Red Carpet (ovvero una buona parola per tutti)

Stanotte hanno assegnato gli Oscar. Ma siccome sto prendendo questo abbrivio da modaiola (scherzo eh), non tratterò dei premi ma delle mise sul red carpet.

Ho scritto mise ma so che bisogna chiamarli outfit, l’ho imparato da quando sto in Second Life e devo agghindare il mio avatar per le varie occasioni.

Ecco quindi in ordine casuale:

Ellie Camper con un abito Armani.

L’abito luccicante sottolinea l’incarnato color anemia della famosa Ellie Camper. Io non la conosco, ma da qualche parte sarà famosa.

Resta il dubbio se abbia scelto l’abito in base alla tinta dei capelli o se, viceversa, si sia presentata dal parrucchiere con un campione della stoffa. “Li voglio di questo colore”.

 

 

Gwyneth Paltrow, una dea firmata Tom Ford.

 

 

 

 E qui sulla destra più che una donna, una statuina.

A me l’abito piace molto, anche se l’avrei preferito addosso a una mora. Non so, mi pare un po’ slavata, per quanto la Gwyneth abbia molto stile, a parte quel marito che si è scelta. Mah.

 

 

 

 

Michelle Williams, stile abat jour, ma di Louis Vuitton. Ah beh allora…

Questo non mi piace. Mi ricorda i tavolini vestiti, con le tovagliette sopra, stile toilette, oppure le tendine sotto gli acquai delle cucine rustiche.

Lei è bellina, ma è troppo secca e questo color pesca carotata le ammazza il colorito.

 

 

 

 

 

 

Melissa McCarthy veste Marina Rinaldi, anzi è il contrario.

 

 Melissa, volto noto di alcune serie TV, l’ho scelta per ovvi motivi. Perché non è possibile che siano tutte più magre di me su quel dannato tappeto.

E quindi evviva l’abito drappeggiato, stile tendone, color rosa antico con vita… sottopetto e collarino in perline e strass.

 

 

 

Milla Jovovich indossa un Ellie Saab (mai sentita prima).

 

Voglio vedere chi ha il coraggio di dire qualcosa a questa qui.

A me pare perfetta: posa, labbra rosso fuoco e monospalla perfettamente in equilibrio con il braccio attrezzato con gioielli e pochette.

Bene anche la lunghezza dell’abito, anche se a rischio inciampo ad ogni passo.

 

 

 

 

Natalie Portman indossa un Dior d’annata e un marito tanto carino.

 

L’abito della Portman sa di stantio. Hai voglia a chiamarlo vintage. Quei pallini neri sul rosso, la linea svasata… un po’ pissera.

Ma lei è bellissima e pure il marito coreografo. E il fatto che si chiami Millepied mi ha sempre fatto tanta simpatia.

 

 

 

 

 

 

 

Jessica Chastain con un abito Alexander McQueen e due culone sullo sfondo.

  Ignoro chi sia questa pallida rossa, l’abito è abbastanza carico da piacermi, ma mi chiedo perché le maestranze non si presentino in modo più decoroso.

Quando si possiedono due cosce in quella maniera non ci si mette i pantaloni aderenti. Soprattutto se si rischia di venire immortalati alle spalle di una semidea.

 

 

 

 

 

Sandra Bullock in Marchesa.

Potrei andare avanti, ma mi fermo alla mia preferita.

Qualcuno l’ha criticato, a me piace molto. Amo il bianco e nero, e lo sbriluccichio e anche le scollature a sorpresa (la Sandra ha la schiena nuda). E anche lo strascico.

 

 

 

L’ultima riflessione riguarda quelle microborsettine che tengono in mano quasi tutte. Ma come fanno a metterci dentro quel minimo indispensabile come cellulare, trousse per il trucco, agenda, portafoglio, chiavi, altro cellulare, tessera dell’autobus, fazzoletti, amuchina, profumino, moleskine per gli appunti, penne, HD portatile, penne USB, occhiali, borsine per la spesa, guanti etc. ?

Dovrò scoprirlo, anche se io ho più probabilità di trovarmi al tappeto che su quel tappeto.

