Abracadabra

In seguito a un curioso messaggio privato che ho ricevuto due giorni fa, penso che sia opportuno precisare che questo non è il blog di una sensitiva (sensibile sì), una medium o una paragnosta di qualsiasi genere.

Non sono in grado di vedere il futuro, di dare indicazioni su scelte amorose o finanziarie. Non so nemmeno prevedere chi vincerà “L’isola dei famosi”.

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Lady Melisandre, lei sì che fa miracoli.

Non posso cambiare il corso della mia vita, figuriamoci quella degli altri, non so riportare in vita i morti, e nemmeno capire come certe persone riescano a condurre una normale vita in autonomia, se dimostrano di non capire ciò che leggono.

Con tutto ciò, ringrazio chi si affiderebbe a me per risolvere problemi personali e delicati. Grazie davvero, vorrei potervi aiutare, perché in fondo nutro per il genere umano una forma di solidale affetto. Anche se spesso vi vorrei picchiare, tutti.

Sorry Business

L’inizio di questo 2016 (ammesso che ce ne possa essere un altro) non è stato dei più gioiosi; fin dai primi giorni è stato caratterizzato da partenze definitive, piene di mai più da metabolizzare, in equilibrio tra distanza e coinvolgimento, quel tanto che basta per poterle affrontare, senza però riuscire a non pensarci.

Il tema del lutto mi ha fatto venire in mente che, durante la visione di una serie TV (la massima forma di riferimento culturale per me, al momento), mi sono imbattuta in un curioso avviso, prima dell’inizio degli episodi, che non avevo mai visto.

La serie si chiama Glitch, e parla di morti che tornano dalle tombe. Il tema è ben poco originale, siamo stati sommersi da ex-morti di tutte le nazionalità, e per me i migliori sono quelli francesi (Les Revenants).glitch

Ma il punto fondamentale è che si tratta di una produzione australiana.

Prima dei titoli di testa appare questa scritta: Aboriginal and Torres Strait Islander viewers are advised that this program contains voices and images of people who have died, che più o meno significa “Informiamo gli spettatori Aborigeni e delle isole Torres Strait che questo programma contiene voci e immagini di persone decedute”.

Ho quindi scoperto il Sorry Business, ovvero l’insieme di pratiche legate alla morte di un parente o di un membro della comunità. Per gli Aborigeni il lutto è una parte importante della loro cultura, coinvolge intere comunità e si esprime in modi che a noi potrebbero apparire bizzarri. Non solo la partecipazione ai funerali è un atto dovuto, anche a costo di notevoli spostamenti e nonostante gli impegni lavorativi, ma può prevedere atti di autolesionismo, taglio dei capelli e il tingersi la faccia con pigmento bianco. I parenti  possono, per un certo periodo di tempo, vivere in un’area a parte, chiamata “the sorry camp”. Le fotografie e le registrazioni (da qui nasce il cartello di avviso prima di film e spettacoli) del morto, non devono essere mostrate. Si deve evitare il nome del morto, e anche chi ha lo stesso nome, per il periodo del lutto, non viene nominato, ed è invece chiamato Kwementyaye.

Questo modo di affrontare l’evento più difficile della vita, la morte di una persona cara, mi sembra tanto diverso dal nostro, più nascosto e privato. “Andiamo avanti” diciamo. E naturalmente è giusto andare avanti, ma anche loro, gli Aborigeni, vanno avanti, prendendosi però il tempo che serve.  Modificano se stessi, si spostano nei campi del dolore, circondati dagli altri, che si impegnano addirittura a non pronunciare il nome del defunto, e nascondono le immagini che farebbero troppo male.

Evidentemente quindi, alcuni degli attori aborigeni del cast della serie “Glitch”, sono morti e l’avvertimento è un segno di rispetto per le loro comunità.

Mi frullava in testa da un po’, volevo raccontare questa mia scoperta etnoantropologica (che probabilmente era sconosciuta solo a me), anche per stemperare una certa gravezza interiore che mi trascino da tempo. “E ho detto tutto” (cit.)

E non mi si venga a dire che dalla televisione non si impara nulla.

Usi, costumi e maglioni.

Sto vedendo in giro un sacco di foto di maglioni natalizi. Non ho idea da quando esista questa usanza, e ho il sospetto che non esista affatto, almeno in Italia. Credo che sia l’ennesima tracimazione anglosassone, e chissà se prima o poi arriveranno anche i Christmas Crackers dei britannici. La BBC insegna.

DW Xmas

Il grande Capaldi festeggia il Natale con Clara nella linea temporale in cui riesce a invecchiare, pora stella. (Doctor Who, Last Christmas, speciale del 2014).

Il maglione più vicino all’idea di “Christmas pullover” che possiedo è quello nella foto. Mi guardo bene dall’indossarlo, ma lo conservo a imperitura memoria (o almeno finché non se lo mangiano le tarme) di quando, in epoca pre-internet, avevo il tempo e la voglia di lavorare a maglia.

maglione rosso

Buon Natale.

