Mala tempora currunt.

C’è una scena in “Io e Annie” di Woody Allen in cui la madre porta il piccolo Alvy Singer dal dottore perché è diventato depresso e indolente, e alla domanda del medico “Perché sei depresso Alvy?”, il bambino risponde “L’Universo si sta dilatando” e la madre arrabbiata “Ma sono affari tuoi questi?”. *

Ecco, attualmente io sono Alvy Singer.

Elenco delle cause di ansia in ordine casuale: il futuro, il clima (caldo, freddo, pioggia, neve, vento), le deviazioni (di qualsiasi tipo), Donald Trump, le scadenze e gli orari, la Borsa, l’assemblea di condominio, la malattia di mia madre, il razzismo, il sessismo, il finto buonismo, il vero cattivismo, i ragazzi nella grotta in Thailandia, Kim Jong-un, gli ingorghi, i ritardi, la burocrazia, il rossetto che sbava, i migranti che affogano, le massaie che non mettono il divisore sul nastro delle casse al supermercato, C. che non risponde al telefono, C. che viaggia in aereo e in elicottero, aspettare l’autobus, aspettare qualsiasi cosa, fare la coda, ritirare i risultati degli esami medici, le armi, le scarpe non intonate alla borsa, l’attuale Governo.

E così, quando mi si parano davanti tutte affastellate insieme, se riesco a chiedermi “Ma sono tutti affari tuoi, questi?” rispondo “Sì, tutti. Tutti”.

Il titolo, per i non avvezzi al latino, si traduce in toscano popolare con “L’è maiala”.

*Qui c’è la scena completa.

Interstellar, ovvero “è solo un film” – parte seconda

Tra le recensioni del film del momento, ho trovato questo interessante articolo di Annalee Newitz, giornalista esperta di scienza e tecnologia, che, analizzando l’andamento di certa fantascienza, definisce anche a me stessa un paio di concetti che avevo percepito, ma non razionalizzato così chiaramente.

Per chi non avesse troppa dimestichezza con l’inglese, mi permetto di proporne una versione parziale in italiano.

Premessa: la traduzione in certi punti non è letterale, ma spero di avere mantenuto il senso del discorso. (Non sono una traduttrice, e questo passa il convento. Inoltre in alcuni passaggi ho chiesto la consulenza del mio astronomo personale, quindi se c’è qualche inesattezza la colpa è sua. Anche voi però potreste darvi da fare e studiare l’inglese, eh?).

“(…) Chiariamo subito una cosa. Non ci sono film di fantascienza che siano perfettamente corretti, quando si tratta di fisica e di altre aree della scienza. Qualsiasi storia che coinvolga il viaggio interstellare è, per definizione, basata sulla speculazione. Non abbiamo idea di come funzionerebbe un viaggio più veloce della luce, così ci affidiamo ad analogie semi-scientifiche, dai viaggi spazio-temporali (wormhole) ai salti interdimensionali, dall’ipersonno al trasferimento della mente. Queste analogie sono tutte basate sulla conoscenza scientifica contemporanea, ma naturalmente sono anche estrapolazioni imprecise che possono alla fine rivelarsi una completa sciocchezza (N.d.T. sarebbe bullshit, ma insomma ci siamo capiti…).

Ma c’è una differenza tra il viaggio spazio-tempo, che è raffigurato superbamente in “Interstellar”, e l’idea che l’amore sia una “quinta dimensione” che può consentire a un uomo di saltare all’interno di un buco nero e viaggiare a ritroso nel tempo per comunicare con la figlia di 10 anni. Questo è ciò che ci viene chiesto di credere in “Interstellar”, la cui scena culminante vede Cooper volare dentro il buco nero Gargantua. Una volta che è all’interno, viene salvato da misteriosi esseri penta-dimensionali che lo mettono in un ipercubo dove il tempo si comporta come lo spazio – siamo in grado di vedere milioni di versioni della camera della figlia intorno a lui, ognuno dei quali rappresenta una fetta di tempo.

