Bando ai limiti

Leggendo questo articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera, mi sono un po’ sentita chiamata in causa. So che a Gian Antonio Stella non cambierà la vita, né verrà mai a sapere di questa mia reazione, ma intanto mi alzo (in senso metaforico) ad esprimere il mio disaccordo.

Il fatto in breve è il seguente. Un signore di 56 anni (maturo sicuramente ma non decrepito, perdinci), ha partecipato al concorso per l’assegnazione di un dottorato di ricerca. E siccome è stato bravo l’ha vinto. Non ha diritto alla borsa di studio (cioè non lo pagano per farlo) però comunque ha conquistato il dottorato.

Quando però il Rettore si è accorto che non era di primo pelo, ha fermato tutto, e ha chiesto di riesaminare gli esiti del concorso. Insomma si vuol trovare un appiglio per impedire l’assegnazione del dottorato al signore anziano.

Io sono assolutamente contraria a questa decisione. Prima di tutto perché se io leggo un bando di concorso e vedo che ho tutti i requisiti per partecipare, partecipo. Dice il giornalista che anche se non ci sono scritti espressamente i limiti di età, dato che il dottorato è una istituzione creata per permettere ai giovani l’ingresso alla carriera universitaria, “per una questione di buon senso” dovrebbero essere i giovani ad ottenerlo.

“Buon senso”? In un bando ufficiale si parla di “buon senso”? E se fanno un bando per estetisti specializzati in depilazione inguinale, anche se non espressamente richiesto, dobbiamo pensare “per una questione di buon senso” che sia rivolto solo alle estetiste femmine? Ma se i bandi di concorso sono quanto più di macchinoso si possa immaginare, pieni di articoli, punti e sottopunti. Basta sbagliare una virgola e ti trovi fuori competizione. Io ne ho avuti per le mani diversi e li ho azzeccati tutti (anche se non ho mai vinto un concorso, solo qualcuno a premi, ma in quei casi bastava compilare un modulo facile facile).

Non entro poi nel merito del significato reale dei dottorati di ricerca, che la faccenda diventa complicata e troppo seria, tra precariati decennali e carriere mai veramente decollate.

Io rifiutai un dottorato perché avrei terminato a 40 anni. E perché, in un periodo delicato della mia vita, mi sarei dovuta occupare di argomenti che non mi avrebbero certo aiutato a superare la crisi di una grave perdita personale.

Ma, ipoteticamente, se fossi ricca e avessi tempo, mi piacerebbe studiare ancora. E un bel dottorato in Telefilm e Serie TV lo seguirei volentieri.

Estate crudele

Drama Queen

Per dare un senso al sottotitolo, dopo i ghigni dovrebbero arrivare i sussurri.

E come saranno i sussurri di Ironica? Flebili, perché non sono abituata a raccontare i segreti del mio cuoricino palpitante. Sappia quindi, il mio inesistente pubblico, che l’uggia allo stomaco che mi affligge non dipende dal mezzo piatto di spaghetti che ho mangiato a pranzo.

Un elenco di cause sarebbe utile per chiarire il quadro clinico, ed io le so tutte, in ordine sparso, alfabetico, temporale e di importanza. C’è dentro di tutto, come le categorie degli oroscopi; una visione a 360 gradi sui giramenti e i tormenti di una donna di mezza età.

Qualcosa insomma che, potendo scegliere, non leggerei mai per non rischiare di morire di noia, figuriamoci se la scrivo.

Cuore di mamma (e di babbo)

Tra i miei contatti su Facebook (tutti e due i profili) ho diversi genitori. Hanno procreato e di questo siamo tutti lietissimi.

Quello di cui sono un po’ meno lieta è che quotidianamente la mia home page venga aggiornata con i progressi linguistici, gli eventi fisiologici, lo stato di salute della meravigliosa prole di alcuni dei suddetti genitori. Che – in alcuni casi – sembra che abbiano in casa dei mutanti più che dei normalissimi bambini, altrimenti non si spiega l’impulso a comunicare pubblicamente e tempestivamente che il piccino si è addormentato, ha fatto la cacca o ha mangiato cinque chili di cozze (e questa sì che sarebbe una notazione curiosa).

Alex marinara

Questa sì che era una bambina speciale!

I più audaci, o incoscienti, danno in pasto al pubblico documentazioni visive non senza un certo azzardo, e tutto per ostentare e raccattare i prevedibili commenti mugolanti e complimentosi. Del resto chi si permetterebbe di scrivere “però, che nasone le è venuto… somiglia tutta al babbo eh”, oppure “ma come l’hai conciato questo bambino? vestito da babbo natale sembra un nano da giardino”.

