Ve n’è neve?

Eviterò il raccontino da scuola elementare della merla che è diventata nera per essersi avvicinata troppo al camino sul tetto, per scaldarsi nei giorni più freddi dell’anno, 29-30 e 31 gennaio. I giorni della Merla appunto.

Parto da questa preterizione per parlare dell’odierno stato di emergenza che a Firenze stiamo affrontando con consapevolezza e sprezzo del pericolo.

Ché non si frigge mica con l’acqua, noi…

E con le mille tonnellate di sale che hanno preparato chissà quante patatine si friggono. Perché stavolta coi ben 51 mezzi spalaneve e spargisale già sul piede di guerra, se non viene una nevicata in stile romanzo russo, ci posso scommettere che ci sarà gente che si lamenterà per il procurato allarme.

Fino ad ora dal cielo son scese solo poche gocciole ghiacce. Io, scatenata pedona, ho preparato gli scarponi da neve, pronta ad affrontare – come un’eroina tolstoiana – la tormenta in cerca di cibo per la mia famiglia.

E comunque per sicurezza ho fatto la spesa all’esselunga.

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Arte & pedale

Ho già raccontato in tempi passati dei miei incontri con l’arte contemporanea, di come mi metta di buonumore soprattutto se accompagnata dai mugugni e le invettive del mio compagno di viaggio, che proprio non comprende come una cosa come questa (v. foto) possa essere definita arte.

Ieri abbiamo partecipato a una bella pedalata cittadina a Bologna (con un freddo cane) con visite guidate alle installazioni di Artefiera. Un’iniziativa un sacco bella, assai culturale, molto ginnica e socializzante.

Alla prima tappa presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna, dopo la coda e le scale, ci siamo trovati di fronte alle opere di un artista che, per rispetto e timore di querele, eviterò di nominare. Non posso del resto nemmeno riportare qui i commenti che ho sentito, perché non mi piace usare il turpiloquio di tipo scatologico. Per farla breve, quei quattro pezzi di legno non hanno riscosso un gran successo.

Confidavo nella seconda tappa, per convincere il mio copedalatore del valore artistico delle opere presentateci, ma -ahimé- siamo caduti dalla padella nella brace. Ci siamo trovati di fronte a una bandiera bianca, quasi a rappresentare l’arrendersi degli spettatori di fronte alla perplessità.

Altra pedalata e altra opera. Così via fino a che, più vinti dal gelo che dalla stanchezza, abbiamo abbandonato la folla a pedali in cerca di cibo.

La morale in questa storia è che frequento gente che di arte contemporanea non capisce niente e che la pizza è sempre una gran consolazione.

Taxi!

Sono molto colpita dal modo in cui i tassisti stanno conducendo la loro protesta (legittima) contro i progetti di liberalizzazione del governo.

Il fatto che io sia favorevole e faccia il tifo per Monti è irrilevante, potrei anche essere d’accordo con loro: li troverei ugualmente irritanti.

A causa di esigenze materne mi capita spesso di usufruire dei taxi; la macchina l’ho venduta un anno fa e per girare da sola in città mi organizzo in altro modo. Devo ammettere che a Firenze ho sempre trovato personcine ammodo, educate e gentili, diverse da quegli energumeni che stanno  dimostrando nei video registrati a Roma. (A parte quello  che mi accompagnò in un ultimo penoso viaggio).

Però mi ricordo un episodio. Avevo poco più di vent’anni e andai a Roma accompagnata da mio fratello minore, all’epoca appena diciottenne. Io dovevo fare un provino per una trasmissione di Canale 5, e così fattasi ‘na cert’ora… ci trovammo in piazza Venezia e decidemmo di prendere un taxi per andare agli studi della Dear.

Tra quelli parcheggiati ne scegliemmo uno a caso.

