C’è chi può

Mi pare che ultimamente il movimento di acredine nei confronti dei privilegi (di quelli che non possediamo) sia notevolmente in crescita. Oggi si parla delle vacanze alle Maldive di alcuni politici, dello stipendio esorbitante di certe figure professionali all’interno delle istituzioni (pare che uno stenografo parlamentare guadagni più di duecentomila euro lordi), ieri era il menu a prezzi irrisori o l’elenco dei bonus a cui hanno diritto.

Ho fatto un incontro recentemente, una vecchia conoscente mia coetanea che vedo raramente per motivi geografici. Senza entrare in dettagli che violerebbero qualche legge credo, mi sono resa conto che i privilegi, l’alto tenore di vita, gli agi, non sono esclusività di categorie a me lontane. Ho ascoltato i particolari di un viaggio a scopo chirurgico-estetico, i programmi di vacanze in paesi lontani da effettuarsi a scadenze almeno trimestrali (pare sia la terapia che il medico le ha prescritto per affrontare una penosa tendenza agli attacchi di panico). Per non parlare della figlia non ancora ventenne, perfettamente adeguata allo stile di vita elevatissimo di tutti i loro benestanti amici.

La cosa che mi ha colpito è l’apparente senso di normalità che trapelava dalle sue parole, e mi è sembrato anche che le mie riflessioni sulla difficoltà del momento, provocassero una sorta di sconcertato allontanamento.

Immagino che in un social network le sue narrazioni avrebbero provocato sberleffi, insulti e rabbia. Ma cosa ci si aspetterebbe, che questa gente facesse delle rinunce per pareggiare i conti di un’ingiustizia palese solo alla parte più debole? “Ho deciso di rinunciare alle tette nuove (al naso, alle palpebre etc) e di finanziare l’Associazione Disoccupati Cronici”. E quelli che sbraitano tanto, lo farebbero?

Qualcuno così esiste, poi diventano santi o protagonisti di una fiction, o, nel peggiore dei casi, ambedue le cose.

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