De physicae ignorantia

Lo spassoso svarione che ieri ha allietato la nostra giornata, quel tunnel che collegherebbe la Svizzera con l’Abruzzo per farci passare i neutrini in fila indiana più veloci della luce (del resto è comprensibile, da nord a sud è tutta discesa), ha risvegliato una riflessione che coltivo da anni.

Scommetto che la Gelmini appartiene a quella categoria di “umanisti” che si vantano con supponenza di non essere portati per certe materie, lasciando intendere che la tecnica e la scienza siano “aride” e non alla loro altezza.

Io credo invece che non sia un problema di altezza, ma di portata.

Una laurea non si nega a nessuno, nemmeno a lei, ma un esamino di matematica e fisica sarebbe utile e formativo per tutti. Umanisti compresi.

Commento dunque sono

Come torme di pesciolini siamo finiti nelle reti. Ci hanno pescati e tirati su, pronti per essere fritti.

Come la quasi totalità della popolazione di internet sono iscritta ai social network. A qualche social network. Tutto funziona sul fatto che gli altri iscritti possono commentare, valutare e giudicare ciò che ognuno presenta agli altri. Che siano pensieri, articoli, fotografie e altre forme espressive.

Il motore che muove queste reti non è quello che si espone, ma il commento di per sé.

Foto artistica. (Meglio specificare)

Il commento è il segnale, la prova dell’esistenza, il richiamo subdolo alla propria vetrina. Questo naturalmente provoca ondate di commenti superflui, ripetitivi e assolutamente vuoti. L’importante è che compaia il mio nome, il mio nick, il collegamento alla mia bacheca.

In un famoso sito dove gli utenti pubblicano le proprie opere fotografiche, non ho mai letto una critica, un giudizio tecnico costruttivo. Solo paroline esaltanti, commenti entusiasti e francamente esagerati. E li ho visti scritti dappertutto, sotto le foto belle e quelle meno belle. Perché a nessuno interessa quello che vede, quello che conta è essere visti.

Ho fatto un piccolo esperimento, ho aperto un account anche io, che sono totalmente a digiuno di qualsiasi preparazione tecnica e non credo di avere nessuna particolare tendenza artistica, se non un vago gusto estetico. Ci ho buttato qualche immagine digitale appena elaborata con le poche nozioni che ho di Photoshop, e ho aspettato.

Le mie “opere” non sono né belle né brutte, ma non sono originali, e non hanno progetti alla base: clicco qua e là e vedo l’effetto che fa (forse sono più portata per la poesia). Eppure ho qualche estimatore, e sono convinta che se mi mettessi di buzzo buono (un’artista non usa questi termini…) lasciando i miei sassolini in giro, potrei aumentare la lista, rimpolpare le visite e i complimenti.

Addirittura in questo famoso sito alcuni gruppi esigono che per ogni foto pubblicata uno debba lasciare almeno cinque commenti. Una specie di raccolta punti, perché il numero di commenti e stelline può determinare il podio nella prima pagina del sito.

Chi ha inventato questo sistema è un furbacchione che sa come solleticare l’ego e l’invidia. Io non credo nelle community, nel senso di appartenenza, credo piuttosto che gli individui siano mossi dal desiderio di primeggiare, o almeno di mostrare al mondo la propria esistenza. E’ una specie di gioco, con regole non scritte che vanno seguite, fino a quando qualcuno griderà “il re è nudo!”.

E io vorrei esserci quando succederà. O magari essere io a farlo.

Rievocazione della rievocazione

I Musici. In basso a sinistra la mia ombra fotografante. Era il 2008, ma poteva essere ieri.

Oggi avrei potuto raccontare la consueta rievocazione storica, che allieta residenti e pellegrini nella ridente cittadina emiliana che mi ospita durante i fine settimana.

Poi però, siccome sono dieci anni che vedo le stesse cose, improbabili notabili, anacronistici costumi, sempre gli stessi perepepè (e mi perdoni il fidanzato trombettista, ma ‘un se ne pole più), quest’anno passo il turno rimandando al racconto del 2004, che tanto avrei detto le stesse cose.

