La stagione dell’amore viene e va. E le altre?*

*Questo post è stato scritto e pubblicato nel gennaio del 2007. Non ricordo se si parlasse di riscaldamento globale, ma evidentemente ero già in allarme.
_________________________________________
Fa caldo, il deserto avanza e non si sa più dove metterlo. La gente è contenta, si mette la giacchettina invece del cappotto, pensa già alle vacanze, come se fosse una questione di temperatura e non di calendario. Qualche giorno fa in TV intervistavano alcuni cittadini milanesi, gioiosi per l’inconsueto clima. Ce ne sarà stato uno che mostrava un certo fastidio, uno solo. A me il caldo non piace. L’estate è da oziosi, per gente senza fantasia. Cerco l’inverno tutto l’anno e che fa? non arriva? salta il turno?

Posso anche soprassedere sul fatto che non posso indossare i miei maglioncioni a collo alto, ma gli effetti sulla flora e sulla fauna mi preoccupano. Gli orsi non vanno il letargo. I ghiacci si squagliano. Gemmea l’aria. Anacronistiche fioriture. Roba da dover riscrivere tutto il Sesto Caio Baccelli.

image

Ma è ovvio che sia così. Siamo beati inquinatori automuniti, troppo pigri e stupidi per capire che tutti avremo la fine che molti si meritano. Però andremo al mare a marzo, impagabile vantaggio.

L’effetto serra ci uccide
ma noi siamo contenti,
coi nostri vestimenti
leggeri,
e i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
Coglione.

Interstellar, ovvero “è solo un film” – parte seconda

Tra le recensioni del film del momento, ho trovato questo interessante articolo di Annalee Newitz, giornalista esperta di scienza e tecnologia, che, analizzando l’andamento di certa fantascienza, definisce anche a me stessa un paio di concetti che avevo percepito, ma non razionalizzato così chiaramente.

Per chi non avesse troppa dimestichezza con l’inglese, mi permetto di proporne una versione parziale in italiano.

Premessa: la traduzione in certi punti non è letterale, ma spero di avere mantenuto il senso del discorso. (Non sono una traduttrice, e questo passa il convento. Inoltre in alcuni passaggi ho chiesto la consulenza del mio astronomo personale, quindi se c’è qualche inesattezza la colpa è sua. Anche voi però potreste darvi da fare e studiare l’inglese, eh?).

“(…) Chiariamo subito una cosa. Non ci sono film di fantascienza che siano perfettamente corretti, quando si tratta di fisica e di altre aree della scienza. Qualsiasi storia che coinvolga il viaggio interstellare è, per definizione, basata sulla speculazione. Non abbiamo idea di come funzionerebbe un viaggio più veloce della luce, così ci affidiamo ad analogie semi-scientifiche, dai viaggi spazio-temporali (wormhole) ai salti interdimensionali, dall’ipersonno al trasferimento della mente. Queste analogie sono tutte basate sulla conoscenza scientifica contemporanea, ma naturalmente sono anche estrapolazioni imprecise che possono alla fine rivelarsi una completa sciocchezza (N.d.T. sarebbe bullshit, ma insomma ci siamo capiti…).

Ma c’è una differenza tra il viaggio spazio-tempo, che è raffigurato superbamente in “Interstellar”, e l’idea che l’amore sia una “quinta dimensione” che può consentire a un uomo di saltare all’interno di un buco nero e viaggiare a ritroso nel tempo per comunicare con la figlia di 10 anni. Questo è ciò che ci viene chiesto di credere in “Interstellar”, la cui scena culminante vede Cooper volare dentro il buco nero Gargantua. Una volta che è all’interno, viene salvato da misteriosi esseri penta-dimensionali che lo mettono in un ipercubo dove il tempo si comporta come lo spazio – siamo in grado di vedere milioni di versioni della camera della figlia intorno a lui, ognuno dei quali rappresenta una fetta di tempo.

Fino ad ora, siamo su un terreno strano, ma ancora relativamente solido, quando si tratta di scienza speculativa. Il fisico Kip Thorne, che è stato consulente del film, scrive nel libro intitolato “The Science of Interstellar” che potrebbe immaginare plausibile un tale evento. Altri fisici non sono d’accordo con lui, ma non è questo il problema. Il vero problema è che Cooper capisce come contattare sua figlia ricordando ciò che la sua collega Brand gli ha detto – che l’amore è una “forza” che trascende le dimensioni, proprio come fa il tempo. Usando la forza dell’ “amore”, che lo guida attraverso la sconcertante serie di tempo-camere, trova finalmente la giusta versione di sua figlia con cui comunicare. E le manda un messaggio attraverso il tempo.

Questo è un esempio di confusione tra fisica e metafisica, assumendo che i fenomeni osservabili come la gravità siano stati psicologici come l’amore. In altre parole, si confonde la linea tra scienza e spiritualità, senza mai ammettere però che è quello che sta succedendo.
(…)
il problema qui non è sostenere che le credenze spirituali possano mescolarsi con la realtà scientifica. Il problema è confondere le categorie. Solo perché due cose sono ugualmente importanti non significa che siano la stessa cosa. Non c’è assolutamente alcuna prova che l’amore trascenda il tempo, ma c’è una significativa prova fisica che altre dimensioni lo facciano.

Questo concetto che l’amore “trascende” lo spazio e il tempo fa un’apparizione anche in “Contact”. In quel film, basato sul lavoro di Carl Sagan, la protagonista compie un viaggio attraverso lo spazio/tempo e comunica con gli alieni che prendono la forma di suo padre. L’idea è che sono così alieni che le possono apparire solo assumendo la forma di una persona che ama. In ultima analisi, il suggerimento in “Contact” – come in “Interstellar” – è che l’amore è una forza che possiamo misurare con la fisica.