Fino ad ora, siamo su un terreno strano, ma ancora relativamente solido, quando si tratta di scienza speculativa. Il fisico Kip Thorne, che è stato consulente del film, scrive nel libro intitolato “The Science of Interstellar” che potrebbe immaginare plausibile un tale evento. Altri fisici non sono d’accordo con lui, ma non è questo il problema. Il vero problema è che Cooper capisce come contattare sua figlia ricordando ciò che la sua collega Brand gli ha detto – che l’amore è una “forza” che trascende le dimensioni, proprio come fa il tempo. Usando la forza dell’ “amore”, che lo guida attraverso la sconcertante serie di tempo-camere, trova finalmente la giusta versione di sua figlia con cui comunicare. E le manda un messaggio attraverso il tempo.

Questo è un esempio di confusione tra fisica e metafisica, assumendo che i fenomeni osservabili come la gravità siano stati psicologici come l’amore. In altre parole, si confonde la linea tra scienza e spiritualità, senza mai ammettere però che è quello che sta succedendo.
(…)
il problema qui non è sostenere che le credenze spirituali possano mescolarsi con la realtà scientifica. Il problema è confondere le categorie. Solo perché due cose sono ugualmente importanti non significa che siano la stessa cosa. Non c’è assolutamente alcuna prova che l’amore trascenda il tempo, ma c’è una significativa prova fisica che altre dimensioni lo facciano.

Questo concetto che l’amore “trascende” lo spazio e il tempo fa un’apparizione anche in “Contact”. In quel film, basato sul lavoro di Carl Sagan, la protagonista compie un viaggio attraverso lo spazio/tempo e comunica con gli alieni che prendono la forma di suo padre. L’idea è che sono così alieni che le possono apparire solo assumendo la forma di una persona che ama. In ultima analisi, il suggerimento in “Contact” – come in “Interstellar” – è che l’amore è una forza che possiamo misurare con la fisica.

Probabilmente possiamo trovare un sacco di queste analogie tornando indietro fino a “2001: Odissea nello spazio”, che è stato scritto da Arthur C. Clarke nel 1960. In quel film, scopriamo che l’umanità è stata tirata su da alieni divini che ci hanno osservato con benevolenza per centinaia di migliaia di anni. Ora che stiamo lasciando la Terra, tornano a salutarci – e l’esperienza è rappresentata come una sorta di rinascita spirituale.

(…)

Astronauti a confronto

Astronauti a confronto

Come “Contact”, “2001 Odissea nello spazio” offre immagini totemiche con uno sforzo di rappresentare qualcosa che è profondamente irrappresentabile. E sia, ma il problema è che conduce ad una quantità di pensiero errato su ciò che è scientificamente plausibile. Ciò che è meno accettabile in film come “2001 Odissea nello spazio”, Contact, “Interstellar” e molti altri è che vogliano rivendicare una sorta di validità scientifica.

Si tratta di film che hanno lo scopo di divulgare la scienza e il nostro desiderio di colonizzare lo spazio, e tuttavia fondamentalmente mentono al pubblico su come funziona lo spazio. Suggerendo che l’amore può piegare il tempo, o che i viaggi nello spazio siano un viaggio psichico, non semplificano questi concetti in  modo da renderli più comprensibili per le persone senza formazione scientifica. Li travisano semplicemente. Invece di rendere la scienza più emozionante ed accessibile, questi film la rendono più confusa.

(…)
Non sto dicendo che la fantascienza debba aderire a una formula noiosa di raccontare solo storie che si basano su teorie scientifiche stabilite. Mi preoccupo però quando la scienza è ridotta a spiritualità. Ci sono verità, là fuori, scoperte dalla scienza. E non dobbiamo dimenticarle o il futuro è veramente perduto.”

Chiaro, no?

[Inizio autocitazione] Come scrissi a suo tempo a proposito del “Codice da Vinci”, il rischio è che dopo avere letto il romanzo (ro-man-zo) la gente pensi di essere più acculturata. [Fine dell’autocitazione]

Per concludere vorrei condividere un altro articolo che fa il pelo e il contropelo al film, firmato da Phil Plait, astronomo e scrittore. Ma questo è già in italiano e ve lo leggete da soli.

Interstellar, ovvero “è solo un film” -parte prima

       Siccome il film è lungo ho pensato di dedicargli un post in due parti.

Ho visto “Interstellar” domenica scorsa, in compagnia di un radioastronomo.

