Cinquanta sfumature di fango.

In occasione del cinquantesimo anniversario, ho ripescato il raccontino di una bambina che ha vissuto l’Alluvione.

(Vabbè sono io, non volevo far sapere quanto sia vecchia).

“Mi svegliai d’improvviso, con i pallidi spiragli di luce che filtravano dalle stecche degli avvolgibili. Me li facevo sempre lasciare dalla mamma la sera, perché dovevo controllare gli occhi. Avevo paura del buio ma soprattutto avevo paura di diventare cieca. Così prima di addormentarmi facevo le prove chiudendo alternativamente l’occhio sinistro e poi il destro, e poi lo rifacevo… e se mi svegliavo durante la notte anche il più debole segnale del lampione sulla strada bastava per rassicurarmi… Destro, sinistro.. ci vedo.

Quella mattina la luce era grigia.

Sentii un gran tramestio nella casa e mi alzai. Aprendo la porta della camera vidi il corridoio ingombro di mobili non nostri, qualcuno che mi parve familiare ma non troppo, e poi mia madre.

La mia mamma aveva l’aria spettinata e indaffarata, il viso giovane e preoccupato.

-Che cosa è successo? -Si è allagato l’appartamento del portiere e portano i mobili su da noi.

Immaginai un rubinetto dimenticato aperto durante la notte, pensai che il portiere era vecchio e anche sua moglie, ed erano proprio distratti.

Andai in bagno per lavarmi la faccia appiccicosa di sonno e detti un’occhiata fuori dalla finestra.

Quello che vidi fu la più grande e inaspettata e meravigliosa piscina che io avessi mai visto! Il cortile dei miei giochi… campana, nascondino, mondo, dame e cavalieri e tutti quegli altri stupidi giochi divertenti… era interamente riempito di acqua, acqua, acqua!

auto

Doveva essere stata una notte di distrazione collettiva, universale, totale… un tripudio di rubinetti gocciolanti che avevano versato tutta quell’acqua nelle vasche, nei lavandini e infine sui pavimenti delle case, e giù sui pianerottoli e lungo le scale fino alle strade e nel mio cortile! Dentro le onde verdi e gialle capitombolavano e si urtavano tra di loro come testuggini di metallo, le automobili parcheggiate e pensai che dovevano essere tutte bagnate dentro, e chissà che fine avevano fatto i cagnolini con la testa dondolante, e i cuscini all’uncinetto, e tutti quegli orribili ammennicoli che adornavano le automobili di quell’epoca.

nafta

Però c’era una cosa che non capivo: quelle macchie nere galleggianti che si spandevano e ondeggiavano, come le gocce di olio nella minestrina, che se provi a bucarle e tirarle, quelle si muovono, si dividono e scivolano via dal cucchiaio.

I danni della nafta furono evidenti ben presto, sulle cose e sulle case, e le immagini delle opere devastate divennero il simbolo di quel disastro. Ma per me Giotto era quello sulla scatola delle matite che disegna una pecora su un sasso, Cimabue quel signore in piedi che lo guardava, e la portata dell’evento per il momento mi sfuggiva a pieno.

ponte-vecchio

Corsi di là saltellando per partecipare a questa novità straordinaria. Erano tutti in movimento e parlavano sempre, ma avevano le facce scure. Guardavano giù verso le scale. Mia madre piangeva seduta in cucina con le spalle alla finestra, mentre fuori continuava a piovere. La mamma piange? Ma perché piange, papà? Anche Michele piange ma quello è un bamboccio di nemmeno due anni, e poi Federico che ne ha tre che corre in mezzo alle gambe della gente coi suoi urletti, urla forte per sentire…

Allora guardai anche io, riuscii a sporgermi un po’ dalla porta di casa, sul pianerottolo pieno di gente. L’acqua stava salendo su, scalino dopo scalino, e sarebbe arrivata anche dentro la nostra casa. Dovevamo salire anche noi, portare via le cose anche noi come il portiere; la sua casa era piena di acqua fino al soffitto e lui aveva la faccia molto triste.

Sentivo che sarebbero stati giorni esaltanti.

I miei genitori e gli altri adulti sembravano un po’ arrabbiati con quelli che erano partiti la mattina molto presto, perché non ci avevano avvertito che il fiume era così pieno di acqua che non ci stava tutta dentro. Ma io ero così contenta di fare colazione sulle scale con le mie amiche Ilaria e Maria! C’era un fornelletto da campeggio, su cui veniva scaldato il caffellatte per noi bambini, peccato che Marilena non fosse lì con noi, scommetto che si sarebbe divertita tanto anche lei.

Un gioco magnifico, il “facciamo che eravamo alluvionati”.

Poi però anche per me giunse il momento del dramma.

La mia famiglia venne ospitata da quelli del quinto piano, ma fu deciso che io, per motivi di spazio, da brava bambina grande e assennata, avrei passato la notte nell’appartamento di fronte, presso i due anziani coniugi che vi abitavano. Lui era generale e lei sarebbe stata poi la maestra di uno dei miei fratelli (quello piagnone). Erano enormi e uguali tra di loro. Somigliavano a due ippopotami, anzi, più ci penso e più mi convinco che fossero proprio due ippopotami; erano lievemente sorridenti (ma troppo poco sorridenti per un bambino) ed erano troppo alti, troppo grossi per me.

uffizi

E mentre col cuscino tra le braccia attraversavo riluttante il pianerottolo del quinto piano la sera di quel 4 novembre 1966, il dramma dell’alluvione scosse nel profondo la mia consapevolezza di bambina, e di lì a poco lo ripercorsi in senso inverso in lacrime gridando -Voglio la mia mamma!

Appena le acque si ritirarono, ci trasferimmo dai nonni in un’altra città, finché la nostra casa non fosse stata di nuovo abitabile. All’inizio non fu divertente. Federico ed io fummo iscritti a un asilo privato, ci venivano a prendere le suore col pulmino ma non ci piaceva. Mio fratello tirava calci e gridava, e io non volevo fare il riposino con la testa appoggiata sul banco; l’unica cosa bella di quel periodo, a parte gli stivaletti bianchi che mi comprò il nonno, fu che ci ammalammo tutti e tre di morbillo per Natale e così smettemmo di andare all’asilo dalle suore.”

P.S. non ricordo dove abbia trovato le foto, se qualcuno le riconosce sarò lieta di aggiungere i credits.