Fields of gold (e anche le olive)

Sono stata una delle prime a intercettare, attraverso un articolo del Telegraph, la notizia che tanto sta animando bacheche e chiacchiericci di questa estate in declino (faccina contenta).

Gli sberleffi stanno tracimando da giorni, il povero (in senso figurato) Sting ha ricevuto talmente tanti inviti a recarsi in luoghi poco carini, che se gli insulti fossero come i dischi venduti, meriterebbe il “vaffanculo di platino”.

Ma vorrei qui, con calma, riparata dai venti un po’ beceri che soffiano nelle reti sociali, riflettere a mente fredda sulla notizia.

Sting offre una giornata in campagna, nella sua lussuosa tenuta, in cambio di un biglietto d’ingresso, per così dire, di circa 260 euro. Tra le attività previste c’è anche una sessione di raccolta delle olive. È questo che ha scatenato la rete (e il web si infiamma): pensare di pagare per esercitare un’attività che di solito invece viene retribuita.

Io stessa ho sollevato qualche ironica (ovviamente) critica, rammaricandomi di non potermi permettere di lavorare per Sting perché sono disoccupata. Un corto circuito per amor di battuta.

Ma dubito che i partecipanti (ché ce ne saranno, oh se ce ne saranno) usciranno da questa esperienza stremati per la stanchezza, né proveranno sulla propria pelle la durezza del lavoro nei campi. Credo piuttosto che Sting abbia colto l’essenza della parola “agriturismo”: vuoi vedere cosa si fa in un’azienda agricola, vuoi passare del tempo in un posto da sogno, vuoi provare a fare l’allegro contadino? Puoi venire a casa mia, ma per questo, paghi.

A mio parere non c’è nulla di male, anche se trovo la cifra eccessiva.

A meno che, compreso nel prezzo, non sia previsto un concerto live e una seduta di sesso tantrico.

Pedalo strano

La mia routine è tornata sui binari consueti, dopo un brevissimo periodo in cui lo sfasamento è stato comunque minimo.

Insomma, niente villeggiatura neppure quest’anno. E non uso questa parola a caso, ché i disoccupati non hanno ferie, e viceversa sono sempre in vacanza, etimologicamente parlando.

Sono stata trascinata, quasi alla lettera, lungo le strade dell’Emilia Romagna, a bordo di un veicolo più unico che raro. A questo proposito, se a qualcheduno capitasse di vedere, o gli fosse narrato da conoscenti stupiti di aver avvistato uno strano modello di velocipede a due posti (un tandem insomma), coi pedalatori seduti in posizione reclinata, ecco, sappiate che quella dietro ero io. Non ci si può sbagliare, sul territorio nazionale non ne esistono altri esemplari.

Il tandem reclinato, di produzione olandese, allestito per un breve viaggio.

Il tandem reclinato, di produzione olandese, allestito per un breve viaggio.

E non lo dico con l’arietta soddisfatta, che si sappia. Immaginate un’espressione timida e quasi implorante comprensione.

La gente che ci vede normalmente sorride, ci addita, si ferma a guardare, saluta. Qualcuno ammicca e allude alla comodità di chi sta dietro perché può viaggiare a sbafo. A questo proposito colgo l’occasione per precisare che, data la configurazione del mezzo, non è possibile per il viaggiatore posteriore smettere di pedalare. Quindi piantatela di fare illazioni: io pedalo sempre.

I più ardimentosi ci rivolgono la parola immaginando una risposta in lingua straniera. Così ci è stato detto “Pensavo che foste tedeschi”. Che poi al massimo io potrei essere una tedesca oriunda, perché non ho i tratti caratteristici del popolo germanico.

Anche se ultimamente il mio parrucchiere ci è andato giù pesante coi colpi di sole. Forse è per quello.

Gomblotto!

È giunto alfine il momento di una confessione.

Io che rido, irrido e derido gli ingenuotti boccaloni che si lasciano abbindolare da qualsiasi teoria complottista, io che mi scompiscio quando leggo i vaneggiamenti degli scrutatori di cieli in cerca di scie, di dischi volanti, di tracce segrete, di losche manovre… io ho un passato da complottista.