Non è che io mi scelga l’accompagnatore al cinema in base al film, altrimenti guarderei solo quelli di surfisti. (“Un mercoledì da leoni” o “Point Break”, non so se mi spiego). No, casualmente colui che mi fa pedalare, e che, come si dice, condivide una parte della mia vita, fa questo mestiere.

Non è incidentale che l’abbia precisato, perché già durante la visione l’ho sentito mugugnare. Siamo ambedue appassionati di fantascienza, sia scritta che vista, da molti anni, e quindi siamo anche abbastanza smaliziati da non cadere in deliquio alla prima scena di effetti speciali in dolby surround.

Travolta dal coro ululante di un pubblico estasiato e concorde (almeno così mi pareva di primo acchito), ho provato ad avanzare qualche critica nella pagina Facebook del film, ma sembravo una mosca bianca, o una pecora nera. O una qualsiasi altra bestia dal colore acceso.

- Babbo, da grande voglio fare la ballerina. - Murph, tu ci rovini tutto il film...

– Babbo, da grande voglio fare la ballerina.
– Murph, tu ci rovini tutto il film…

Preciso che a me il film è piaciuto, tutto sommato, perché in quasi tre ore non fa nemmeno appisolare, perché il cast è solido anche nei ruoli “minori”, perché gli effetti sono speciali, perché la tensione coinvolgente e la musica avvolgente. Se non fosse stato presentato come un capolavoro assoluto, il film della svolta dell’umanità, basato su verità scientifiche, non starei qui a cavillare. Gli avrei dato quattro o cinque palle. Il problema è leggere commenti entusiasti di gente che di scienza non sa un’acca, e che invece, dopo aver visto il film, si sente con la verità in tasca pronta per capire i segreti dell’universo. Inoltre, se gli si fa presente che forse qualche “piccola” incongruenza c’è, rispondono che non capisci e che il film non è per tutti.

Poche cose mi fanno andare veramente in bestia. La più efficace è essere derubricata come se fossi una stupida, da chi non saprebbe nemmeno cosa vuol dire “derubricata”.

(continua)

Comic Con tanta carne

Sto facendo il pieno di video dal Comic Con concluso da pochi giorni. Sopraffatta dalla lussureggiante abbondanza di muscoli e bellezze maschili (curiosamente quelle femminili sono in netta minoranza, ma chi se ne importa), festeggio il primo giorno di agosto che coincide col genetliaco di uno che non è molto muscoloso, non è un supereroe e non ha mai voluto accompagnarmi a San Diego. Il vantaggio è che non legge il blog, e quindi posso dirne tutto il male che voglio.

Nel video qui presente, dedicato alla Marvel, l’entrata del cast degli Avengers, con Robert Downey Jr al minuto 14:42, vale tutto il panel.

Idiots

Oggi sarò particolarmente intollerante, non so, ma sarebbe un giorno buono per ritirarmi in un eremo senza avere sentore di quel che accade nel mondo.

Invece, tanto per restare in tema col post precedente degli analfabeti funzionali, mi tocca leggere questo articolo del Corriere della Sera.

Un buontempone americano ha pubblicato sul suo profilo Facebook una foto con Spielberg seduto davanti a un triceratopo, parodiando le foto dei cacciatori di fronte alle loro prede. spielberg triceratops

A un pubblico minimamente informato, non è necessario spiegare altro. Perché un pubblico minimamente informato sa:

  1. che Spielberg è un regista,
  2. che Spielberg ha girato Jurassic Park,
  3. che Jurassic Park è un film che parla di dinosauri,
  4. che il triceratopo era finto,
  5. che il triceratopo, come tutti i dinosauri, è estinto da milioni di anni,
  6. che i dinosauri non sono morti perché li ha uccisi Steven Spielberg.

Ebbene, le reazioni sono raccontate nell’articolo e visibili nei commenti al post. In breve, orde di indignazioni animaliste (ma di quelle becere e fuori di testa, come ce ne sono spesso purtroppo) hanno inondato i commenti, accusando il regista di posare davanti a un… pupazzo. Computerizzato e sofisticatissimo, ma sempre pupazzo era.

Le mie reazioni è meglio che non siano manifeste, ché non amo usare il turpiloquio in pubblico.  Posso solo dire che tutto verte intorno alla libertà di parola, all’accesso indiscriminato a internet, al sistema educativo in vigore in ogni stato del mondo, al suffragio universale. Tutti pensieri, lo confesso, molto poco democratici.

