A proposito di veggenti

In seguito al mio post (ironico) a proposito della veggente che mi ha scritto offrendomi i suoi servigi di sensitiva, mi sono arrivati alcuni commenti (seri) che mi fanno capire di non essermi spiegata.

Ci riprovo.

Io non credo ai maghi, agli strolaghi, ai sensitivi, a tutte queste minchiate, e se ne scrivo è solo per manifestare la mia presa di posizione a distanza (molto a distanza) da questi ciarlatani (non so se capite questa parola). Fosse per me manderei un rappresentante dell’ordine per intimare loro di abbozzarla (termine toscano per significare l’interruzione subitanea di una qualsiasi attività), pena una sanzione pecuniaria e magari due scappellotti.

Di conseguenza (spero che fin qui non siano problemi a comprendere) non chiedete a me consigli sulla credibilità di certa gente, non chiedete a me cosa fare se siete stati tanto sprovveduti da mandarle dei soldi (si vede che vi avanzavano), e quella non vi si è filata manco di striscio e non vi ha fatto nemmeno le previsioni del tempo.

A me è arrivata un’altra email pochi giorni fa e io le ho risposto in modo perentorio e vagamente minaccioso.

Se poi continuerete a chiedermi consigli, state attenti, ve li darò. Prezzi modici, trattamento familiare.

Fiumi (in piena) di parole

Da una ventina di giorni possiedo un piccolo tablet. Da tempo pensavo di comprarmi un lettore di ebook, così ho approfittato di un’offerta promozionale e ho preso il Galaxy Tab plus da 7 pollici.

Egli avrebbe anche funzioni di telefono, ma per l’uso che faccio io del cellulare (circa 2-3 minuti al giorno di media) è ridondante e superfluo.

Così l’ho attrezzato di molte applicazioni irrinunciabili come quella per trovare le farmacie di turno, mappe e navigatori come se mi arrischiassi in territori sconosciuti, anche se più in là del quartiere difficilmente vado. E poi la guida per abbinare i vini ai cibi anche se non bevo, il meteo di tutto il mondo conosciuto e soprattutto l’applicazione che mi avverte delle scosse di terremoto sull’intero globo terracqueo. Lo spazio per le icone sta per terminare ma non ho intenzione di fermarmi; avere lo scibile tra le mani mi crea ebbrezza più di un Cerasuolo di Vittoria che ben si sposa col Formaggio di Fossa e la pasta al sugo di castrato.

Naturalmente ho curato anche lo scopo primigenio, che era (era, perché adesso non ne sono più tanto sicura) quello di leggere. In particolare avevo pensato di affrontare finalmente la lettura di “Infinite Jest” di cui, essendo un tomo impegnativo per quantità e contenuti, ho programmato una lettura a lunga scadenza, con letture e riletture in ogni momento della giornata e in ogni situazione.

Il progetto è poi andato mutando quando ho iniziato a scaricare altri testi. La mutazione è diventata scatafascio nel momento in cui di fronte alle attuali 18 copertine che mi compaiono davanti, quando entro nell’applicazione, subisco una sorta di sindrome di Stendhal. Non riesco a leggere un libro per volta.

Li vorrei leggere tutti. Contemporaneamente. E la cosa terribile è che sto facendo proprio così.

Vecchi Urania e Moravia, letteratura americana contemporanea e giapponese, il saggio di King sulla scrittura e i racconti di Heinrich Boll, Bartebly e Swann, Perec e Philip Roth. Un calderone di parole nel gorgo di una frenesia da giocattolo nuovo.

Non mi preoccupo, so che poi mi passa. E’ il mio modo di affrontare le novità, poi mi calmo.

Come negli innamoramenti, quando finisce lo scompiglio dei primi tempi, che ci si ridimensiona gustando la lettura quotidiana dello stesso libro.

Oppure ci si dà al cinema.

Il silenzio è d’oro

E’ un po’ che ci penso.

Leggo tutti i giorni i commenti della gente nei social network e sui giornali online. C’è un clima insopportabile di rabbiosa violenza verbale, come se non si aspettasse altro che sputare livore su qualsiasi cosa. E dico qualsiasi.

Si parla di politica e si scatena l’inferno. C’è la notizia di economia e monta la furia. Si racconta la nota di costume, o di cronaca, o di basso pettegolezzo e la risposta più garbata è quel modo di dire romanesco (ma non si sa perché così benvoluto anche dal resto d’Italia) “sticazzi”.

Insopportabile.

Da una parte ci sarà anche un genuino sentimento di stanchezza, ma dall’altra io vedo l’incontenibile e prepotente volontà di apparire a tutti i costi. La notizia non mi interessa? Invece di ignorarla lo devo dire per forza con volgarità e insulti. Quasi sempre insulti gratuiti. Se si tratta di una donna, che sia politica o star del porno, è sicuramente di facilissimi costumi anche se l’accusa è quella di andare a fare la spesa con la scorta. Tra parentesi se una la scorta deve avercela sempre, non si capisce perché dovrebbe rinunciarvi per fare la spesa.

Quello che contesto e mi disgusta non è, ovviamente, la libertà di parola, ma la superficialità nell’uso delle parole. Le parole sono importanti e questo abuso le sta svilendo.

C’è troppo rumore di fondo, troppe urla sguaiate. Sogno un mondo di contestazioni ben motivate, di proteste grammaticalmente corrette e quindi molto più efficaci.

E il romanesco lasciamolo ai romani.

Ma poi a me… m’importa ‘na sega. (Almeno sono territorialmente coerente).