A mia parziale giustificazione devo precisare che non avevo più di 8-9 anni di età, che mi mancavano le principali basi scientifiche e che guardavo troppa televisione.

shadoCarInfluenzata dalla serie Ufo S.H.A.D.O. mi ero messa in testa che la sede dell’Enel poco lontana da casa mia, fosse in realtà il mascheramento per un avamposto della SHADO, e che nei sotterranei ci fosse la base di controllo con i computer pieni di lucine, gli schermi dei radar e insomma tutte quelle cose che vedevo la domenica pomeriggio sul canale nazionale della Rai.

L’idea mi era venuta perché era l’unico edificio abbastanza vasto e sviluppato in altezza che avessi visto, vagamente somigliante agli studi cinematografici che facevano da copertura al quartier generale dell’organizzazione. Apparentemente non c’era nulla che lasciasse trapelare la reale destinazione della struttura, sembravano normali uffici. Ma ogni volta che ci passavo davanti, passeggiando col nonno per esempio, sbirciavo (senza farmene accorgere, perché sapevo delle telecamere di sorveglianza esterne) verso le griglie del sottosuolo, immaginando il brulichio degli operatori coi vestitini futuristi che ci proteggevano dall’invasione aliena.

Ed Straker e la madre di Benedict Cumberbatch (sic!)

Ed Straker e la madre di Benedict Cumberbatch (sic!)

Poi il tempo passa, si sa, e si cresce, si cambia, si imparano le cose, si ragiona in un altro modo. Però è esaltante crederci, stare sempre all’erta e sentirsi parte di un mistero che altri non sanno.

A 8 anni.

Comic Con tanta carne

Sto facendo il pieno di video dal Comic Con concluso da pochi giorni. Sopraffatta dalla lussureggiante abbondanza di muscoli e bellezze maschili (curiosamente quelle femminili sono in netta minoranza, ma chi se ne importa), festeggio il primo giorno di agosto che coincide col genetliaco di uno che non è molto muscoloso, non è un supereroe e non ha mai voluto accompagnarmi a San Diego. Il vantaggio è che non legge il blog, e quindi posso dirne tutto il male che voglio.

Nel video qui presente, dedicato alla Marvel, l’entrata del cast degli Avengers, con Robert Downey Jr al minuto 14:42, vale tutto il panel.

Come si diventa uno zombie

Ho visto la puntata più appassionante di tutte e 4 le stagioni di The Walking Dead. Inside the walking dead

Si intitola Inside The Walking Dead. Walker University, e racconta come vengono selezionati e addestrati gli zombie. Mi ero sempre immaginata il giovane aspirante attore reclutato per la serie, che telefona alla madre nel paesello del Montana, Illinois o altro Stato a piacere.

“Mamma, ho superato il provino, mi hanno preso!” E la mamma tutta contenta che chiede “Che parte fai?” E lui “Il morto che cammina”. E poi in seguito “Allora mi hai visto ieri sera? Ero quello senza mandibola a cui tagliano la testa alla fine dell’episodio!”.

School of zombieEppure da quello che si vede in questo speciale è proprio un bel ruolo, di soddisfazione. Impegnativo fisicamente e non solo, perché il produttore esecutivo, Greg Nicotero, non sembra uno che si accontenta. Questo Visconti degli effetti speciali è uno che guarda al dettaglio, che sia l’andatura barcollante (ma guai a imitare il mostro di Frankenstein) o il digrignar di denti. Greg Nicotero with a zombie

Alla fine delle selezioni solo pochi eletti avranno l’onore (e la paga) del set.

Molto interessante la parte dedicata alla creazione delle protesi e delle maschere che rendono i vivi “walkers“.

ZombiemakerInsomma, in attesa che Carl, il bambino che spara, venga trangugiato da uno zombie, questo è l’episodio che mi sento di consigliare anche a chi non segue la serie. Ah, e poi la fangirl che è in me spera nel pateracchio tra Daryl e Carol.

