Il brutto tempo è bello

Un tocco d'allegrezza

La vita (la mia) è un inesorabile avvicendarsi di stati di squilibrio, che vanno ogni volta pazientemente e obbligatoriamente riportati all’equilibrio attraverso una sorta di osmosi esistenziale. Per questo, in autunno, quando il tempo diventa umido e grigio, la regolazione diventa meno faticosa e il mio umore entra in sintonia con la natura.

Nonostante le piogge del periodo però, sono molto occupata a far lavorare i pori della mia membrana semipermeabile (che non è una cosa intima), e ci vorrà un po’ di tempo per sistemare tutte le molecole che dovranno bilanciare le uscite. Nolente, devo accettare la cosa.

Domani inizio a lavorarci. Vado in missione con e per conto del ciclista reclinato, lassù nel paese dei pattini d’argento.

La fine del mondo

Potrebbe essere l’ultimo post questo.

Pare che venerdì prossimo ci sarà la fine del mondo. Ho fatto un po’ di ricerche in rete ma non sono riuscita a sapere l’orario, quindi sarà bene prepararsi già in mattinata.

Lo sostiene Harold Egbert Camping, un predicatore protestante americano (ovviamente) di 89 anni. Cito l’età perché non è un fattore secondario; io lo capisco questo povero vecchio fanatico. L’idea della morte, della mia morte, mi irrita, non lo posso negare, ma non per il fatto che io non ci sarò più, ma perché – nonostante questa incommensurabile perdita – qualcuno continuerà ad esserci. Sarei molto più serenamente disposta alla dipartita se con me sparissero tutti gli altri, non so se mi spiego. Che ci farei sulla Terra da sola? Dopo aver consumato le scorte alimentari dei supermercati della zona dovrei procacciarmi il cibo con le mie mani, e io non so come si fa. Non ci sarebbero medici, parrucchieri e idraulici. Chi si prenderebbe cura di me? Insomma per quanto io sia leggermente misantropa, non potrei fare a meno del genere umano (di qualcuno sì però); tanto vale morire.

Forse anche lui, Harold, la pensa come me. Dice che non è la prima fine del mondo che annuncia, e, poverino, non ci ha mai azzeccato. Ma io non mi accontento di un articolo tradotto, vado alle fonti. Questa storia mi interessa perché venerdì dovrei prendere il treno e – sciopero permettendo – devo sapere se posso fare il biglietto o se mi conviene aspettare la Fine seduta in poltrona.

Il sito web dell’organizzazione non dice nulla in proposito, ma un indizio c’è. Cliccando “What’s new?” sulla destra, si arriva a una pagina inequivocabile. Non c’è niente. Il vuoto. Allora è vero! Non ci sarà mai più niente di nuovo, perché non ci sarà niente.

Postilla. Il buon Harold ha avuto un piccolo ictus lo scorso mese di giugno.

Altra postilla. Pare, ma anche questo non è verificato, che alcuni, pochi eletti, si salveranno. Io non ho ricevuto nessuna comunicazione in proposito, e la cosa mi innervosisce un po’.

Nolente

E’ con orgoglio e commozione che annuncio al mondo di essere diventata la madre adottiva del lemma “nolente”.

Non sono impazzita, è vero!

Per un anno mi impegno ad accudire, valorizzare e sostenere una parola. Tra quelle disponibili ho scelto nolente perché mi si addice, potrebbe davvero essermi figlia. Dal latino nolens, nolentis deriva da ne volo “non voglio”, quindi significa colui (o colei) che non vuole. E io non voglio molte cose che però, volente o nolente, devo per forza dire/fare.

Il suono stesso lo spiega, dev’essere quella nasale lenta, soffice e calda come una coperta di lana sulle ginocchia, quando siamo adagiati sul divano certe sere d’inverno, facendo scorpacciate di serie TV. (Questi sono i miei venerdì sera preferiti).

L’adozione è possibile qui.

  Dedicato a tutti i Bartleby che hanno il coraggio di dire “preferirei di no”.

Quanta strada nei miei sandali…

Non indossavo sandali (non li indosso mai), ma di strada ne ho fatta parecchia domenica scorsa.

Ramo del fiume Po, nella provincia di Ferrara. Lungo la ciclabile "La destra del Po". Indimenticabile.

Doveva essere una gita stile “parrocchiale”, così era scritto nel volantino per incoraggiare i sacchi di patate come me, che praticano solo  sport come il lancio del programma o il decawindows, sempre seduti e scarsamente deambulanti.

Così di buon mattino mi sono alzata e ho trovato il pedalator (anzi ne ho trovati altri 14). Partendo dalla ridente cittadina di Mesola, nella provincia che diede i natali a mia madre (Ferrara), abbiamo pedalato fino alla Sacca di Scardovari, in quel di Porto Tolle, passando attraverso località amene come Goro e Po di Gnocca (giuro che esiste). E poi dice che uno si butta a sinistra.

Io già a metà strada mi sarei buttata a sinistra o destra, bastava che ci si fermasse, ma – incredibile dictu – ho pedalato per 28 chilometri senza accusare nessun malore degno di ricovero.

Ma il bello è giunto dopo pranzo, quando ovviamente si doveva tornare indietro. Io sinceramente a quel punto avrei preso la residenza nella provincia di Rovigo, dispostissima a imparare usi e costumi del luogo, ma poi l’orgoglio e un pizzico di campanilismo mi hanno convinto a fare ritorno nella mia dolce Toscana. E’ quindi ripresa la manovra di avvicinamento.

Sacca di Scardovari, comune di Porto Tolle (Rovigo). Bellino, ma c'era bisogno di faticare tanto per arrivarci?

