asociale, ma più di qualche muggito non mi riuscì proprio di fare.

In seguito, il destino mi ha fatto incontrare altri professionisti delle cure odontostomatologiche, di varie fogge e carattere, coi quali ho intrattenuto quasi sempre buoni rapporti di reciproca simpatia.

Capita proprio in questo periodo che io mi occupi di denti & dintorni, nelle retrovie, per così dire. Sto imparando molte cose, e magari qualcuno è interessato. Ci sono un paio di pagine di Facebook che raccomando di seguire, così tra le righe mi ritrovate anche lì. Una è dedicata a chiunque possieda denti, l’altra è specifica per chi, oltre ai denti ha la passione per lo sport.

Thank you, bis

Oggi è il giorno del Ringraziamento negli Stati Uniti, e lo sappiamo bene noi cresciuti a pane, nutella e telefilm. Una volta l’ho vissuto direttamente anch’io. Siccome è un’esperienza che rischia di restare unica (ma non mettiamo limiti), la ripropongo oggi in memoriam dei tacchini arrosto passati, presenti e futuri.

Cliccare la foto per leggere quella volta che ero a New York e…

New York City, Thanksgiving Day 2008

New York City, Thanksgiving Day 2008

Sentitamente ringrazio, ma passo.

Ringrazio l’autrice di Cornelia P. che mi ha gentilmente coinvolto in una di quelle catene che andavano di moda già 10 anni fa, quando avevo il blog sul defunto Splinder. Bei tempi, quelli. Avevo 10 anni e anche molti chili in meno. Ma sto divagando.

Spero che mi vorrà bene lo stesso se non la continuo, ma sono un po’ pigra e anche restia alle catene, anche se danno lo spunto per scoprire cose belle da leggere.

Mi rendo conto che tendo a riservare le interazioni ai Social Network, dove predominano i “berci”, mentre questo è un angolino ovattato, sussurrato, libero e rarefatto. Ogni tanto leggo gli altri blog; mi piacciono quelli che parlano di argomenti solo apparentemente frivoli: la moda, la TV, i gossip. Mi pascio dello spirito delle giovani donne che ne scrivono, come se fossero mie ipotetiche figlie, o come avrei fatto io se internet fosse stato diffuso una ventina di anni fa.

Quindi, grazie ancora a Michela, e continua così.

F.to la zia Ironica

P.S. tra l’altro il logo di quell’award è bruttarello forte, eh?

Interstellar, ovvero “è solo un film” – parte seconda

Tra le recensioni del film del momento, ho trovato questo interessante articolo di Annalee Newitz, giornalista esperta di scienza e tecnologia, che, analizzando l’andamento di certa fantascienza, definisce anche a me stessa un paio di concetti che avevo percepito, ma non razionalizzato così chiaramente.

Per chi non avesse troppa dimestichezza con l’inglese, mi permetto di proporne una versione parziale in italiano.

Premessa: la traduzione in certi punti non è letterale, ma spero di avere mantenuto il senso del discorso. (Non sono una traduttrice, e questo passa il convento. Inoltre in alcuni passaggi ho chiesto la consulenza del mio astronomo personale, quindi se c’è qualche inesattezza la colpa è sua. Anche voi però potreste darvi da fare e studiare l’inglese, eh?).

“(…) Chiariamo subito una cosa. Non ci sono film di fantascienza che siano perfettamente corretti, quando si tratta di fisica e di altre aree della scienza. Qualsiasi storia che coinvolga il viaggio interstellare è, per definizione, basata sulla speculazione. Non abbiamo idea di come funzionerebbe un viaggio più veloce della luce, così ci affidiamo ad analogie semi-scientifiche, dai viaggi spazio-temporali (wormhole) ai salti interdimensionali, dall’ipersonno al trasferimento della mente. Queste analogie sono tutte basate sulla conoscenza scientifica contemporanea, ma naturalmente sono anche estrapolazioni imprecise che possono alla fine rivelarsi una completa sciocchezza (N.d.T. sarebbe bullshit, ma insomma ci siamo capiti…).

Ma c’è una differenza tra il viaggio spazio-tempo, che è raffigurato superbamente in “Interstellar”, e l’idea che l’amore sia una “quinta dimensione” che può consentire a un uomo di saltare all’interno di un buco nero e viaggiare a ritroso nel tempo per comunicare con la figlia di 10 anni. Questo è ciò che ci viene chiesto di credere in “Interstellar”, la cui scena culminante vede Cooper volare dentro il buco nero Gargantua. Una volta che è all’interno, viene salvato da misteriosi esseri penta-dimensionali che lo mettono in un ipercubo dove il tempo si comporta come lo spazio – siamo in grado di vedere milioni di versioni della camera della figlia intorno a lui, ognuno dei quali rappresenta una fetta di tempo.