Maquillage a la page

Sono incantata dal linguaggio della moda. Un miscuglio di inglese-francese-italiota che (immagino) serve a dare l’idea di essere di fronte a qualcuno specializzato del settore, che sa il fatto suo e di cui possiamo fidarci.

Mi è capitato sotto gli occhi questo articolo sulle tendenze primaverili del trucco, e cioè come dobbiamo tingerci la faccia per essere alla moda.

Meno di venti righe farcite di tutto: sfumature baby e tinte candy vagamente fifties, la palette romantica (ci ho messo una frazione di secondo per capire che non servono le formine), il ton sur ton e la sinfonia cromatica, il leit motiv e il diktat.

Ma le mie espressioni preferite sono “prodotti must have” e “customizzare il proprio look”. Di fronte a cotanto splendore linguistico mi tolgo il cappello, i guanti, la sciarpa e i calzini di lana.

Dovrò assolutamente provare le ciglia effetto ventaglio: è il mio proposito per la prossima stagione.

L’ibri-da viaggiatrice

Anche se è un po’ tardi per i buoni propositi di inizio anno, io ne ho uno che vorrei onorare.

Devo, voglio leggere di più.

Lo spunto mi è venuto dall’incontro coi bravi bookbloggers che ieri sera sono venuti in Second Life, a parlarci dell’intreccio tra editoria e social network. Questa è gente che legge e scrive. E fa anche di conto. E siccome, perdinci, son capace anche io perché ho fatto le scuole alte, e leggo dai tempi del Maestro Manzi, mi devo impegnare a tornare ai vecchi tempi, quando leggevo almeno una dozzina di libri all’anno. Almeno.

Dopo un’adolescenza a pane, nutella e Urania, ricordo il mio periodo cinese (leggevo solo romanzi cinesi e stavo diventando maoista), poi è stata la volta di Pennac e ho divorato tutta la saga di Malaussene voracemente, poi ho avuto la fase Stephen King (mai completata e quindi sempre in agguato), poi è arrivato Dennis Lehane e per lui ho voluto visitare Boston, e poi c’è stata Fred Vargas… l’ultimo è David Foster Wallace che oggi avrebbe compiuto 50 anni e con cui avrei voluto fidanzarmi, almeno per un breve periodo.

Ora sono diventata discontinua, mi perdo coi giochini online, nei social network, con Second Life. Mi distraggo come i bambini.

A mio parziale discapito va l’introduzione dell’alta velocità sulla linea Firenze-Bologna. Prima quelle due orette di viaggio A/R settimanali mi invogliavano a portare con me un libro, ma ora, in 37 minuti  faccio in tempo a cercare gli occhiali, mettere gli occhiali, alzarmi per far passare il mio vicino di posto che deve andare in bagno, aprire il libro, far ripassare il vicino di posto che torna dal bagno, rimettere a posto gli occhiali e prepararmi  a scendere.

Ci sarebbe la seduta mensile dal parrucchiere, ma c’è quell’impiccio degli occhiali da tenere a mo’ di mascherina settecentesca, che fa tanto donna anziana.

Quindi, in attesa di convertirmi agli e-book, sarò fedele a quelli fatti di carta, che puoi ciancicare,  stropicciare, annusare e accarezzare. Ideali da portare a letto.

Festival

Va bene, parliamone.

Ho seguito il Festival di Sanremo durante le mie solite serate in multitasking, come succede quando nulla mi pare meritevole della mia augusta attenzione in esclusiva. Allora leggo un po’ qui e scrivo un po’ lì, butto un occhio di qua e uno di là. (Che immagine splatter).

La prima serata l’ho persa per incapacità di sopportazione. La seconda perché non funzionava lo stream di Raiuno, ieri sera invece ho goduto in due momenti, anche se in cambio ho dovuto soffrire per gran parte del tempo.

Ma io mi domando e dico, ci vuole proprio tanto a scrivere dei testi di raccordo tra una esibizione e l’altra, che non mettano in imbarazzo chi li dice e chi li ascolta? Perché io ho avvertito la cappa della vergogna incombere spesso e volentieri. Per non dire della noia assoluta in certe lungaggini con ospiti insulsi e fuori luogo come la Pellegrini, che si muove come un armadio ed è simpatica come una colica renale.

