Bad girl

Oggi nella versione online de La Repubblica (e probabilmente anche altrove) è comparsa la notizia che, nonostante la presenza di una persona deceduta a pochi metri di distanza, a Formia qualcuno continuava le proprie attività ludiche sulla spiaggia.

L’avvenimento è stato così annunciato su Facebook: “Giocano a racchettoni vicino al cadavere di una donna: è successo questa mattina sulla spiaggia di Formia”.

Alle ore 20.20 di lunedì 17 eravamo a 193 mi piace e 34 commenti.

Alle ore 21:44 di lunedì 17 eravamo a 213 mi piace e 42 commenti.

Ovviamente sono subito partiti i consueti commenti che ormai tutti noi, se frequentiamo i social network, ci possiamo immaginare: dove finiremo, come siamo diventati, che brutto mondo signora mia, è un gomblotto!!11!”.

Per questo motivo, e sentendomi particolarmente in vena di lazzi, ho voluto aggiungere il mio: “A racchettoni? Ma è un’indecenza! Lo sanno tutti che i racchettoni non sono più di moda…”.

Non so come si possa definire esattamente, ma si tratta di una forma di umorismo. E nemmeno tanto nero, perché quello che molti non hanno capito, è che la mia non era una battuta sulla morte della persona sotto il lenzuolo. Diciamo che ho spostato il centro dell’attenzione dal corpo alla notazione marginale dei racchettoni. Non è cinismo il mio, piuttosto è chi ha dato la notizia in quel modo che va bacchettato. Magari solo perché ha dato quella notizia. E naturalmente era una feroce (sì) critica contro quei commenti inutili, banali, prevedibili che inevitabilmente hanno inondato la pagina.

Sapevo che sarebbe arrivata qualche reazione.

Si sa, il pubblico è vario, ognuno legge e interpreta come sa, come può, come vuole.

Ma quello che è successo ha superato ogni mia aspettativa, procurandomi qualche sorpresa e anche parecchia soddisfazione; lo ammetto, mi sono divertita.

Per la prima volta dopo non so quanto tempo sono stata insultata, mi hanno dato di deiezione corporea (ma non così finemente, ché il termine era meno ricercato), di imbecille (però il tizio ha scritto “un imbecille” quindi non si riferiva a me, in quanto di poche cose sono sicura ma che son femmina lo so per certo), di cinica (ma non lo considero un insulto, solo che non risponde a verità), qualcuno mi ha avvertito che avrei dovuto vergognarmi (me lo sono segnato sull’agenda).

Una signora mi ha detto che non sono degna di appartenere alla razza umana né a quella animale, dimostrando di non aver nessuna nozione di tassonomia, e soprattutto di ignorare che gli umani sono animali, e se qualcuno glielo farà presente stia attento a non provocarle uno choc culturale. E non si dica che non mi preoccupo dei miei compagni di genere.

E’ sorto anche il sospetto che io sia un troll. Ci farei una faccina sorridente qui, se non fossi contraria agli emoticon nei blog. Immaginatevela.

Chi mi conosce sa di quanta tenerezza io sia capace, di quanto ammore e umana compassione sia pieno il mio cuoricino palpitante. Non sono una ragazza cattiva, nemmeno quando sono disegnata.

Certo forse ci voleva un passaggio, un uso meno che basico dei neuroni, ma ci si poteva arrivare, cari i miei commentatori indignati, benpensanti e spesso malscriventi.

To Rome with love (una palla)

La stagione dei telefilm viene e va… parodiando Battiato. E così molte serie chiudono per la pausa estiva, lasciando scie di sangue (Game of Thrones) e cliffhanger appetitosi (Doctor Who) o solo degli stuzzichini insipidi (Revolution).

In attesa di recuperare qualche serie per le serate calde, ho ripescato un film che, col senno di poi, avrei fatto meglio a lasciare affogare nel Tevere. Insieme a tutti gli interpreti di “To Rome with love” che ho visto ieri sera tra lo sconcerto e la tristezza.

Woody Allen è invecchiato male. Avevo apprezzato con qualche sforzo quel filmetto sui viaggi nel tempo a Parigi, ma questo proprio non si salva. Già dai titoli di testa ho capito dove saremmo andati a parare. Nonostante i font familiari delle scritte, la musica mi ha indicato chiaramente la china che stavamo per prendere. Niente jazz, niente swing, ma il Modugno più rappresentativo del Blu dipinto di blu; ed era il pezzo migliore.

Dalla prima inquadratura si frana nel tritume dei luoghi comuni (il vigile sul rialzo non lo vedevo dai tempi di Alberto Sordi), accompagnati da una colonna sonora che comprende “Ciribiribin che bel faccin…” non so se mi spiego. A un certo punto, per gli abitucci dei personaggi italiani, ho pensato che fosse un film in costume, ambientato negli anni ’50. E invece no, le femmine italiane di qualsiasi provenienza geografica (perfino da Pordenone), età, estrazione sociale, anche nel 2012 hanno l’aspetto antico e dimesso delle casalinghe del dopoguerra (il secondo, per fortuna).

Secondo Allen noi siamo così. Se non fosse il Frecciarossa sullo sfondo parrebbe una scena di "Poveri ma belli".

Secondo Allen noi siamo così. Se non fosse per il Frecciarossa sullo sfondo parrebbe una scena di “Poveri ma belli”.

Non voglio infierire oltre. Non dirò di quei poveri attori ridotti a figuranti o poco più, che prontamente avranno aggiunto al loro CV “film di Woody Allen”, nonostante fosse un ruolo di 10 secondi comprese le dissolvenze (Giuliano Gemma, Mariano Rigillo, Lina Sastri, Ornella Muti e Maria Rosaria Omaggio: una prece per tutti).

E poi nemmeno gli americani mi sono piaciuti. Non quel buzzicone di Baldwin in veste di voce della coscienza alla “Provaci ancora Sam” (oh Woody, ma che ti è successo? Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria), né Ellen Page con quel faccino da gatta morta, che invece era deliziosa in “Juno” (per far vedere che le cose le so).

Archivio quindi senza remore o dubbi con un voto minimo: una palla.