Io twitto

Naturalmente sono anche su Twitter.

La prima volta mi sono iscritta forse un anno fa, poi ho perso i dati dell’account e ho lasciato perdere. Ma ora è d’uopo esserci e quindi mi sono iscritta di nuovo. Non potevo mancare, tutti quelli che contano twittano e quindi – ho pensato – non sono mica la figlia della serva, e così ho iniziato. Ho capito immediatamente che non fa per me: c’è troppa confusione. Chi mi leggeva in passato conosce la mia idiosincrasia per i commenti fuori tema, ebbene lì il fuori tema è la regola. Ognuno scrive queste frasette nel limite delle 140 battute, che vengono lette dai followers, così che io leggo i messaggi di chi seguo, ma non di quello che gli ha scritto prima. E’ tutto un intreccio di risposte senza domande, o viceversa. Tecnicamente l’uso di alcuni simboli come la chiocciola e il cancelletto permette di risalire al tema del discorso, ma più che social network mi pare una rete da pesca piena di buchi.

Ma il cuore della faccenda sta nel fatto che se non hai seguaci che scrivi a fare? Io ho provato a fare la spiritosa con questi famosi che pare passino il tempo al pc come i più brufolosi dei nerd, ma qualsiasi cenno è caduto nel vuoto. La verità è che loro scrivono e gli altri fanno i fans.

Carino.

Ma per me è un tantino limitata come interazione. Cioè tu, grande personaggio che sta in televisione, pontifichi, gigioneggi, fai il simpatico… e io devo leggere in silenziosa ammirazione lo scambio di saluti con altri grandi personaggi, senza poter mostrare la mia sapida presenza di spirito? Mi sfugge il senso.

Allora resto su Facebook con le mie decine di contatti, a scambiarci le figurine e le canzoncine, oppure torno a giocare con le bambole di pixel. E su Twitter resto solo per mandare insulti. Mi pare equo.

Cucina esotica

Ho da sempre una passione per il cannibalismo.

L'immagine non si riferisce alla notizia, sia ben chiaro. Trattasi di pietanza cucinata durante la spedizione del 2009 a Tunguska (Siberia), alla quale ha partecipato un mio stretto conoscente. Quello che mi fa pedalare.

Non ho mai mangiato nessun essere umano e non lo farei mai, s’intende, e solo l’idea mi disgusta. Ma sono molto incuriosita quando leggo notizie come questa.

La signora Bibi ha ucciso il marito (e fin qui nulla di particolarmente strano), l’ha fatto a pezzi (la faccenda diventa interessante) e poi l’ha cucinato. In verità il delitto estremo non è poi stato consumato, e cioè il pasto, perché non so quale ricetta la signora abbia seguito, ma pare che l’odore che veniva dalla pentola fosse molto strano e penetrante. I soliti vicini impiccioni, quelli che si lamentano per i panni che sgocciolano, hanno pensato bene di chiamare la polizia.

Che poi non è detto che lo volesse mangiare, forse voleva solo eliminare le carni coniugali, camuffandole da braciole andate a male.

Però a quel punto, morto per morto, conveniva portarlo in tavola. “Ragazzi venite a tavola, il babbo è cotto!”.

Ora che ci penso, anche dalla cucina della mia vicina a volte emanano effluvi sospetti. E io che pensavo fosse la frittura con olio di scarsa qualità.

Articoli minori

C’è questo fenomeno nuovo nella forma, ma antico nella sostanza, dei quotidiani online che permettono i commenti da parte del pubblico ad alcune notizie.

Un tempo c’era la rubrica “Lettere al Direttore”, a cui scrivevano pignoli, sfaccendati, pensionati, polemici e attaccabrighe di professione. Tutti lì a puntualizzare, correggere, chiosare, protestare. Ora è molto più facile e veloce, basta una rapida iscrizione e chiunque può condividere col resto del mondo le proprie fondamentali opinioni. Di solito si tratta delle notizie che appaiono nella colonna di destra, quelle dedicate alle curiosità del mondo dello spettacolo, al gossip, ai servizi sulle pettinature delle star o sulle fidanzate di George Clooney. Ci sono le foto, qualche riga di accompagnamento del giornalista di turno, e poi i commenti del popolo.

