Sulla navigazione

La vicenda del naufragio della nave da crociera ha prevedibilmente provocato reazioni di rifiuto alla navigazione. Un piccolo di famiglia, di sei anni, ha testualmente dichiarato “Dopo questa notizia non andrò più sul battello”.

Tralasciando il fatto che a sei anni sappia il termine “battello” (anche se conosco uno che a tre anni pronunciò la parola “natante”, e ancora portiamo l’aneddoto come esempio di infanzia disastrata), che un bambino lo pensi è comprensibile, meno che lo pensi un adulto.

Istintivamente può anche venire in mente “Non farò mai più crociere”. Ma è un ragionamento che non regge, altrimenti non dovremmo salire più su un treno, un aereo, un’automobile. Ma soprattutto non dovremmo attraversare una strada, dato il rischio (reale) di essere investiti.

Io non sono mai stata in crociera, ma non escluso di fare questa esperienza. Non è che quello che è successo venerdì sera mi abbia lasciato indifferente, al contrario, sto seguendo con apprensione ogni fase, sperando nel ritrovamento dei dispersi vivi. Credo però che volendo programmare un viaggio in mare, convenga a questo punto ricorrere ad alcune precauzioni.

Appena saliti sulla nave, fare un giro di ricognizione per individuare le uscite di sicurezza, i salvagente e le scialuppe; osservarle bene in modo da capire come si fa a calarle in acqua. (Procurarsi il libretto di istruzioni).

Portare sempre con sé un dispositivo in grado di filmare, fotografare, registrare e pubblicare nel web. Prima di partire creare un account su youreporter.it o, per i più raffinati, su livestream.com o ustream.com, dove poter trasmettere in tempo reale.

Ma la più importante di tutte è conoscere prima il Comandante. Cercare di capire che tipo sia, assicurarsi che sia un tipo introverso, magari un po’ timido, uno che non ha tanta voglia di salutare a destra e sinistra, insomma.

Spirito natalizio

Negli Stati Uniti lo spirito natalizio è molto sentito; noi invece lo vediamo soprattutto al cinema e nei telefilm. E’ immancabile la puntata speciale di tutte le serie TV, spesso ispirata al Canto di Natale di Charles Dickens, che era inglese e non americano, ma non stiamo a guardare il capello. I cattivi diventano buoni, i tirchi munifici, gli angeli scendono sulla terra e le madri single povere sposano milionari generosissimi e bellissimi.

Poi c’è la realtà.

Già a Natale del 2008 in California, un tizio vestito da Babbo Natale aveva sparato a una manciata di parenti riuniti a festeggiare. Quest’anno è successo di nuovo, in Texas, a Fort Worth, cittadina il cui slogan è “cowboys e cultura”. Tra le personalità originarie del luogo, spiccano anche Mark Chapman e un paio di attori porno (l’ho letto su Wikipedia, io non conosco certa gente, sia ben inteso). Dice che era dal 2010 che non ammazzavano qualcuno in città e che ora son tutti preoccupati. Forse temono che si tratti di una malattia infettiva, come nei film di zombie, dove la gente perde il controllo e aggredisce chi gli capita a tiro strappando brandelli di carne dai corpi ancora vivi. (Sono ancora sotto l’influsso di questo film che ho visto ieri).

E’ che ci si fa più caso se certe cose succedono a Natale, sebbene da un punto di vista pratico sia invece molto comprensibile. Supponiamo che uno abbia dei conti in sospeso, covi dei rancori da anni, o più semplicemente senta dentro di sé crescere un raptus omicida nei confronti dei consanguinei. Quale migliore occasione del Natale, o di festa analoga, per ritrovare tutti raggruppati, a portata di arma da fuoco, ed evitarsi la fatica di lunghi e dipendiosi viaggi da un parente all’altro? Senza considerare che la sorpresa, il clima rilassato della festa e la possibilità di presentarsi mascherati con completo rosso e barba bianca, rendono il gesto più agevole ed efficace.

Alla luce di queste considerazioni, consiglio quindi alle famiglie, soprattutto se esistono dissapori e questioni legali in sospeso, di evitare assembramenti e riunioni durante le festività comandate.

Perché se l’amore non dipende dalla vicinanza, il massacro dipende dalla gittata.

Cervelli annacquati

La tragica coincidenza che accomuna Genova alla mia città, a 45 anni di distanza, mi fa abbastanza impressione, anche se dell’alluvione di Firenze, per motivi anagrafici, ho un ricordo molto remoto e molto vago. Ho raccontato altrove quei giorni lontani; le immagini recenti invece mi spingono a qualche semplice riflessione.

Che la pioggia non sia l’unica responsabile del disastro è certo. Stiamo massacrando il territorio in vari modi, e l’ambiente ci risputa addosso con violenza.

Inoltre non entro nel merito delle polemiche contro le amministrazioni, che non si preparano adeguatamente ad affrontare tali emergenze.

Ma io dico una cosa, è possibile che sia necessario dover insegnare alla popolazione che se piove tanto tanto, e i fiumi, i torrenti, i ruscelli, i canali si riempiono e poi esondano, non si va nei sottopassaggi, non ci si va a rifugiare in cantina o nel sottoscala, che se l’acqua aumenta è meglio andare ai piani superiori e che non si prende la macchina per andare in giro? Si deve proibire, obbligare, forzare, perché la gente non ci arriva da sola a capire che in caso di tanta acqua si sale e non si scende?

Se è così smetterò di lamentarmi ogni volta che ai TG ci dicono che quando fa caldo ci si deve vestire leggeri e che quando si ha l’influenza è meglio stare a letto.

E continuerò a predicare l’abolizione del suffragio universale…