Ho pedalato disperatamente, concentrandomi sulla strada, e poi sulla pista ciclabile affiancata da acqua, campi e chissà che altro. Non vedevo, perché guardavo solo di fronte a me, in uno stato di coscienza alterata. Dovevo assolutamente astrarmi, senza pensare alla distanza da colmare; in quei momenti mente e corpo erano due entità separate, ognuna per conto suo, la mente lontana chissà dove per ignorare i segnali  del corpo che gridava “mi fa male la parte a contatto del sellino!” (Invero era più più crudo e sintetico ma va capito, erano segnali di basso livello… proprio basso).

Quando ho avvistato la strada che conduceva al parcheggio, che equivaleva a mettersi a sedere sull’autoveicolo per tornare a casa, ho sentito un’ondata di commozione e mi si sono riempiti gli occhi di calde lagrime.

Ce l’avevo fatta.

Sessanta (e diconsi 60) chilometri totali a forza di gambe.

La lieta sorpresa è stata che la temuta ondata di acido lattico non si è presentata, e ora sono alive and kicking come prima. Cioè poco. Evviva l’attività aerobica, evviva la bicicletta!

Comma 29

Fino ad oggi conoscevo solo il comma 22 (volevo mettere il link a wikipedia, ma in questo momento è inaccessibile in segno di protesta), ma ora mi tocca fare i conti anche con questo comma 29, visto che scrivo un blog che – potenzialmente – può essere letto da tutti.

Se ho capito bene, se la cosiddetta legge bavaglio venisse approvata, dovrei stare molto attenta a quello che scrivo. Non che ora non ci faccia caso, ma siccome non sono una che fa nomi, pettegolezzi o maldicenza gratuita, al momento sono piuttosto tranquilla e dormo serenamente. I miei incubi sono legati ad altri tormenti esistenziali.

Non escludo che in passato (anzi, ne sono consapevole) io abbia raccontato fatti poco onorevoli per i personaggi coinvolti, ma giuro sulla mia collezione di parrucche virtuali, che ho sempre scritto la verità, Vostro Onore. Tutta la vecchia saga di “Dentiful” per esempio, narrata in altra sede, si basava su avvenimenti e persone realmente esistenti. Ma, secondo il comma 29, se qualcuno avesse trovato il blog (uno a caso, per esempio l’ex capo protagonista assoluto della tragicomica storia), e avesse capito (e già qui siamo nel fantasy) che si trattava di lui, avrebbe potuto chiedermi di rettificare entro 48 ore, pena una sanzione fino a 12000 euro.

Capisco tutto, anche la multa, e anche che uno si possa sentire offeso se viene esposto al pubblico ludibrio. Ma non capisco quella cosa della rettifica. Letteralmente rettificare significa rendere diritto, correggere, e si possono correggere gli errori, le bugie, mica le affermazioni che rispondono alla realtà. Quindi per rettificare una verità avrei dovuto scrivere una bugia? Dire che era un capo meraviglioso, illuminato, generoso, intelligente e anche sexy?

Spero che la legge non passi, ma se proprio deve passare che non sia retroattiva. Comunque io non pago, scappo in Messico in bicicletta.

Raggiungo la cyclette per il mio allenamento quotidiano. Hasta la victoria!

Inciampi

Se il mese scorso dal coiffeur sono stata sfiorata dal divino, questa volta il livello si è di molto abbassato. Approfittando del fatto che ero senza lenti e senza occhiali, ho finto di non riconoscere nel mio vicino di poltrona un cantantino di poco valore.

E in effetti all’inizio non lo avevo notato né riconosciuto, fino a quando non ho sentito cosa diceva. E cioè che criticare il Presidente del Consiglio è come sparare sulla croce rossa, e che a lui piace. Al che ho drizzato le orecchie. Ma chi è ‘sto cialtrone?- ho pensato.

Poi ho capito.

Che cosa ci si potrebbe aspettare da uno che scrive canzoni demagogiche con bambini, piccioni e nonni?

Non ho voluto la bicicletta…

… però mi tocca pedalare.

Perché non si pensi che io sia una carampana smanettona impelagata in mondi virtuali, col cervello in pappa e la muscolatura atrofizzata, si sappia che da alcuni mesi ho appreso la nobile arte dell’andare in bicicletta reclinata.

Modello di velocipede al quale sono abituata.

La bicicletta reclinata è un velocipede che, al posto del sellino triangolare, ha una specie di sedia sdraio su cui il guidatore gode di ulteriori punti di appoggio oltre ai consueti. Così che il peso del corpo non preme sul perineo e compagnia bella, ma viene distribuito sull’intero posteriore, schiena compresa.

Detta così pare una bella cosa.  Se non che, data la conformazione del mezzo, il ciclista si ritrova semisdraiato a pedalare con le gambe per aria. E, almeno per me, non è una cosa proprio bellissima.

Intanto perché dopo un po’ mi s’informicolano le gambe, poi perché in quella posizione trovo difficoltà a fare cose tipo curvare, fermarmi e ripartire (che non sono indispensabili, ma a meno che non ci si trovi sulla pista ciclabile più lunga del mondo deserta, può capitare di dover fare), e poi perché è una posizione ridicola ed essere additata dai passanti non è la mia massima aspirazione.

Mi dicono che con queste biciclette si fa molta meno fatica e si possono fare percorsi lunghissimi senza rischiare di arrivare stremati a destinazione, come di solito capita a me quando pedalo per più di 800 metri.

Mi dicono anche di fare poche storie, che tanto questo mi tocca… fino alla prossima fissazione del mio compagno nel viaggio della vita. Sperando che non gli venga in mente di provare il parapendio.