Leggo che tra gli autori c’è anche quell’autor di romanzetti ove di parla di adolescenti inquieti. Se tanto mi dà tanto… capisco perché otteniamo così poco.

Naturalmente, siccome sono molto cool e trendy, ho twittato anche io sul tema. Non credo che mi abbia letto nessuno (ho un numero risibile di seguaci) ma bisogna far parte del giro, noi giovani siamo così. Yeah.

 

P.S. Non ho sentito una sola canzone in gara per intero, e nemmeno un nanosecondo del cantante predicatore. Non ho potuto, dovevo dar da mangiare alle galline di Castleville.

Per un amico

Oggi sono triste perché ho perso un amico.

Non lo avevo mai conosciuto, ma ci siamo parlati tante volte. Non lo avevo mai incontrato, ma siamo stati in contatto anche se in  modo discontinuo per 9 anni.

Stanotte per caso, mentre cercavo di distrarmi da questo stato di inquietudine (che dura più o meno da 40 anni), e vagavo tra i social network, ho visto una sua foto con una didascalia terribile. Un corto circuito che mi ha lasciato interdetta. Infarto.

Appartenere alla generazione che già muore mi provoca uno smarrito terrore. Ma la parte egoistica non finisce qui. Lui era uno di quelli che vorrei avere intorno nella vita, perché era ironico, scriveva bene e aveva un bello sguardo. Anche se non l’ho mai guardato negli  occhi. Con internet ci siamo conquistati la possibilità di comunicare, amare a volte, e anche soffrire in modo nuovo.

Gli esperti disserteranno sul questa diversa frontiera del lutto, io per il momento mantengo il dolore in un punto indefinito, nei pressi dell’esofago.

Anche per non perdere le tracce continuo il lavoro di riedizione del mio vecchio blog, che era su Splinder e ho trasferito qui. Ritrovo i commenti di persone brillanti, e per cui ho provato affetto. E con affetto riprendo una specie di recensione che avevo scritto per un libro che Mauro Gasparini (col nick polenta) aveva scritto con un altro amico.

 

Fragile

Ogni volta che arriva la notizia di una morte “eccellente”, di qualcuno famoso, giovane, ricco, talentuoso magari… uno di quelli che penseresti abbiano tutto ciò che si può desiderare, mi viene in mente questa canzone.

E siccome essa è bella e triste come lo era Whitney Houston, la dedico alla sua memoria.

Accidenti

Il mio è un grave caso di dipendenza. Da tutto. Telefilm, giochi, persone, usi, costumi e percorsi. Mi affeziono, mi abituo, mi abbandono. Mi attacco come una cozza allo scoglio. Amo la consolante noia della routine, la strada già percorsa, il gesto reiterato, il rito ripetuto.

Invece qui sta succedendo di tutto. Inoltre ieri ho avuto una brutta notizia, brutta davvero, un’amica che non sta bene (eufemismo) e non riesco a smettere di pensarci. Mi ricordo di mio nonno quando parlava dei suoi conoscenti che uno per uno si ammalavano e poi sparivano. Mi pareva tristemente buffa come cosa, da bambina.

Sono cose che succedono; certo è che quando si accumulano le une sulle altre, bisogna avere le spalle forti e un’enorme dose di pazienza, che com’è noto, è caratterizzata da un parametro variabile che si chiama limite. La mia soglia di sopportazione col tempo è cresciuta molto, ma è come l’asticella del salto in alto, non è che si possa alzare all’infinito, e comunque alla fine è sempre una questione di culate (sperando di cadere sul morbido e potersi rialzare).

Come ultima botta ci mancava la ferale notizia che questa sarà l’ultima stagione di House. Nemmeno la fucilazione di Sloane Denning mi provocò tanta mestizia, ma certamente non è nulla rispetto alla fine di Lost, che per sempre resterà nel mio cuore come esempio di aspettative deluse.

Ma donna di scienza sono, e la coincidenza di disastri naturali, naufragi, eruzioni e disgrazie non mi porterà sulla via della perdizione e della superstizione.