Vedere voci*

Ho celebrato la vigilia di Natale al cinema: finalmente dopo una settimana ho visto Star Wars – Il risveglio della Forza.

Non ho intenzione di scrivere una recensione, nemmeno nell’accezione più diffusa nel web, dove si leggono quasi solo riassunti, scritti spesso in un italiano discutibile.

Il film mi è piaciuto molto, e me lo sono goduto in modo particolare prima di tutto perché ero in un cinema molto bello, l’Odeon di Firenze, e poi perché era in versione originale con i sottotitoli in italiano. Una situazione perfetta per me, che ormai mi sono disabituata al doppiaggio, e anche per mio fratello con cui l’ho visto, che certamente riesce a seguire meglio leggendo, che ascoltando qualsiasi lingua, perché è quasi totalmente sordo.

Mi auguro che questa usanza prenda piede sempre di più, non me ne vogliano i doppiatori. Anzi, non capisco perché le associazioni di non udenti non chiedano più sottotitoli invece della lingua dei segni, che è meno applicabile, meno conosciuta e quindi più ghettizzante.

kylo ren

Non è bellissimo, è un tipo, ma addirittura mettersi quel mascherone nero…

Un’unica osservazione sul film: ma perché questa mania delle maschere? Darth Vader la portava per un motivo preciso, non sarebbe sopravvissuto senza, ma Kylo Ren ha la faccia, potrebbe farne a meno. Inoltre aspettavo di vedere Gwendoline Christie (Brienne di Game of Thrones), e ho aspettato finché ho capito che non l’avrei mai vista. In questo caso la voce mi ha aiutato: anche lei era sigillata dietro un mascherone.

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Questa è Brienne, chi l’avrebbe riconosciuta senza sentire la voce?

Da brava amante delle serie TV ho inoltre riconosciuto Greg Grunberg di Heroes e Ken Leung di Lost.

Mi sto impegnando a non fare il benché minimo spoiler, anche se la rivelazione che mi aspettavo di più non è arrivata. Confido nel prossimo episodio, perché la Forza si è risvegliata e non credo che si addormenterà di nuovo molto presto.

*Titolo ripreso da un libro di Oliver Sacks, che non consiglio.

Report di fine anno. Il trionfo dell’infografica.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

[Scusate, la storia dei folletti non è mia ovviamente, viene in automatico. La lascio perché, al momento, non mi viene nulla di alternativo. Tenetevi i folletti.]

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 6.500 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 5 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Gomblotto!

È giunto alfine il momento di una confessione.

Io che rido, irrido e derido gli ingenuotti boccaloni che si lasciano abbindolare da qualsiasi teoria complottista, io che mi scompiscio quando leggo i vaneggiamenti degli scrutatori di cieli in cerca di scie, di dischi volanti, di tracce segrete, di losche manovre… io ho un passato da complottista.

A mia parziale giustificazione devo precisare che non avevo più di 8-9 anni di età, che mi mancavano le principali basi scientifiche e che guardavo troppa televisione.

shadoCarInfluenzata dalla serie Ufo S.H.A.D.O. mi ero messa in testa che la sede dell’Enel poco lontana da casa mia, fosse in realtà il mascheramento per un avamposto della SHADO, e che nei sotterranei ci fosse la base di controllo con i computer pieni di lucine, gli schermi dei radar e insomma tutte quelle cose che vedevo la domenica pomeriggio sul canale nazionale della Rai.

L’idea mi era venuta perché era l’unico edificio abbastanza vasto e sviluppato in altezza che avessi visto, vagamente somigliante agli studi cinematografici che facevano da copertura al quartier generale dell’organizzazione. Apparentemente non c’era nulla che lasciasse trapelare la reale destinazione della struttura, sembravano normali uffici. Ma ogni volta che ci passavo davanti, passeggiando col nonno per esempio, sbirciavo (senza farmene accorgere, perché sapevo delle telecamere di sorveglianza esterne) verso le griglie del sottosuolo, immaginando il brulichio degli operatori coi vestitini futuristi che ci proteggevano dall’invasione aliena.

Ed Straker e la madre di Benedict Cumberbatch (sic!)

Ed Straker e la madre di Benedict Cumberbatch (sic!)

Poi il tempo passa, si sa, e si cresce, si cambia, si imparano le cose, si ragiona in un altro modo. Però è esaltante crederci, stare sempre all’erta e sentirsi parte di un mistero che altri non sanno.

A 8 anni.

Comic Con tanta carne

Sto facendo il pieno di video dal Comic Con concluso da pochi giorni. Sopraffatta dalla lussureggiante abbondanza di muscoli e bellezze maschili (curiosamente quelle femminili sono in netta minoranza, ma chi se ne importa), festeggio il primo giorno di agosto che coincide col genetliaco di uno che non è molto muscoloso, non è un supereroe e non ha mai voluto accompagnarmi a San Diego. Il vantaggio è che non legge il blog, e quindi posso dirne tutto il male che voglio.