L’unica consolazione è che tutto il mondo è paese e l’ignoranza non ha confini, siamo (anzi, sono) tutti affratellati dal vuoto delle loro teste.

 

Critica

Leggendo in giro saltando di link in link, seguendo spesso un filo poco logico e casuale, mi capita spesso di imbattermi in siti, blog o quello che sono, che parlano di libri, film e serie tv. Ora che ci penso il filo non è poi così illogico, dato che sono tra gli argomenti che preferisco.

Per questo mi fermo e leggo le cosiddette “recensioni”. In alcuni casi, non tutti s’intende, le virgolette sono obbligatorie perché, secondo me, una recensione è una cosa diversa.

A colpo d’occhio sono dei pezzi piuttosto lunghi, corredati da foto, screenshot e video. Leggendo mi accorgo però che la gran parte del post (o articolo, come piace chiamarlo agli autori per sentirsi giornalisti) non è altro che il riassunto più o meno dettagliato della trama. Inutile poi buttare lì “cifra stilistica” o “stilemi” nelle ultime due righe come una formuletta magica, per illuderci che chi scrive sia un espertone di linguaggi visivi. Se mi racconti per filo e per segno tutta la puntata, nel migliore dei casi, se l’ho già vista, mi fai perdere 10 minuti. Nel peggiore dei casi, mi inondi di spoiler e la prossima volta mi guarderò bene dal caderci di nuovo.  ratatouille-anton-ego

È come quando propongono l’ascolto guidato di un’Opera. Non è che mi devono presentare l’intreccio, se non per i fatti fondamentali. Alessandro Baricco (quello figo, abilissimo scrittore del nulla) è un eccellente narratore di musica, spiega il ruolo degli strumenti, accompagna nel dipanarsi di note e melodie, presenta aneddoti e curiosità, è un vera guida nell’ascolto.

Mi è capitato, viceversa, di assistere a una serata dedicata a “Jesus Christ Superstar”, con il conduttore che si è limitato a raccontare la storia. Praticamente era una lezione di catechismo, con l’ascolto di musica che posso fare quando voglio, per conto mio, mettendo il vinile sul giradischi.

Da una recensione mi aspetto un’analisi, un giudizio, una guida, non il racconto pedissequo di quello che succede. Per ora l’età senile non mi impedisce di capirlo da sola.

Nei siti stranieri si parla di “recap” che vuol dire sommario, riassunto. Se non sai recensire un prodotto, non m’illudere, recappalo pure, magari anche con le battutine da divano che funzionano sempre con gli amici. Ma criticare è una cosa seria.

Quel tonno di Kevin

Dear Kevin,

posso chiamarti Kevin? In fondo ci divide meno di un decennio e condividiamo il segno zodiacale. Lo so che non conta niente, ma era per rompere il ghiaccio.

Mi ricordo di te, o Kevin, fin dal tuo esordio in uno dei miei film cult, anche se Il grande freddo racconta un’altra generazione, ma io amo il vintage e poi la colonna sonora è meravigliosa. E anche William Hurt che fa il reduce impotente.vlcsnap-2014-05-31-16h32m14s244

In quel film veramente di te si vedevano solo dei pezzetti mentre ti acconciano per il funerale, in particolare i polsi che il tuo personaggio (Alex, un altro punto di contatto) aveva tagliato prima dei titoli di testa. L’abbiamo saputo dopo che eri tu, pretesto invisibile per la riunione di un gruppo di amici thirty-something alle prese coi ricordi, i cambiamenti e il tempo che passa.

Il tempo passa, Kevin, tutti cambiamo. Anche tu sei cambiato, sei invecchiato, ma con grande classe, e sei ancora bello. Hai fascino da vendere. Credo che non ti mancheranno le proposte di ogni genere, intendo lavorative. Sai, i film, Kevin, quei filmoni hollywoodiani con gli inseguimenti e i complotti, o le storie d’amore, o le avventure coi cowboys e gli indiani.

