Inferno (no spoiler)

E’ tornato infine. E m’è toccato leggerlo stavolta, non potevo ignorare questo capolavoro della letteratura da supermercato, che si svolge proprio qui, sotto casa.

Mi riferisco a Inferno, l’ultimo romanzo di quel furbacchione di Dan Brown, che stavolta ha imbastito tutto un rigirìo complottaro, basato sui vaneggiamenti di uno scienziato visionario, alle prese col problema della sovrappopolazione del pianeta Terra.

E siccome, tanto per riallacciarmi a un post precedente, Firenze è un gran bel posto, ha pensato di ambientare oltre metà della storia nel centro storico (che lui si ostina a chiamare “città vecchia”, ma qui non lo dice nessuno), e il resto tra Venezia e Istanbul che pure hanno le loro bellezze, e poi si vede che la Pro Loco ha insistito per allargare i futuri “Inferno Tour” fino in Turchia.

Per chi conosce il tipo sa già quanta roba riesce a infilare nei suoi romanzi Dan; lui più che un romanziere è un farcitore di nozioni, un divulgatore enciclopedico (storia, geografia, arte, usi e costumi, e in questo romanzo ci infila pure il movimento transumanista e l’ingegneria genetica).

Già dopo Il Codice da Vinci, avevo buttato giù una serie di suggerimenti che però Dan ha voluto ignorare, ma non dispero che verranno ripescati per i prossimi romanzi.

Questa volta mi rivolgo agli editori: il prossimo libro potete strutturarlo così come sono organizzati i manuali scolastici. Oltre al testo principale, che è il racconto, la vicenda, bisogna inserire dei riquadri con illustrazioni e descrizioni. Così chi è interessato alla trama legge la storia, chi invece vuole le spiegazioni, legge anche quello scritto nelle aree a parte. Gli analfabeti possono guardare le figure. Nel caso poi degli ebook si inseriscono queste parti con link di approfondimento.

Il lavoro è praticamente già fatto, perché Dan (che tra l’altro mi è simpatico) mentre racconta di inseguimenti, sparatorie, gente che si nasconde, che telefona, che si traveste e spia etc, si interrompe e fa la lezioncina.

Faccio un esempio, che non è nel libro ma potrebbe.

La pronuncia scandita e precisa faceva pensare che fosse originario della Svizzera (…)

E subito sotto: “La Svizzera è un paese alpino che confina a nord con la Germania, ad est con l’Austria e il Liechtenstein, a sud con l’Italia e ad ovest con la Francia. Esporta cioccolata e orologi, ospita le sedi di molte Banche e l’eroe nazionale è Guglielmo Tell.”

Oppure, e questo c’è:

(…) rivelare la combinazione che consentiva l’accesso al famoso Corridoio vasariano.

E alla ripresa del racconto: “Il Corridoio vasariano fu realizzato da Giorgio Vasari nel 1565 per ordine del granduca Cosimo I de’ Medici…”.

Geniale. In un solo libro abbiamo l’intrattenimento, lo stradario, la guida turistica e il sussidiario di quinta elementare.

E la letteratura?

Non può pensare a tutto lui. Quella cerchiamola da un’altra parte.

Dannati fiorentini

Siamo alle solite.

“Dommage que ces derniers soient moins nombreux que les groupes à fanions et sandales qui zappent de trésors en trésors, rendant la ville parfois insup­portable. Files d’attente épouvantables, vendeurs impolis, commerçants escrocs, personnel des musées arrogant…”

Questo è un brano dell’ articolo pubblicato su Le Figaro del 9 luglio, sulla presentazione dell’ultimo romanzo di Dan Brown che si svolge in gran parte a Firenze. Non entro nel merito letterario; lo farò in seguito.

I' Domo e i' campanile di Giotto. (Foto mia)

I’ Ddomo e i’ Ccampanile di Giotto.
(Foto mia)

Vorrei invece affrontare un tema che periodicamente mi si ripropone, come una peperonata non digerita.

Sono i fiorentini maleducati, arroganti e, aggiungo io così si fa prima, presuntuosi? A onor del vero l’articolo parla dei bottegai e del personale dei musei, ma io allargo il giudizio (o pregiudizio) a tutto il popolo, perché tanto è quello che si dice in giro.

Dunque, io non sono nata a Firenze, ma ci vivo da quando avevo 14 mesi, indi per cui non sono fiorentina D.O.C.G., ma ne ho una qualche esperienza di vita.

Detto questo, ogni volta che mi viene fatta un’osservazione del genere (siete chiusi, siete snob), io domando, con sincera volontà di capire, da cosa lo evincano e soprattutto in che modo le altre cittadinanze viceversa dimostrino di essere aperte e alla mano. Chiedo esempi ed esperienze concrete.

Nessuno, e dico nessuno, è mai riuscito a spiegarmelo o a convincermi. Sicuramente è un mio limite. Sicuramente.

Ma a questo punto del cammino di nostra vita, qualche ipotesi l’ho formulata.

