Misantropia online (sottotitolo: sgrunt)

Per quanto m’impegni, a me la gente non piace molto.

E’ una confessione rammaricata e rassegnata, ma arriva un momento nella vita di ciascheduno in cui bisogna prendere coscienza. Di che cosa, ognuno sa. Io devo affrontare il fatto di essere tendenzialmente sfiduciata e anche un po’ ostile al genere umano.

Questa foto non c'entra niente. Ma mi piaceva l'idea di illustrare il post con un capezzolo sculptie.

Che sia immersa in social network di tutti i tipi non significa un bel nulla, o forse rafforza con prove quotidiane la mia disistima. A partire dai vicini di casa, parenti, passanti per finire ai conoscenti virtuali. Un calderone di qualunquismo, moralismo, disinformazione e luoghi comuni. Non ho usato la parola ignoranza, ma la scrivo ora, per poter distinguere adeguatamente il significato letterale dall’accezione toscana del termine: sono presenti tutte le combinazioni possibili.

Un tempo, non molti anni fa, nell’ambiente della rete circolava una specie di “elite” (prendiamo questo termine con le molle), utenti evoluti della tecnologia, con un minimo di conoscenze e di motivazioni all’uso di internet. Poi c’è stato il boom della fine degli anni ’90 ed è arrivato mezzo mondo. Poi è nato facebook ed è arrivato l’altro mezzo. Non ci si salva nemmeno lì: è una vetrina eloquente di ego smisurati ma con mezzi inadeguati.

Poi ci sarebbe il capitolo “Second Life”, che offre una visione chiarissima di una certa fetta di popolazione (italiana, nello specifico), conosciuta la quale non ci si stupisce più dello sfacelo in cui siamo immersi.

Non sono tutti così, ma, come capita spesso, colpisce più l’esempio negativo di quello positivo. E poi è più divertente criticare che lodare.

Oggi mi va così.

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Tenetevi forte

Sarà che sono le uniche zone dell’America che ho visitato, ma quelle cartine della costa est degli USA con le macchie incombenti dell’uragano Irene, mi fanno un po’ impressione. Ci sono stata nel 2002 e nel 2008, e in programma c’è un ritorno nel 2012 per festeggiare la rielezione di Obama.

Se viene rieletto.

Faro nel Maine. Molto Stephen King style; in realtà di horror c'era solo il fatto che a guidare la Mustang rossa a noleggio... c'ero io.

Gabbiano bostoniano. Sulle tracce di Dennis Lehane. (Io, non il volatile).

Lo skyline di Manhattan. Qui aleggiava lo spirito di Dorothy Parker. (E anche un virus influenzale che mi rovinò l'ultimo giorno di vacanza).

Miss Liberty al tramonto. Bellina, nevvero? (Sì, all'estero sento molto gli influssi letterari, non so perché).

Fiacchezza

Stamattina sono dovuta (e sottolineo dovuta) uscire di casa. La mia tendenza alla marmottaggine viene esaltata dalle condizioni climatiche estreme, e quindi ogni sortita è guidata dal verbo “dovere”. Comunque non è stato male, in scooter si hanno perfino dei nanosecondi di sollievo, se non fosse che ogni tanto ci si deve fermare, scendere, sollevare il mezzo sul cavalletto, armeggiare col bauletto e così via. In questi giorni in cui perfino cambiare posizione sulla sedia mi crea un senso di spossatezza, ogni attività muscolare mi preoccupa e se posso, la evito.

Perché fa caldo, fa molto caldo. Dopo i tumultuosi avvenimenti libici e la miseria che avanza, è la notizia più di moda in questo periodo. Come se non ce ne accorgessimo da soli. Come se avessimo tutti i recettori fuori uso, il sistema di termoregolazione in tilt, noi, poveri mammiferi omeotermi alle prese con la grande impresa di mantenere costante la temperatura.

Diteci qualcosa che non sappiamo, che ci sia di una qualche utilità. Non ci raccontate che Berlusconi è dimagrito, che Vasco Rossi è diventato un vecchio rimbambito, che Tizio si è fidanzato, che Caio gioca a racchettoni sulla spiaggia di Sabaudia. Che io manco sapevo dove fosse Sabaudia, o che esistesse. Ecco, meglio sarebbe dunque una disamina su luoghi poco noti; sono favorevole alle lezioni di geografia, di botanica, di storia antica.

Ma risparmiateci il quotidiano ripasso su quanto si suda quando fa caldo. Lo sappiamo, siamo noi quelli sudati.

Eccoci di ritorno

Breve e concisa, così è stata la vacanza. Siamo tornati in patria lo scorso sabato, in tempo per goderci fin dal primo giorno questo opprimente periodo di caldo schifosissimo.

La spiaggia di Giusterna, nei pressi di Capodistria. I bambini per fare le buche usano il martello pneumatico.

La Sirenetta di Pirano, Slovenia.

Durante il viaggio di ritorno ci siamo fermati qua e là, verificando come tra tutte l’estate sia la stagione meno adatta per il turismo, a meno di non essere appassionati di corpi in sovrappeso sudati, esposti dappertutto come Otaridi al sole.

In particolare io non lo sono del mio.

Capodistria: l'unico monumento al mondo al caduto, poco prima dell'increscioso avvenimento.

 

 

La gita è stata anche l’occasione per ripassare le nozioni della storia recente. Alla fine sono stata fortemente tentata di dichiarare guerra alla Slovenia per riprenderci l’Istria. Solo le alte temperature mi hanno convinto a desistere.