Probabilmente possiamo trovare un sacco di queste analogie tornando indietro fino a “2001: Odissea nello spazio”, che è stato scritto da Arthur C. Clarke nel 1960. In quel film, scopriamo che l’umanità è stata tirata su da alieni divini che ci hanno osservato con benevolenza per centinaia di migliaia di anni. Ora che stiamo lasciando la Terra, tornano a salutarci – e l’esperienza è rappresentata come una sorta di rinascita spirituale.

(…)

Astronauti a confronto

Astronauti a confronto

Come “Contact”, “2001 Odissea nello spazio” offre immagini totemiche con uno sforzo di rappresentare qualcosa che è profondamente irrappresentabile. E sia, ma il problema è che conduce ad una quantità di pensiero errato su ciò che è scientificamente plausibile. Ciò che è meno accettabile in film come “2001 Odissea nello spazio”, Contact, “Interstellar” e molti altri è che vogliano rivendicare una sorta di validità scientifica.

Si tratta di film che hanno lo scopo di divulgare la scienza e il nostro desiderio di colonizzare lo spazio, e tuttavia fondamentalmente mentono al pubblico su come funziona lo spazio. Suggerendo che l’amore può piegare il tempo, o che i viaggi nello spazio siano un viaggio psichico, non semplificano questi concetti in  modo da renderli più comprensibili per le persone senza formazione scientifica. Li travisano semplicemente. Invece di rendere la scienza più emozionante ed accessibile, questi film la rendono più confusa.

(…)
Non sto dicendo che la fantascienza debba aderire a una formula noiosa di raccontare solo storie che si basano su teorie scientifiche stabilite. Mi preoccupo però quando la scienza è ridotta a spiritualità. Ci sono verità, là fuori, scoperte dalla scienza. E non dobbiamo dimenticarle o il futuro è veramente perduto.”

Chiaro, no?

[Inizio autocitazione] Come scrissi a suo tempo a proposito del “Codice da Vinci”, il rischio è che dopo avere letto il romanzo (ro-man-zo) la gente pensi di essere più acculturata. [Fine dell’autocitazione]

Per concludere vorrei condividere un altro articolo che fa il pelo e il contropelo al film, firmato da Phil Plait, astronomo e scrittore. Ma questo è già in italiano e ve lo leggete da soli.

Interstellar, ovvero “è solo un film” -parte prima

       Siccome il film è lungo ho pensato di dedicargli un post in due parti.

Ho visto “Interstellar” domenica scorsa, in compagnia di un radioastronomo.

Non è che io mi scelga l’accompagnatore al cinema in base al film, altrimenti guarderei solo quelli di surfisti. (“Un mercoledì da leoni” o “Point Break”, non so se mi spiego). No, casualmente colui che mi fa pedalare, e che, come si dice, condivide una parte della mia vita, fa questo mestiere.

Non è incidentale che l’abbia precisato, perché già durante la visione l’ho sentito mugugnare. Siamo ambedue appassionati di fantascienza, sia scritta che vista, da molti anni, e quindi siamo anche abbastanza smaliziati da non cadere in deliquio alla prima scena di effetti speciali in dolby surround.

Travolta dal coro ululante di un pubblico estasiato e concorde (almeno così mi pareva di primo acchito), ho provato ad avanzare qualche critica nella pagina Facebook del film, ma sembravo una mosca bianca, o una pecora nera. O una qualsiasi altra bestia dal colore acceso.

- Babbo, da grande voglio fare la ballerina. - Murph, tu ci rovini tutto il film...

– Babbo, da grande voglio fare la ballerina.
– Murph, tu ci rovini tutto il film…

Preciso che a me il film è piaciuto, tutto sommato, perché in quasi tre ore non fa nemmeno appisolare, perché il cast è solido anche nei ruoli “minori”, perché gli effetti sono speciali, perché la tensione coinvolgente e la musica avvolgente. Se non fosse stato presentato come un capolavoro assoluto, il film della svolta dell’umanità, basato su verità scientifiche, non starei qui a cavillare. Gli avrei dato quattro o cinque palle. Il problema è leggere commenti entusiasti di gente che di scienza non sa un’acca, e che invece, dopo aver visto il film, si sente con la verità in tasca pronta per capire i segreti dell’universo. Inoltre, se gli si fa presente che forse qualche “piccola” incongruenza c’è, rispondono che non capisci e che il film non è per tutti.

Poche cose mi fanno andare veramente in bestia. La più efficace è essere derubricata come se fossi una stupida, da chi non saprebbe nemmeno cosa vuol dire “derubricata”.

(continua)

De physicae ignorantia

Lo spassoso svarione che ieri ha allietato la nostra giornata, quel tunnel che collegherebbe la Svizzera con l’Abruzzo per farci passare i neutrini in fila indiana più veloci della luce (del resto è comprensibile, da nord a sud è tutta discesa), ha risvegliato una riflessione che coltivo da anni.

Scommetto che la Gelmini appartiene a quella categoria di “umanisti” che si vantano con supponenza di non essere portati per certe materie, lasciando intendere che la tecnica e la scienza siano “aride” e non alla loro altezza.

Io credo invece che non sia un problema di altezza, ma di portata.

Una laurea non si nega a nessuno, nemmeno a lei, ma un esamino di matematica e fisica sarebbe utile e formativo per tutti. Umanisti compresi.