1. Non ci s’intende. Il fiorentino è (sempre parlando in soldoni) linguacciuto e poco incline ai salamelecchi, dotato di un umorismo corrosivo, spesso scambiato per cattiveria. Soprattutto da chi non sa rispondere a tono. E so bene che in questi casi ci si deve limitare; non sta bene sparare sulla croce rossa insomma, anche perché è troppo facile e di poca soddisfazione. Solo che a volte scappa la battutina sarcastica e uno ci resta male, ma non è mica colpa nostra.

2. Quella che viene definita “chiusura” è semplicemente riservatezza. Un vicino di casa che si presentasse alla porta con la torta di benvenuto, come si vede in certi film americani, a me parrebbe invadente. E ricordiamoci che spesso quei tipi lì si rivelano serial killer con le vittime a pezzi nel congelatore.

3. Mi sono sentita dire “E’ difficile fare amicizia coi fiorentini, si ritrovano solo tra di loro”. A questo non so che rispondere, io ho sempre faticato con tutti. In quanto agli inviti, ne ho sempre fatti pochi, è vero, ma con criteri selettivi che nulla avevano a che fare con la geografia. Non ho mai sentito nessuno dire “faccio una cena a base di finocchiona e pasta e fagioli, sicché te che sei di [località a piacere] ‘un tu ‘ppoi venire, sennò mi si contamina la purezza del DNA dei commensali”.

4. E se poi la falla fosse dall’altra parte? Se la chiusura fosse dell’accusatore piuttosto che (ammirate l’uso corretto della locuzione) dell’accusato? Ricordo le studentesse fuori sede quando, nell’altro secolo, andavo all’Università, stavano sempre tra di loro, in gruppetti – quelli sì – chiusi e serrati. Avevo un’amica di Taranto, con cui studiavo e andavo al cinema, ma le altre erano inavvicinabili. Evito qui di fare supposizioni, avranno avuto i loro motivi.

Concludo questa breve, incompleta e del tutto personale disamina con una riflessione che dovrebbe pacificare gli animi di tutti.

Sarebbe meglio che queste diatribe finissero, perché sono sterili e inutili.

Tenendo conto che i maleducati esistono, che gli arroganti esistono, che i presuntuosi esistono, dobbiamo però volerci bene, sentirci umani tra gli umani, fratelli tra i fratelli e cugini tra i cugini (i francesi), anche perché ai fiorentini d’essere definiti spocchiosi, snob, o brutti e cattivi, da fratelli e cugini, non gliene importa un fico secco.

Cosce dell’altro mondo

Periodicamente, all’arrivo di quello che la gente priva di fantasia definisce “bel tempo”, mi lamento per i disagi delle alte temperature. Uno dei disagi, per me, è che la gente si spoglia, e, per gli altri, che dovrei farlo anch’io. Del resto siamo tutti molto ligi alle indicazioni degli esperti che nei telegiornali ci dicono come mangiare, bere, vestirsi, vivere.

Sarà anche per questo che esco poco, aspetto l’autunno, certamente una stagione più elegante, e con meno cellulite esposta.

La disdicevolezza di questo effetto collaterale del caldo è stata recentemente segnalata da un giovane (indubbiamente, ha 25 anni) scrittore (nel senso che scrive) in questo dicusso articolo. 

Ecco gli unici hotpants che potrei indossare: la guaina contenitiva.

Hotpants.

Posso però giurare sulle mie bambole di carta (compreso l’intero guardaroba con le alette), che i motivi per cui disdegno i pantaloncini sono lontanissimi da quelli che adduce il giovinescrittore. Non c’è moralismo, non considero la coscia abietta di per sé, che anzi ha una sua dignità, eleganza e utilità. Trovo, al contrario, abbastanza vergognoso che 1. lui pensi quello che ha scritto; 2. che l’abbia scritto; 3. che qualcuno abbia dato il permesso di pubblicarlo.

Ma ora ammettiamo per un momento che, seguendo la logica del giovanescrittore, la coscia nuda sia giustificatrice di comportamenti anche aggressivi. Ne consegue che se, per ipotesi, incontrassi il giovinescrittore e qualcuno mi dicesse che è lui l’autore del pezzo (perché io quel giovinescrittore, per quanto possa essere famoso, non lo conosco) e improvvisamente lo prendessi a ceffoni, così, presa da un raptus, potrei discolparmi con “non è colpa mia, ha la faccia la schiaffi!”.

Oppure, non è che ognuno debba avere la libertà di andare in giro con le cosce e la faccia che ha, senza essere preso a mazzate?

Anniversario

WordPress mi ricorda che ho aperto questo blog due anni fa.

Io invece ricordo che il blog nacque dieci anni fa, su Virgilio, e poi passò gloriosamente su Splinder, dove è rimasto fino alla chiusura della piattaforma.

Questo blog, uno stanzino in penombra, dove il libero accesso è mimetizzato e non troppo pubblicizzato, è un po’ trascurato, lo so. Recentissime e inattese sollecitazioni mi spingono a rimetterci il naso e le mani, come in una collezione amata ma disordinata, che aspetta una salutare rispolveratina.

Così, seguendo la mia atavica inquietudine, citando Il Gattopardo “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, io allora non cambio nulla, nemmeno il template.

E vediamo che succede.