Nel video qui presente, dedicato alla Marvel, l’entrata del cast degli Avengers, con Robert Downey Jr al minuto 14:42, vale tutto il panel.

Come si diventa uno zombie

Ho visto la puntata più appassionante di tutte e 4 le stagioni di The Walking Dead. Inside the walking dead

Si intitola Inside The Walking Dead. Walker University, e racconta come vengono selezionati e addestrati gli zombie. Mi ero sempre immaginata il giovane aspirante attore reclutato per la serie, che telefona alla madre nel paesello del Montana, Illinois o altro Stato a piacere.

“Mamma, ho superato il provino, mi hanno preso!” E la mamma tutta contenta che chiede “Che parte fai?” E lui “Il morto che cammina”. E poi in seguito “Allora mi hai visto ieri sera? Ero quello senza mandibola a cui tagliano la testa alla fine dell’episodio!”.

School of zombieEppure da quello che si vede in questo speciale è proprio un bel ruolo, di soddisfazione. Impegnativo fisicamente e non solo, perché il produttore esecutivo, Greg Nicotero, non sembra uno che si accontenta. Questo Visconti degli effetti speciali è uno che guarda al dettaglio, che sia l’andatura barcollante (ma guai a imitare il mostro di Frankenstein) o il digrignar di denti. Greg Nicotero with a zombie

Alla fine delle selezioni solo pochi eletti avranno l’onore (e la paga) del set.

Molto interessante la parte dedicata alla creazione delle protesi e delle maschere che rendono i vivi “walkers“.

ZombiemakerInsomma, in attesa che Carl, il bambino che spara, venga trangugiato da uno zombie, questo è l’episodio che mi sento di consigliare anche a chi non segue la serie. Ah, e poi la fangirl che è in me spera nel pateracchio tra Daryl e Carol.

Breaking Bad de noantri

“Ieri sera, dopo un lungo periodo di astinenza, alleviato da visioni casalinghe, sono tornata al cinema. Purtroppo era una di quelle multisala luccicanti e piene di caramelle, coi display come alla stazione, e le code come alla posta; ma per fortuna quando si spengono le luci, ci si può dimenticare che siamo lungo la tangenziale, circondati da centri commerciali e parcheggi.

Già da prima che uscisse ho desiderato vedere “Smetto quando voglio”; l’idea dei ricercatori precari e/o disoccupati che creano una banda di spacciatori mi solleticava parecchio. Per motivi personali.

Non che io sia mai stata coinvolta nella produzione o spaccio di droga, ma nella precarietà e nella disoccupazione dei ricercatori sì.

Il film si è mantenuto ai livelli delle mie aspettative, o speranze. E’ divertente, fa pensare, ben recitato, scorre via gioiosamente, parla di temi attuali e spesso drammatici con leggerezza ma non superficialità. Facce vere, attori semigiovani e conosciuti ma non troppo. Avrei da ridire su un paio di congiuntivi perduti sia dal personaggio del neurobiologo che dal poliziotto, ma posso chiudere un orecchio, per stavolta.

In conclusione non posso che consigliarne la visione, anche a coloro che, come me, apprezzano certe ottime serie televisive, alle quali il film strizza l’occhio con piacevoli rimandi.”smetto-quando-voglio-recensione

Questo è ciò che avrei scritto subito dopo la visione del film, o al più tardi questa mattina.

Se non che, un curioso episodio mi stimola ad aggiungere qualche ulteriore osservazione.

Nella pagina Facebook di Fandango, che ha prodotto il summentovato film (scusate ma sono sotto l’influsso manzoniano), sotto la notizia di un incontro con gli attori, una gentile utente aveva lasciato un commento di questo tenore (non ricordo le parole esatte): “Spero che qualcuno farà notare che il film è palesemente ispirato a Breaking Bad.” Al che io ho aggiunto (parole testuali, rimaste nel registro nelle mie attività); “L’ho visto ieri sera e ho avuto questo pensiero tutto il tempo! Però ciò non toglie che sia un film divertente e ben recitato”.

Orbene, dopo pochissimi minuti il commento è stato eliminato e con esso il mio.

Quindi userò questo post nel mio blog per affermare senza tema di censure, che “Smetto quando voglio” è un omaggio (e se non è così allora è una scopiazzatura) dall’inizio alla fine alla serie americana TV “Breaking Bad”, anzi, alla grandissima serie TV, perché è una delle migliori produzioni che si siano mai viste sui teleschermi di ogni tempo. A richiesta articolerò un’analisi dettagliata della mia affermazione; non lo faccio ora perché non voglio spoilerare e togliere quindi il gusto di andare a vedere il film.

(Comunque Sermonti è figo anche quando fa il coatto).