Me lo ricordo come fosse ora: lungo tutto il tragitto quel tassinaro non ha fatto altro che moccolare e lamentarsi perché era toccato proprio a lui andare così lontano. Mio fratello ed io ci guardavamo di sottecchi trattenendo il riso, e ricordo che eravamo anche un po’ spaventati, tanto che siamo stati zitti tutto il tempo, scrivendoci sul bordo delle pagine della Settimana Enigmistica che avevamo con noi.

Non ho mai capito la reazione di quel tizio. Poteva rifiutarsi, avremmo preso un’altra macchina, magari non aveva voglia, forse quella zona gli ricordava un amore perduto, o aveva un impegno e gli abbiamo fatto fare tardi. Non lo sapremo mai.

Però quel tassista imprecante contro due ragazzini ha influenzato la mia opinione sulla categoria, e le immagini che stanno circolando in questi giorni la rafforzano.

Sulla navigazione

La vicenda del naufragio della nave da crociera ha prevedibilmente provocato reazioni di rifiuto alla navigazione. Un piccolo di famiglia, di sei anni, ha testualmente dichiarato “Dopo questa notizia non andrò più sul battello”.

Tralasciando il fatto che a sei anni sappia il termine “battello” (anche se conosco uno che a tre anni pronunciò la parola “natante”, e ancora portiamo l’aneddoto come esempio di infanzia disastrata), che un bambino lo pensi è comprensibile, meno che lo pensi un adulto.

Istintivamente può anche venire in mente “Non farò mai più crociere”. Ma è un ragionamento che non regge, altrimenti non dovremmo salire più su un treno, un aereo, un’automobile. Ma soprattutto non dovremmo attraversare una strada, dato il rischio (reale) di essere investiti.

Io non sono mai stata in crociera, ma non escluso di fare questa esperienza. Non è che quello che è successo venerdì sera mi abbia lasciato indifferente, al contrario, sto seguendo con apprensione ogni fase, sperando nel ritrovamento dei dispersi vivi. Credo però che volendo programmare un viaggio in mare, convenga a questo punto ricorrere ad alcune precauzioni.

Appena saliti sulla nave, fare un giro di ricognizione per individuare le uscite di sicurezza, i salvagente e le scialuppe; osservarle bene in modo da capire come si fa a calarle in acqua. (Procurarsi il libretto di istruzioni).

Portare sempre con sé un dispositivo in grado di filmare, fotografare, registrare e pubblicare nel web. Prima di partire creare un account su youreporter.it o, per i più raffinati, su livestream.com o ustream.com, dove poter trasmettere in tempo reale.

Ma la più importante di tutte è conoscere prima il Comandante. Cercare di capire che tipo sia, assicurarsi che sia un tipo introverso, magari un po’ timido, uno che non ha tanta voglia di salutare a destra e sinistra, insomma.

Gente cool

Stamane mi trovavo in una delle piazze principali della mia città, in cerca di un taxi per tornare a casa con la genitrice madre, dopo uno dei suoi  innumerevoli appuntamenti di ordine medico-sanitario a cui io sono costretta ad accompagnarla.

Orbene, dato che l’attesa si è protratta alquanto, imperocché le auto pubbliche son merce rara (e cara), ho avuto modo di assistere al passaggio di alcuni figuri che subito ho individuato in operatori della moda. Essi erano quasi tutti con caratteri somatici orientali, abbigliati in modo… brutto.

Mio nonno Francesco, uomo d'altri tempi

Questo era mio nonno nel 1929. Quando dire a qualcuno che era cool, pareva brutto.

Il più sobrio indossava un paio di pantaloni al ginocchio in lana grigia, lavorati ai ferri con le trecce, con calzettoni jacquard e scarponcelli.

Faceva schifo, qui lo posso dire senza tanti giri di parole. Come posso anche affermare senza timore quanto mi appaiano ridicoli e inguardabili quasi tutti quelli che, siccome si occupano di moda, pensano di dover per forza dimostrare quanto siano artisti e originali. Mi domando come mai nessuno glielo faccia notare in modo garbato e rispettoso. “Ma come ti sei conciato? Fai ridere i polli, torna subito in camera a cambiarti!”.