Il rientro dal Trentino, dove abbiamo fatto una visita a parenti in villeggiatura colà, è stato assolutamente tranquillo, alla faccia dei bollini rossi. L’unica cosa vermiglia è la mia faccia, ma sta già virando verso un bellissimo colore. Avrò presto la faccia di bronzo, insomma.

Sani e belli-ni

Il soggiorno tra le verdi colline croate ha assunto un irresistibile carattere di consapevole indolenza. E’ esclusa la socializzazione: italiani in giro non ce ne sono, il paese è piccolo e la gente mormora, ma è impossibile capire cosa dicano.

Non mi resta che il wellness.

Misterioso fenomeno naturale: l'acqua non fuoriesce dalla vasca, nonostante la pendenza della foto.

L’albergo Villa Magdalena è un piccolo edificio di tre piani modernamente ristrutturato in color panna e rosso scuro, alle pareti le opere astratte di un artista locale (vado a braccio). All’ultimo piano un piccolo ambiente new age, con saune, idromassaggio e angolo relax con luci colorate e pezzi pop arrangiati come canti gregoriani in sottofondo (saranno anche rilassanti, a me fanno venire il nervoso però). Nell’appartamento campeggia la vasca idromassaggio, in cui ogni pomeriggio mi faccio sciabordare coi sali al rosmarino.

Il personale è molto giovane, con grande gusto del mio compagno di viaggio, perché il tipo slavo a lui piace molto, soprattutto se è biondo e di sesso femminile. Curiosamente tra i due, sono io ad avere più sorrisi e gesti di simpatia. Lui dice perché ho superato l’età della competizione, io dico perché sono più gioviale. Ma temo che abbia ragione lui.

Il cielo sopra Zagabria

Ogni sera il cuoco Mislav ci nutre con cibi impiattati in modo artistico con pennellate e spruzzi colorati su piatti enormi e di fogge fantasiose. La qualità è più che soddisfacente, le quantità – per noi abituati a dosi materne – irrisorie o, come diceva una mia conoscente ungherese scambiando i termini, illusorie. Nel senso che le porzioni sono talmente piccole che spesso si ha solo l’illusione di avere mangiato.

Stamattina ci siamo dati ai massaggi, e ci è garbato talmente tanto che domani faremo il bis. Sì, è una vita dura, me ne rendo conto ma qualcuno dovrà pur viverla.

Passaggio a Nord Est

La prima tappa si è conclusa. Dopo una partenza incerta, con rifornimento gastronomico (da madre premurosa) e subitaneo ritorno a casa per misurare non so che cosa delle gomme, ci siamo diretti verso nord. Effettuata una sosta tecnica a Portogruaro siamo ripartiti giulivi e contenti.

"Ti fermi, così faccio una foto?" "Falla attraverso il vetro, tanto si vede lo stesso". (Foto manipolata per far finta che le macchie siano una scelta artistica)

Il bello è sopraggiunto quando il pilota-furbo ha deciso di evitare le strade a pedaggio. Questo ci ha portato a percorrere sì la strada costiera sul bel golfo di Trieste piena di bagnanti quasi sul marciapiede, ma ci ha portato fuori rotta rispetto alle istruzioni che avevo stampato dal sito dell’albergo. Il problema è nato quando ci siamo accorti che, tra le cose dimenticate (ovviamente) c’erano le cartine stradali della zona. E, nonostante due-navigatori-due, ci siamo non persi ma quasi.

Siamo comunque giunti nella per niente famosa Kozina, dove avevo trovato posto per la notte.

Notazione pratica: non trascurare che, nonostante l’abolizione delle frontiere e l’introduzione della moneta unica, le prese in Slovenia hanno due buchi e le spine italiane hanno tre pispoli. Ma anche questo impedimento è stato abilmente aggirato dal pilota-elettricista.

Casino a Kozina, Slovenia.

Dopo una cena in perfetto stile baita di montagna, non si sa perché, a base di funghi, patate e formaggi, abbiamo trascorso la serata nel Casinò interno dell’hotel, dove a botte di centesimi grazie al pilota-giocatore siamo riusciti a guadagnare la fantastica cifra di 11 euro e 75 centesimi, a rimborso di quanto (ahimé sventata), avevo speso nel pomeriggio in connessione con la mia chiavetta Wind. Infatti, nonostante quanto scritto nelle informazioni, nella nostra camera internet non funziona. In questo momento sono agganciata al wireless della hall tra “gente che va, gente che viene e non succede mai niente”.

Altra notazione: i cantanti nel Casinò sono italiani (mi astengo da qualsiasi giudizio artistico, ma s’è capito…). Il repertorio spazia da Alan Sorrenti a Nicola Di Bari. Però l’ingresso dà diritto a una consumazione e a 5 euro da giocare. L’età media dei giocatori è elevata e c’è un’alta frequenza di bermuda e pinocchietti. L’immagine del casinò come dissoluto luogo di perdizione ha lasciato il posto a un clima da colonia estiva per pensionati.

Domani si cambia Stato.

Ferie d’agosto

Col favore della luce mattutina (non prima delle 10), domani si va verso nord est, piegando a destra, seguendo la costa dell’Adriatico fino all’interno della Croazia.

Sarà una vacanza breve, in accordo con le usanze moderne, ché le villeggiature di un mese e mezzo della mia infanzia son finite da un pezzo. E anche l’infanzia. Resto comunque nei pressi e che il wireless mi accompagni.