Fino ad ora, siamo su un terreno strano, ma ancora relativamente solido, quando si tratta di scienza speculativa. Il fisico Kip Thorne, che è stato consulente del film, scrive nel libro intitolato “The Science of Interstellar” che potrebbe immaginare plausibile un tale evento. Altri fisici non sono d’accordo con lui, ma non è questo il problema. Il vero problema è che Cooper capisce come contattare sua figlia ricordando ciò che la sua collega Brand gli ha detto – che l’amore è una “forza” che trascende le dimensioni, proprio come fa il tempo. Usando la forza dell’ “amore”, che lo guida attraverso la sconcertante serie di tempo-camere, trova finalmente la giusta versione di sua figlia con cui comunicare. E le manda un messaggio attraverso il tempo.

Questo è un esempio di confusione tra fisica e metafisica, assumendo che i fenomeni osservabili come la gravità siano stati psicologici come l’amore. In altre parole, si confonde la linea tra scienza e spiritualità, senza mai ammettere però che è quello che sta succedendo.
(…)
il problema qui non è sostenere che le credenze spirituali possano mescolarsi con la realtà scientifica. Il problema è confondere le categorie. Solo perché due cose sono ugualmente importanti non significa che siano la stessa cosa. Non c’è assolutamente alcuna prova che l’amore trascenda il tempo, ma c’è una significativa prova fisica che altre dimensioni lo facciano.

Questo concetto che l’amore “trascende” lo spazio e il tempo fa un’apparizione anche in “Contact”. In quel film, basato sul lavoro di Carl Sagan, la protagonista compie un viaggio attraverso lo spazio/tempo e comunica con gli alieni che prendono la forma di suo padre. L’idea è che sono così alieni che le possono apparire solo assumendo la forma di una persona che ama. In ultima analisi, il suggerimento in “Contact” – come in “Interstellar” – è che l’amore è una forza che possiamo misurare con la fisica.

Probabilmente possiamo trovare un sacco di queste analogie tornando indietro fino a “2001: Odissea nello spazio”, che è stato scritto da Arthur C. Clarke nel 1960. In quel film, scopriamo che l’umanità è stata tirata su da alieni divini che ci hanno osservato con benevolenza per centinaia di migliaia di anni. Ora che stiamo lasciando la Terra, tornano a salutarci – e l’esperienza è rappresentata come una sorta di rinascita spirituale.

(…)

Astronauti a confronto

Astronauti a confronto

Come “Contact”, “2001 Odissea nello spazio” offre immagini totemiche con uno sforzo di rappresentare qualcosa che è profondamente irrappresentabile. E sia, ma il problema è che conduce ad una quantità di pensiero errato su ciò che è scientificamente plausibile. Ciò che è meno accettabile in film come “2001 Odissea nello spazio”, Contact, “Interstellar” e molti altri è che vogliano rivendicare una sorta di validità scientifica.

Si tratta di film che hanno lo scopo di divulgare la scienza e il nostro desiderio di colonizzare lo spazio, e tuttavia fondamentalmente mentono al pubblico su come funziona lo spazio. Suggerendo che l’amore può piegare il tempo, o che i viaggi nello spazio siano un viaggio psichico, non semplificano questi concetti in  modo da renderli più comprensibili per le persone senza formazione scientifica. Li travisano semplicemente. Invece di rendere la scienza più emozionante ed accessibile, questi film la rendono più confusa.

(…)
Non sto dicendo che la fantascienza debba aderire a una formula noiosa di raccontare solo storie che si basano su teorie scientifiche stabilite. Mi preoccupo però quando la scienza è ridotta a spiritualità. Ci sono verità, là fuori, scoperte dalla scienza. E non dobbiamo dimenticarle o il futuro è veramente perduto.”

Chiaro, no?

[Inizio autocitazione] Come scrissi a suo tempo a proposito del “Codice da Vinci”, il rischio è che dopo avere letto il romanzo (ro-man-zo) la gente pensi di essere più acculturata. [Fine dell’autocitazione]

Per concludere vorrei condividere un altro articolo che fa il pelo e il contropelo al film, firmato da Phil Plait, astronomo e scrittore. Ma questo è già in italiano e ve lo leggete da soli.

Interstellar, ovvero “è solo un film” -parte prima

       Siccome il film è lungo ho pensato di dedicargli un post in due parti.