‘Nu jeans e ‘na pancetta

Cedendo all’impulso consumistico, domenica mi sono fatta accompagnare (non senza qualche riluttanza) in uno di quei villaggi commerciali che chiamano Outlet.

Erano circa le 18.00 e trovare un posto libero nel parcheggio non è stato immediato. “Ma non c’è la crisi?” mi fa l’accompagnatore sbuffante. Io, che conosco bene i meccanismi consolatori del circolar tra vetrine, ribatto che la gente è venuta a fare la scampagnata, ma che magari non compra nulla.

Sbagliato.

Le braccia piene di sacchetti firmati raccontavano di numerosi acquisti, a meno che non fossero vestigia di antiche compere, portate da casa per ostentare un potere d’acquisto illusorio.

(Ma non si lamentano tutti che non ce la fanno?).

Dopo aver verificato che tra il dire e il fare c’è di mezzo lo shopping, mi sono concentrata sulla ricerca di un paio di jeans. Pensavo fosse semplice. Un paio di pantaloni jeans, neri. Che sarà mai?

Puntando l’insegna della marca più famosa (almeno per la mia generazione) sono entrata fiduciosa. Mi sono fermata subito.

I pantaloni di tela erano distribuiti lungo le pareti secondo categorie a me sconosciute. Skinny, baggy, bootcut, regular… e qualcun’altra che non ricordo. A intuito ho escluso gli skinny e i bootcut, ma poi, a metà tra lo scoramento per troppa scelta e la sindrome di Stendhal, ho desistito. Anche perché in questo tipo di negozi le commesse, e i commessi, sono delle creature appena maggiorenni che chiacchierano tra loro, e sinceramente non me la sentivo di interromperli per chiedere “Scusi, ce l’avete dei pantaloni normali che mi stiano?“. Non ho voluto affrontare il rischio che scuotessero la testa un po’ schifati, e me ne sono andata.

Fendendo la folla spendacciona ho continuato a cercare, fino a che, con la modica cifra di euro 25,90 ho acchiappato al volo un paio di pantaloni di una marca che, ovviamente, io non conoscevo.

È un modello senza nome, e credo che sia da uomo.

La prossima volta mi preparo prima. Anzi comincio già a studiare.

 

Idiots

Oggi sarò particolarmente intollerante, non so, ma sarebbe un giorno buono per ritirarmi in un eremo senza avere sentore di quel che accade nel mondo.

Invece, tanto per restare in tema col post precedente degli analfabeti funzionali, mi tocca leggere questo articolo del Corriere della Sera.

Un buontempone americano ha pubblicato sul suo profilo Facebook una foto con Spielberg seduto davanti a un triceratopo, parodiando le foto dei cacciatori di fronte alle loro prede. spielberg triceratops

A un pubblico minimamente informato, non è necessario spiegare altro. Perché un pubblico minimamente informato sa:

  1. che Spielberg è un regista,
  2. che Spielberg ha girato Jurassic Park,
  3. che Jurassic Park è un film che parla di dinosauri,
  4. che il triceratopo era finto,
  5. che il triceratopo, come tutti i dinosauri, è estinto da milioni di anni,
  6. che i dinosauri non sono morti perché li ha uccisi Steven Spielberg.

Ebbene, le reazioni sono raccontate nell’articolo e visibili nei commenti al post. In breve, orde di indignazioni animaliste (ma di quelle becere e fuori di testa, come ce ne sono spesso purtroppo) hanno inondato i commenti, accusando il regista di posare davanti a un… pupazzo. Computerizzato e sofisticatissimo, ma sempre pupazzo era.

Le mie reazioni è meglio che non siano manifeste, ché non amo usare il turpiloquio in pubblico.  Posso solo dire che tutto verte intorno alla libertà di parola, all’accesso indiscriminato a internet, al sistema educativo in vigore in ogni stato del mondo, al suffragio universale. Tutti pensieri, lo confesso, molto poco democratici.

L’unica consolazione è che tutto il mondo è paese e l’ignoranza non ha confini, siamo (anzi, sono) tutti affratellati dal vuoto delle loro teste.