Ma che vita è?

Leggevo ieri l’articolo a pagina 4 sul Gazzettino, una prestigiosa pubblicazione della provincia di Pavia, che certamente tutti conoscono. Tutti quelli della provincia di Pavia. (Errata corrige: mi comunica un residente della provincia di Pavia che non l’ha mai sentita nominare.)

Vi si parla di Second Life, finalmente in modo decente e non arraffone come succede di solito. Se non altro vengono presentati aspetti trascurati negli articoli di grande diffusione, perché il popolo preferisce informazioni pruriginose, che confermino il sospetto che la rete sia un enorme bordello. Invece è un bordello di dimensioni medie.

Nell’articolo però si fa un’affermazione che mi lascia perplessa “Le interazioni umane sono identiche a quelle della realtà”. I casi sono due, o chi l’ha scritto conduce uno stile di vita assai curioso, oppure sono io quella disadattata.

Mi rendo conto di essere un campione di residente sui generis e quindi poco significativo; non mi sono mai sposata, non ho mai allevato cavalli, non amo stare nei gruppi dove siamo tutti amici e ci vogliamo tanto bene e stasera suona quel dj figo non mancate, e per farmi salire sulle ball per danzare ci vuole un argano o uno stato di alterazione alcolica. (Il tango no, il tango lo ballo volentieri: son tanguera dentro il midollo).

Interazione umana in Second Life. Alex in formato nastro giallorosso (la Roma non c'entra) incontra i nonni morti di Bryn Oh nell'installazione "Family Unit".

Quindi, appurato che sono io quella strana, prendo atto che è normale alzarsi la mattina e decidere di essere un manager, proprietario terriero, regina o semplicemente artista, tutti titoli ampliamente diffusi in Second Life, presso la categoria di quelli che io definisco “Sedicenti”. E di conseguenza è normale e comune interagire col resto degli esseri umani che diventano rispettivamente staff, inquilini, sudditi o giornalisti. E’ normale stringere relazioni amorose della durata media di settimane, con matrimoni che durano meno del periodo delle pubblicazioni. Mi domando come si regolino nei Municipi di residenza di certi personaggi adusi a numerose e reiterate ufficializzazioni di accoppiamenti.

E mi chiedo stupefatta come facciano a interagire con quei modi diretti, al limite del reato, quando approcciano una sconosciuta per strada. E come tacere dei legami familiari creati e distrutti, delle alleanze transitorie, dei tradimenti come se piovesse, dei sorrisi a denti stretti, dei segreti di Pulcinella, degli inganni e delle finzioni.

La mia vita è molto diversa, povera me. Io do’ del lei a chi non conosco, antica che sono, non chiedo e non offro confidenze ai passanti, non intervengo nelle discussioni altrui e soprattutto non millanto.

Sconsolata apro gli occhi sul fatto che le mie due vite sono assai differenti, e tristemente mi avvio verso la prima fermata del teletrasporto.

Legami

Leggevo la notizia delle ragazze di Roma coinvolte (certamente consenzienti) in un gioco erotico finito tragicamente per una di loro. Le hanno trovate legate come cotechini* e appese al soffitto. Pare che si tratti di una antica pratica giapponese che si chiama Shibari; la definiscono arte e mai come in questo caso la metterei da parte.

Non entro nel merito, anche se trovo che i legami, di qualsiasi tipo, portino sempre qualche guaio.

Foto del mio amico Massimo (Massimo Blinker in Second Life) che, si vede che la sa lunga.

La cosa che mi fa specie invece, è che in tutti gli articoli che ho letto in giro, le parole usate per descrivere questa tecnica siano le stesse. Identiche. Ho fatto una piccola ricerca e mi sa che i giornalisti hanno copiato dagli stessi siti.

Evidentemente creare un articolo, anche se online, è come fare una ricerca delle scuole medie, scopiazzando qua e là, facendo un collage di frasi senza nemmeno un onesto esercizio di riscrittura.

