Italia-Olanda e ritorno

Questo è il viaggio testè compiuto.

No, non sono rimasta bloccata dalla piena. Sono tornata a casa salva, anche se non troppo sana. A Delft, nella piazza desolata già alle sei di sera, le folate erano impietose, e si sa com’è il vento olandese, fa girare le pale.

Però la missione è stata compiuta e ora non resta che verificare la bontà dell’intuizione da businessman del mio nasuto compagno. Ho trovato anche il tempo e il modo di fare una carrambata travalicando il confine della virtualità (insomma ho incontrato un’amica di Second Life), e di questo sono molto soddisfatta; non abbiamo mai sbagliato strada, nonostante due navigatori (molto divertente impostare due destinazioni diverse e sentirli litigare tra di loro) e, a parte un flash sospetto a Stoccarda… forse non abbiamo preso nemmeno una multa.

E ora un po’ di attività formativa. Seguono alcune immagini che illustrano aspetti forse meno conosciuti, ma fondamentali, per la conoscenza dell’Olanda.

Mentre ad Amsterdam ci sono le donnine discinte, a Delft in vetrina ci mettono i gatti in pelliccia.

Dietro la piazza principale, alle spalle del Municipio, è possibile urinare in pubblico. La presenza di un adiacente tendone-birreria potrebbe non essere casuale. Ovviamente le donne se la tengono invece...

 

Un particolare del tetto del nostro albergo. Quella affacciata non sono io.

 

 

Lungo le strade della città si possono incontrare numerose spugnette di questo tipo. Non siamo riusciti a capire il perché.

Non ho voluto la bicicletta…

… però mi tocca pedalare.

Perché non si pensi che io sia una carampana smanettona impelagata in mondi virtuali, col cervello in pappa e la muscolatura atrofizzata, si sappia che da alcuni mesi ho appreso la nobile arte dell’andare in bicicletta reclinata.

Modello di velocipede al quale sono abituata.

La bicicletta reclinata è un velocipede che, al posto del sellino triangolare, ha una specie di sedia sdraio su cui il guidatore gode di ulteriori punti di appoggio oltre ai consueti. Così che il peso del corpo non preme sul perineo e compagnia bella, ma viene distribuito sull’intero posteriore, schiena compresa.

Detta così pare una bella cosa.  Se non che, data la conformazione del mezzo, il ciclista si ritrova semisdraiato a pedalare con le gambe per aria. E, almeno per me, non è una cosa proprio bellissima.

Intanto perché dopo un po’ mi s’informicolano le gambe, poi perché in quella posizione trovo difficoltà a fare cose tipo curvare, fermarmi e ripartire (che non sono indispensabili, ma a meno che non ci si trovi sulla pista ciclabile più lunga del mondo deserta, può capitare di dover fare), e poi perché è una posizione ridicola ed essere additata dai passanti non è la mia massima aspirazione.

Mi dicono che con queste biciclette si fa molta meno fatica e si possono fare percorsi lunghissimi senza rischiare di arrivare stremati a destinazione, come di solito capita a me quando pedalo per più di 800 metri.

Mi dicono anche di fare poche storie, che tanto questo mi tocca… fino alla prossima fissazione del mio compagno nel viaggio della vita. Sperando che non gli venga in mente di provare il parapendio.