Nessuno lo farebbe.

Io lo farei, salvo poi trovarmi subissata da improperi indignati. Ma non sono più quella di una volta, che si crogiolava nelle allegre discussioni da forum; e poi questi utenti dell’ultima ora, che si ritrovano nei social network pieni di stupore ed entusiasmo, non danno soddisfazione a noi vecchi della rete. Mi ritrovo a leggere le banalità vintage tipo “perché dietro all’avatar c’è una persona” (nei casi di identità fittizie), “mi ha cancellata perché ho fatto una battuta, ma ho messo il sorriso e non l’ha capito”.

Così poco alla volta, giovandomi delle opzioni del mezzo, ho reso invisibili gli aggiornamenti di questi entusiasti, ma inconsapevoli che al resto del mondo forse forse del frutto dei loro lombi non gliene importa un fico secco.

Alitalia a mai più

La mia prima volta con Alitalia è stata deludente. E’ vero che sono tornata a casa viva, e il primo requisito di una compagnia aerea è di far sopravvivere i passeggeri al volo, ma ore di ritardo sia all’andata che al ritorno, senza nemmeno una comunicazione, un avvertimento, una parvenza di interessamento alla soddisfazione del cliente, mi pare grave.

Soprattutto se si è costretti a sopportare la prosopopea di un personaggio somigliante al Furio di Carlo Verdone, che dissertava di vento, nodi, e atterraggi con crudele pessimismo. Mi vedevo già dirottata a tarda notte senza l’affetto dei miei cari e col computer scarico. Motivo quest’ultimo di un’angoscia senza pari.

Ho toccato il suolo della mi’ bella Firenze con quattro ore di ritardo, ma ho persino recuperato il bagaglio a tempo record, che – secondo quello che diceva il monitor – proveniva dalla Francia e non da Catania. Cosa ci facesse la mia valigia a Parigi è un mistero, l’importante è che ho ritrovato i capperi, le mandorle e i formaggi che in perfetto emigrante style mi sono portata a casa.

La prossima volta è meglio optare per un viaggio in wagon lit, che conserva il suo fascino a metà tra l’Orient Express e l’onorevole Trombetta.

Aggiornamento: Il Commissario Fantozzi si è dimesso. La motivazione ufficiale è riportata nell’articolo, quella vera la sappiamo noi. Sono una potenza. E ora vediamo di far dimettere qualcun’altro.

Vite parallele, ma tutte ironiche

In seguito ad alcuni commenti lasciati nel mio vecchio blog ho provato a riflettere sul perché la mia vena ironica possa essersi esaurita. Devo ammettere che la prima risposta è stata “boh”. Poi però ci ho riprovato e ho capito che la vena non si è esaurita affatto, ha semplicemente trovato altre strade.

Ho scoperto che non sono la sola ad aver abbandonato un blog e ad aver seguito altre vie, e siccome condivido questa scelta con persone che stimo  enormemente questo mi solleva molto. Mi ero sentita in colpa per aver ceduto alla popolarissima comodità del “mi piace”, all’estrema sintesi di uno status che spesso non legge nessuno.

Alexandra

Questa sono io in Second Life. E' incredibile la somiglianza... (proprio incredibile).

In più mi sono lasciata sedurre dalle delizie di un mondo parallelo, che – se permettete – continuo a godermi con soddisfazione, senza alcun problema ad ammettere che mi ci diverto ancora, e nel quale io sono bellissima, benestante, elegante e accessoriatissima (in tutto, e quando dico tutto è proprio tutto). Non come una certa mia amica che non ha nemmeno l’opzione Avi Physics che fa ballare le tette e altre parti del corpo che sembra fatto di gelatina. (E non faccio nomi, per ora).

Un’ultima riflessione.

Il mio modo di vedere le cose da raccontare in un blog e lo stesso nick che mi sono scelta nel lontano 2003, prevedono un uso diciamo “in punta di fioretto” della tastiera. Ho la presunzione o forse solo l’illusione, di essere pungente, allusiva ma mai volgare. Almeno così mi piacerebbe essere.

Rispetto a noti fatti di attualità, che poi sono quelli che più spesso mi danno spunti per scrivere dei post, mi sento come un umorista inglese in mezzo ai clown che si tirano le torte in faccia ed emettono rumori corporei, davanti a un pubblico che si sganascia dal ridere con la bocca piena di pop corn e panini con la braciola fritta.

Diciamo che io invece ho altre aspirazioni: stronza sì, ma leggiadra.