Il quale popolo inevitabilmente se ne uscirà con critiche feroci sulla scelta dell’argomento, proprio ora con la marea di problemi che ci sono, lo spread, la crisi, la disoccupazione, le alluvioni, le carestie e l’invasione delle cavallette. Come se non avessero capito prima di leggere che il tema dell’articolo era il confronto tra le unghie di attrici di ieri e di oggi, e non l’analisi dei mercati in relazione alla crisi politica del nostro paese.

Ci ho pensato e ho concluso che quello che infastidisce me, per esempio, non è tanto la frivolezza dell’argomento, quanto il linguaggio, quel tono colloquiale che non cerco e non voglio trovare in un articolo di giornale.

A cosa sia dovuto non lo so, ma a me pare che i giornalisti siano diventati blogger, nel senso più basso del termine, con un uso dell’italiano approssimativo (e non mi stancherò mai di correggere gli errori di ortografia che leggo in giro), senza grosse capacità di analisi e con poche idee originali, proprio come potrei fare io. Solo che io non scrivo sul Corriere della Sera, e non mi paga nessuno per farlo.

Sì, mi infastidisce leggere post invece che articoli, ma temo che anche se nolente*, sarò ancora costretta a farlo.

                                                                                                                                                                                                                             *Citazione per contratto.

 

Cervelli annacquati

La tragica coincidenza che accomuna Genova alla mia città, a 45 anni di distanza, mi fa abbastanza impressione, anche se dell’alluvione di Firenze, per motivi anagrafici, ho un ricordo molto remoto e molto vago. Ho raccontato altrove quei giorni lontani; le immagini recenti invece mi spingono a qualche semplice riflessione.

Che la pioggia non sia l’unica responsabile del disastro è certo. Stiamo massacrando il territorio in vari modi, e l’ambiente ci risputa addosso con violenza.

Inoltre non entro nel merito delle polemiche contro le amministrazioni, che non si preparano adeguatamente ad affrontare tali emergenze.

Ma io dico una cosa, è possibile che sia necessario dover insegnare alla popolazione che se piove tanto tanto, e i fiumi, i torrenti, i ruscelli, i canali si riempiono e poi esondano, non si va nei sottopassaggi, non ci si va a rifugiare in cantina o nel sottoscala, che se l’acqua aumenta è meglio andare ai piani superiori e che non si prende la macchina per andare in giro? Si deve proibire, obbligare, forzare, perché la gente non ci arriva da sola a capire che in caso di tanta acqua si sale e non si scende?

Se è così smetterò di lamentarmi ogni volta che ai TG ci dicono che quando fa caldo ci si deve vestire leggeri e che quando si ha l’influenza è meglio stare a letto.

E continuerò a predicare l’abolizione del suffragio universale…

Italia-Olanda e ritorno

Questo è il viaggio testè compiuto.

No, non sono rimasta bloccata dalla piena. Sono tornata a casa salva, anche se non troppo sana. A Delft, nella piazza desolata già alle sei di sera, le folate erano impietose, e si sa com’è il vento olandese, fa girare le pale.

Però la missione è stata compiuta e ora non resta che verificare la bontà dell’intuizione da businessman del mio nasuto compagno. Ho trovato anche il tempo e il modo di fare una carrambata travalicando il confine della virtualità (insomma ho incontrato un’amica di Second Life), e di questo sono molto soddisfatta; non abbiamo mai sbagliato strada, nonostante due navigatori (molto divertente impostare due destinazioni diverse e sentirli litigare tra di loro) e, a parte un flash sospetto a Stoccarda… forse non abbiamo preso nemmeno una multa.

E ora un po’ di attività formativa. Seguono alcune immagini che illustrano aspetti forse meno conosciuti, ma fondamentali, per la conoscenza dell’Olanda.

Mentre ad Amsterdam ci sono le donnine discinte, a Delft in vetrina ci mettono i gatti in pelliccia.

Dietro la piazza principale, alle spalle del Municipio, è possibile urinare in pubblico. La presenza di un adiacente tendone-birreria potrebbe non essere casuale. Ovviamente le donne se la tengono invece...

 

Un particolare del tetto del nostro albergo. Quella affacciata non sono io.

 

 

Lungo le strade della città si possono incontrare numerose spugnette di questo tipo. Non siamo riusciti a capire il perché.