Oppure una bella serie TV, ne stanno producendo di grandissima qualità. Hai presente Breaking Bad, True Detective o ultimamente Fargo? Ecco, sono solo esempi, ma ti ci vedrei benissimo in un poliziesco seriale. Informati. Chiedi al tuo agente. Oppure preferisci il fantasy? Vuoi che George R. R. Martin non abbia creato un re o un cavaliere che tu possa interpretare?

Tu potresti ribattere che proprio io mi permetto di dirti queste cose, che sono anni che non trovo uno straccio di lavoro. Lo so, Kevin, la situazione è drammatica, ma non sono un’attrice, non più, paradossalmente sarebbe stato meglio. Guarda piuttosto Jane Fonda, che interpreta la proprietaria della rete televisiva in The Newsroom, altra grande serie.  kevin-con-tonno

Insomma, Kevin, non ci posso credere che tu abbia trovato solo lo spot del tonno per fare un po’ di soldi! Non ci credo. Licenzia il tuo agente, fai qualcosa, ribellati! Dì che è stato un errore, che avevi frainteso, che sei onesto e onori gli impegni presi, ma ora abbandona il tonno agli attori di serie B, per favore. Il tonno no, Kevin, no.

Sinceramente e stimatamente.

Ironica

P.S. Ora, Kevin, mi potresti contestare che Bryan Cranston ha fatto la pubblicità a una nota pomata per le emorroidi. Ma era giovane, all’inizio della carriera. Ora è fottutamente cazzuto e come minimo recita con Godzilla, non con un tonno.

Bryan Cranston in uno spot pubblicitario degli anni '80. Sì quella che ha in mano è la cremina per le emorroidi.

Bryan in uno spot pubblicitario degli anni ’80. Sì, quella che ha in mano è la cremina per le emorroidi, embè?

 

Trash_endence

Transcendence, ovvero “dove andremo a finire, signora mia?”. TRANSCENDENCE

Immaginiamo un mega computer, velocissimo, potentissimo, e anche senziente, al quale se chiedete “puoi dimostrare di avere coscienza di te stesso?” lui risponde ” tu puoi farlo?”. A questo punto i personaggi dentro il film si guardano colpiti da tanta arguzia, mentre gli spettatori al massimo cambiano posizione sulla poltrona.

Immaginiamo che dentro la rete neurale di questa intelligenza artificiale venga uploadata la mente di un essere umano. Nello specifico, il cervello di Johnny Depp, in versione scienziato stropicciato e avvelenato col polonio da un commando di terroristi, contrari agli eccessi della tecnologia perché dannosa per l’umanità. (Un classico).

Ecco che, una volta morto, lo scienziato torna sotto forma di presenza virtuale, potente, onnipresente e forse davvero pericoloso. Insomma una sorta di Her all’ennesima potenza, che, replicandosi in tutti i computer attraverso internet, potrebbe prendere il controllo di tutto, ma proprio tutto. Un altro classico: lo scienziato pazzo che vuole dominare il mondo. Ma è poi davvero cattivo il povero Johnny ridotto a un ammasso di bit?

Evito di raccontare la trama nel dettaglio per due motivi: il primo è che non voglio rovinare il gusto di chi andrà a vedere il film, il secondo è che nella seconda parte ho dormicchiato un po’. Colpa dell’ora tarda e delle poltrone troppo comode.

Comunque ho capito lo stesso, perché sono intelligente e perché tanto originale questa storia non è.

lawnmowerman5In ordine cronologico ho trovato riferimenti a Il tagliaerbe, del 1992, in cui un tizio prima bonaccione e anche un po’ ritardato, diventa sempre più intelligente e alla fine diventa pura energia per controllare tutte le reti di comunicazione.

Ma soprattutto ho ritrovato i nanorobot della serie TV Revolution in cui in un futuro distopico (quanto mi piace questa parola), la Terra si ritrova senza elettricità a causa di un misterioso evento, che somiglia molto a quello del film in questione. revolution_nanites

In conclusione, un film un po’ confuso, a tratti noioso, nonostante tanti bei nomi e belle facce (insieme a Depp ho apprezzato Paul Bettany che interpreta l’amico scienziato, che però… ).

Da 1 a 5 darei 2 palle e mezzo, come incoraggiamento.

E andiamo sempre avanti, mai avere paura della scienza e della tecnologia.