Parlo da esperta del settore, data la mia esperienza decennale nell’arte del tricot. Potrei nel caso progettare e realizzare mutande e calzerotti di fogge e colori assai eleganti per l’uomo e la donna moderni. Pon pon a richiesta in posizioni a piacere.

P.S. En passant dedico un ultimo e definitivo pensiero al guidatore di auto pubbliche.
Che Monti t’assista.

B-day

Oggi è il mio compleanno, e mi aspetto tanti auguri a me.

La maggior parte arriveranno da persone mai viste e conosciute, perché è così che funziona da quando c’è internet con le chat, i forum, le mailing list, i blog e i social network. Tutti ricettacoli di indefinibili relazioni tra umani: chi le chiama amicizie, chi più realisticamente contatti. Io ho avuto molti contatti negli ultimi dodici anni, quasi tutti sepolti in un provvidenziale e fisiologico oblio. Senza offesa per nessuno, ma la rete fa incontrare anche gente che non avvicinerei nella realtà nemmeno spinta da una ruspa.

Poi capita di scorgere barlumi di affinità elettive tra le righe scritte sul monitor, e allora si accende un focherello interiore, che è bene alimentare con cautela, perché l’illusione (e la delusione) è sempre in agguato come il borseggiatore delle barzellette, e come quello ha il volto mascherato. Grossi falò ne ho visti pochi in questi anni, ma per fortuna qualche compagno di pensiero l’ho trovato, e lo conservo con la dovuta cura, ma discretamente, senza invadenza e con grande rispetto di tutti gli spazi.

Quest’anno poi mi sono arrivati anche gli auguri di alcuni VIPs e la cosa mi fa anche un po’ ridere, il che non è un male. Che poi io li chiamerei più correttamente VKP (Very Known People), perché anche se non mi conosce nessuno, un po’ importante mi sento anch’io.

C’è chi può

Mi pare che ultimamente il movimento di acredine nei confronti dei privilegi (di quelli che non possediamo) sia notevolmente in crescita. Oggi si parla delle vacanze alle Maldive di alcuni politici, dello stipendio esorbitante di certe figure professionali all’interno delle istituzioni (pare che uno stenografo parlamentare guadagni più di duecentomila euro lordi), ieri era il menu a prezzi irrisori o l’elenco dei bonus a cui hanno diritto.

Ho fatto un incontro recentemente, una vecchia conoscente mia coetanea che vedo raramente per motivi geografici. Senza entrare in dettagli che violerebbero qualche legge credo, mi sono resa conto che i privilegi, l’alto tenore di vita, gli agi, non sono esclusività di categorie a me lontane. Ho ascoltato i particolari di un viaggio a scopo chirurgico-estetico, i programmi di vacanze in paesi lontani da effettuarsi a scadenze almeno trimestrali (pare sia la terapia che il medico le ha prescritto per affrontare una penosa tendenza agli attacchi di panico). Per non parlare della figlia non ancora ventenne, perfettamente adeguata allo stile di vita elevatissimo di tutti i loro benestanti amici.

La cosa che mi ha colpito è l’apparente senso di normalità che trapelava dalle sue parole, e mi è sembrato anche che le mie riflessioni sulla difficoltà del momento, provocassero una sorta di sconcertato allontanamento.

Immagino che in un social network le sue narrazioni avrebbero provocato sberleffi, insulti e rabbia. Ma cosa ci si aspetterebbe, che questa gente facesse delle rinunce per pareggiare i conti di un’ingiustizia palese solo alla parte più debole? “Ho deciso di rinunciare alle tette nuove (al naso, alle palpebre etc) e di finanziare l’Associazione Disoccupati Cronici”. E quelli che sbraitano tanto, lo farebbero?

Qualcuno così esiste, poi diventano santi o protagonisti di una fiction, o, nel peggiore dei casi, ambedue le cose.