Ho visto “Interstellar” domenica scorsa, in compagnia di un radioastronomo.

Non è che io mi scelga l’accompagnatore al cinema in base al film, altrimenti guarderei solo quelli di surfisti. (“Un mercoledì da leoni” o “Point Break”, non so se mi spiego). No, casualmente colui che mi fa pedalare, e che, come si dice, condivide una parte della mia vita, fa questo mestiere.

Non è incidentale che l’abbia precisato, perché già durante la visione l’ho sentito mugugnare. Siamo ambedue appassionati di fantascienza, sia scritta che vista, da molti anni, e quindi siamo anche abbastanza smaliziati da non cadere in deliquio alla prima scena di effetti speciali in dolby surround.

Travolta dal coro ululante di un pubblico estasiato e concorde (almeno così mi pareva di primo acchito), ho provato ad avanzare qualche critica nella pagina Facebook del film, ma sembravo una mosca bianca, o una pecora nera. O una qualsiasi altra bestia dal colore acceso.

- Babbo, da grande voglio fare la ballerina. - Murph, tu ci rovini tutto il film...

– Babbo, da grande voglio fare la ballerina.
- Murph, tu ci rovini tutto il film…

Preciso che a me il film è piaciuto, tutto sommato, perché in quasi tre ore non fa nemmeno appisolare, perché il cast è solido anche nei ruoli “minori”, perché gli effetti sono speciali, perché la tensione coinvolgente e la musica avvolgente. Se non fosse stato presentato come un capolavoro assoluto, il film della svolta dell’umanità, basato su verità scientifiche, non starei qui a cavillare. Gli avrei dato quattro o cinque palle. Il problema è leggere commenti entusiasti di gente che di scienza non sa un’acca, e che invece, dopo aver visto il film, si sente con la verità in tasca pronta per capire i segreti dell’universo. Inoltre, se gli si fa presente che forse qualche “piccola” incongruenza c’è, rispondono che non capisci e che il film non è per tutti.

Poche cose mi fanno andare veramente in bestia. La più efficace è essere derubricata come se fossi una stupida, da chi non saprebbe nemmeno cosa vuol dire “derubricata”.

(continua)

Non son portata per gli eventi, anche se mi ci portano

Viaggiare apre la mente, si sa. E non è necessario andare lontano per vivere avventure, ma scendere le scale di casa può essere d’aiuto. La scorsa settimana oltre alle domestiche scale, le consuete, note e domestiche scale, ho sceso anche quelle mobili della Stazione Centrale di Milano.

Tutto ‘sto panegirico per dire che ho fatto una gitarella, per una breve visita ad una cara amica che non vedevo da molti anni.

Milano mi piace, mi è sempre piaciuta, fin dalla prima volta che ci sono stata. Ero giovinetta e mio padre mi ci accompagnò quando ero in preda a furori quizzarol-televisivi. Poi ci sono tornata varie volte, sola o in compagnia, quasi sempre per lo stesso motivo.

evento marketing milano

Immagine mossa per rappresentare la confusione. O viceversa.

La sera del venerdì, quella che usualmente è dedicata alla maratona di serie TV in pantofole sul divano, mi sono ritrovata, senza sapere come-chi-dove-perché, nel vortice rumorosissimo di un evento commercial-mondano. L’umanità dei privilegiati che avevano avuto l’accesso comprendeva bionde vistose con facce annoiate, uomini vari e variegati (anche nelle bizzarre nuances dei capelli), qualche personaggio televisivo e molte bocche masticanti. In fondo è il catering che attira, no?

Un tempo sarei stata molto imbarazzata, mi sarei sentita fuori luogo.

Oggi no. Sapevo di essere fuori luogo, ma non mi chiamerei Ironica se non avessi aguzzato i sensi, in primis quello dell’umorismo.

La tristezza (sì, proprio) emanava da quelli fuori, sul marciapiede, che, col vestito della festa, stazionavano ansiosi, bramosi, protesi verso le due ancelle che avevano il potere di far varcare la soglia di un negozio, ma che in quel momento pareva l’Empireo, il Paradiso, il traguardo dorato e scintillante.

Quando dopo venti minuti sono uscita sottraendomi alla calca smaniosa, ho mormorato “Non spingete, fatemi uscire, mondieu!”.

Avrei voluto aggiungere “Popolino che non siete altro, andate a fare una passeggiata, lì dentro non c’è nulla che meriti l’attesa, ve lo assicuro”.

Ed era vero, la musica martellava i timpani, la gente spintonava e, soprattutto, i panini erano terribilmente piccoli.