Breaking Bad de noantri

“Ieri sera, dopo un lungo periodo di astinenza, alleviato da visioni casalinghe, sono tornata al cinema. Purtroppo era una di quelle multisala luccicanti e piene di caramelle, coi display come alla stazione, e le code come alla posta; ma per fortuna quando si spengono le luci, ci si può dimenticare che siamo lungo la tangenziale, circondati da centri commerciali e parcheggi.

Già da prima che uscisse ho desiderato vedere “Smetto quando voglio”; l’idea dei ricercatori precari e/o disoccupati che creano una banda di spacciatori mi solleticava parecchio. Per motivi personali.

Non che io sia mai stata coinvolta nella produzione o spaccio di droga, ma nella precarietà e nella disoccupazione dei ricercatori sì.

Il film si è mantenuto ai livelli delle mie aspettative, o speranze. E’ divertente, fa pensare, ben recitato, scorre via gioiosamente, parla di temi attuali e spesso drammatici con leggerezza ma non superficialità. Facce vere, attori semigiovani e conosciuti ma non troppo. Avrei da ridire su un paio di congiuntivi perduti sia dal personaggio del neurobiologo che dal poliziotto, ma posso chiudere un orecchio, per stavolta.

In conclusione non posso che consigliarne la visione, anche a coloro che, come me, apprezzano certe ottime serie televisive, alle quali il film strizza l’occhio con piacevoli rimandi.”smetto-quando-voglio-recensione

Questo è ciò che avrei scritto subito dopo la visione del film, o al più tardi questa mattina.

Se non che, un curioso episodio mi stimola ad aggiungere qualche ulteriore osservazione.

Nella pagina Facebook di Fandango, che ha prodotto il summentovato film (scusate ma sono sotto l’influsso manzoniano), sotto la notizia di un incontro con gli attori, una gentile utente aveva lasciato un commento di questo tenore (non ricordo le parole esatte): “Spero che qualcuno farà notare che il film è palesemente ispirato a Breaking Bad.” Al che io ho aggiunto (parole testuali, rimaste nel registro nelle mie attività); “L’ho visto ieri sera e ho avuto questo pensiero tutto il tempo! Però ciò non toglie che sia un film divertente e ben recitato”.

Orbene, dopo pochissimi minuti il commento è stato eliminato e con esso il mio.

Quindi userò questo post nel mio blog per affermare senza tema di censure, che “Smetto quando voglio” è un omaggio (e se non è così allora è una scopiazzatura) dall’inizio alla fine alla serie americana TV “Breaking Bad”, anzi, alla grandissima serie TV, perché è una delle migliori produzioni che si siano mai viste sui teleschermi di ogni tempo. A richiesta articolerò un’analisi dettagliata della mia affermazione; non lo faccio ora perché non voglio spoilerare e togliere quindi il gusto di andare a vedere il film.

(Comunque Sermonti è figo anche quando fa il coatto).

La vita non è un film

Oggi, mentre tentavo di copiare la terza stagione di “Downton Abbey” su una chiavetta USB (vorrei aggiornare mia madre, che crede che Matthew sia ancora vivo) mi si è impallato il pc per due volte. Alla fine ho rinunciato e ho attaccato il disco esterno direttamente al televisore.

In un film non sarebbe successo.

Nei film non si bloccano mai. La barra avanza in modo ansiogeno, questo è vero, ma lo fanno apposta per noi che guardiamo. Temendo per l’incolumità del personaggio alle prese con il trasferimento clandestino, palpitiamo, anche se qualunque spettatore smaliziato sa che il 100% comparirà appena in tempo, per permettere la rapida estrazione della chiavetta.

Anche questo è differente.

Io, che son precisa, disattivo sempre la chiavetta o chi per lei, prima di staccarla. Per questo mi beccherebbero e non potrei mai darmi allo spionaggio industriale.  Nei film viene strappata via proprio mentre il ladro (quasi sempre dalla parte della ragione però) sta per essere scoperto da un addetto della security massiccio, armato e molto cattivo. Ma non succede, perché fa in tempo a nascondersi dietro a una tenda, sotto un tavolo oppure (soprattutto se è una bionda in abito da sera) a simulare un’amnesia durante la ricerca della toilette.

Da cui si evince che per estrarre la chiavetta senza disattivarla, dovrò prima tingermi i capelli di biondo.