Per la cronaca, l’uomo che verrà accusato di omicidio colposo, il cultore di corde e nodi, per intendersi, è un ingegnere meccanico. Non è dato sapere se ci sia una correlazione. (Ho sempre avuto simpatia per gli ingegneri; forse questo non depone a mio favore).

 

* il paragone mi è stato suggerito da Massimo Blinker.

Le cattive compagnie

Non è la prima volta che mi succede. Da quando circolo in rete più volte è stato messo in dubbio il mio genere sessuale. Qualcosa di simile ho commentato altrove, qualche tempo fa, ma stavolta la faccenda riguarda la mia persona.

Da un po’ di tempo, per motivi che non ritengo doveroso esporre né qui né altrove, occupo parte del mio tempo in Second Life in osservazione di usi e costumi di un popolino sfaccendato e propenso alla rissa. Non sembri troppo pesante la definizione, ché anzi, mi mantengo lieve e indulgente come una mamma. Anzi, una mammina, come sono stata definita.

In realtà me ne hanno dette altre, dalla classica “putana”, ma con una T sola perché la lingua italiana è un lusso che pochi in quel consesso possono permettersi, a “vecchia”, ad altre leggiadrie che mi sfuggono al momento. Il motivo? Sto dalla parte sbagliata, spalleggio un provocatore dichiarato e quindi “chi non è nemico del mio nemico, è mio nemico”. Questo tipo di ragionamento mafioso imperversa nel gruppo, come una sorta di alleanza tra poveri di spirito.

Gente carina in Second Life. Con le mesh.

Per tornare allo spunto iniziale, quando una signorina presente, ha chiesto sguaiatamente e reiteratamente una prova tangibile del mio essere donna (per fortuna si accontentava di sentire la mia voce!) sfidando il mio “coraggio” certa di cogliermi in difetto… ho fatto come la monaca di Monza: “La sciagurata rispose”. Ho parlato. Dopo un attimo di gelo e di sconcerto, la rabbia è aumentata insieme al mio sberleffo.

Lo so che non avrei dovuto, ma io amo i colpi di teatro, ça va sans dire. Dopo aver fornito un tema di conversazione (sono piuttosto generosa) che evidentemente è piaciuto, perché molto più tardi ho sentito che ne stavano ancora blaterando, sono tornata alla mia fantastica caccia al tesoro steam. E nel frattempo ho anche pubblicato il mio ultimo machinima. Alla faccia degli stanziali osservatori nullafacenti.

La riflessione è quindi la seguente, se in giro circola tanta ignoranza e chiusura mentale, se la gente continua a frequentare i luoghi comuni, i pregiudizi e non riesce ad aprirsi alla luce miracolosa dell’ironia, cosa possiamo aspettarci dal presente e dal futuro? La domanda è retorica e non mi aspetto risposte.

SMemorie

Ho ritrovato tre contenitori pieni di floppy disk. Trentadue per la precisione. Trentadue quadratini di plastica con circa 14 anni di vita.

Prima di buttarli ho voluto controllarne il contenuto per evitare di lasciare tracce indiscrete. Ho fatto bene.

Ho scoperto di avere un passato: email e chat salvate testimoniano una vita online (e non solo) piuttosto vivace. Sono stata una seduttrice e non me lo ricordavo, così come ho dimenticato quasi tutti i miei interlocutori. Ci dev’essere una morale in questo, che abbia a che fare col tempo perso, e con la volatilità di certi rapporti.

Per consolare qualcuno potrei dire che ho dimenticato nello stesso modo persone che avevo incontrato e conosciuto in ambienti reali.

Eppure non mi ritengo una donna superficiale, e anche la memoria non mi ha mai difettato.

Ci dev’essere qualcos’altro in questo inconscio seppellimento di ricordi, forse uno psicanalista potrebbe chiarirlo, ma la mia situazione economica non mi concede di togliermi questi sfizi.

Invio quindi un saluto collettivo a tutti i miei ex corteggiatori. E non importa se non lo verranno mai a sapere perché nessuno di loro legge il blog, non saprei nemmeno riconoscerli: siamo pari.