Chi mi ama, mi segua. (Ma non aspettatevi miracoli)

Lo so che non è la stessa cosa.

Ma per motivi vari e di vario genere, l’aggiornamento del blog in questo periodo mi risulta estremamente faticoso.

Non che sia impossibile una visione ironica nelle sale d’attesa di ambulatori e ospedali, o tra gimkane di appuntamenti per visite ed esami medici. Magari in autunno, con un clima più favorevole, riuscirei anche a sorriderne. Ma, come nella migliore tradizione personale, l’insorgenza di emergenze mediche in famiglia è molto più probabile durante l’estate, meglio se caratterizzata da fenomeni climatici meritevoli di nomi mitologici.

Dicevo, lo so che non è la stessa cosa, ma ci sarebbe la mia pagina su Facebook da seguire, dove mischio senza impegno la vita “reale” (quella fatta di ciccia e accadimenti) con quella “virtuale”, abbastanza vuota anch’essa, a onor del vero.

La segnalo qui, senza impegno, come si aggiunge un’ultima notizia volante dopo aver già salutato.

pagina facebook, avatar

Clicca la foto (se ti va).

La natura, che forza!

So di essere vecchia perché mi ricordo quando l’Italia, come ci insegnavano alle elementari, aveva il clima temperato.

DSCN0685La foto è stata scattata  a casa mia, proprio nella zona più colpita dal “downburst” di sabato. Non sto a spiegare come si formi, ma in pratica è una colonna di aria fredda che colpisce perpendicolarmente il terreno e si espande come se esplodesse.

Come se Odino lanciasse violentemente uno strale di ghiaccio che si frantuma in mille pezzi, in tutte le direzioni. Sì, direi che è scientificamente attendibile così.

Questo fenomeno ha la caratteristica di essere molto localizzato, tanto è vero che amici e parenti che abitano in quartieri diversi, non si sono accorti di nulla. Da loro c’è stato un semplice temporale. Dilettanti.

Ora la strada è stata ripulita dalle auto parcheggiate che sono state spiaccicate dai rami, dagli alberi caduti e dalle fronde e presto verrà riattivata la circolazione delle auto.

Siamo stati tre giorni in un silenzio innaturale, si sentivano solo le motoseghe. Ho camminato in mezzo alla carreggiata, tra i resti profumati di Natale dei pini devastati, e nonostante il paesaggio desolato e troppo luminoso, ho assaporato la quiete dopo la tempesta.P1040461

Da domani riprendono i bollini rossi, anzi i bollori, e io faccio il conto alla rovescia per il 19 settembre.

È per la nuova stagione (anche climatica) e no, non c’entra San Gennaro.

Pedalo strano

La mia routine è tornata sui binari consueti, dopo un brevissimo periodo in cui lo sfasamento è stato comunque minimo.

Insomma, niente villeggiatura neppure quest’anno. E non uso questa parola a caso, ché i disoccupati non hanno ferie, e viceversa sono sempre in vacanza, etimologicamente parlando.

Sono stata trascinata, quasi alla lettera, lungo le strade dell’Emilia Romagna, a bordo di un veicolo più unico che raro. A questo proposito, se a qualcheduno capitasse di vedere, o gli fosse narrato da conoscenti stupiti di aver avvistato uno strano modello di velocipede a due posti (un tandem insomma), coi pedalatori seduti in posizione reclinata, ecco, sappiate che quella dietro ero io. Non ci si può sbagliare, sul territorio nazionale non ne esistono altri esemplari.

Il tandem reclinato, di produzione olandese, allestito per un breve viaggio.

Il tandem reclinato, di produzione olandese, allestito per un breve viaggio.

E non lo dico con l’arietta soddisfatta, che si sappia. Immaginate un’espressione timida e quasi implorante comprensione.

La gente che ci vede normalmente sorride, ci addita, si ferma a guardare, saluta. Qualcuno ammicca e allude alla comodità di chi sta dietro perché può viaggiare a sbafo. A questo proposito colgo l’occasione per precisare che, data la configurazione del mezzo, non è possibile per il viaggiatore posteriore smettere di pedalare. Quindi piantatela di fare illazioni: io pedalo sempre.

I più ardimentosi ci rivolgono la parola immaginando una risposta in lingua straniera. Così ci è stato detto “Pensavo che foste tedeschi”. Che poi al massimo io potrei essere una tedesca oriunda, perché non ho i tratti caratteristici del popolo germanico.

Anche se ultimamente il mio parrucchiere ci è andato giù pesante coi colpi di sole. Forse è per quello.

Semplificazioni

Mi sento in colpa se mi lamento troppo. Per questo ho deciso di condividere col mondo la mia lietezza nell’aver scoperto che non è più necessario inviare per raccomandata i certificati di malattia all’INPS.

L'immagine è puramente ornamentale.

L’immagine è puramente ornamentale.

Non avendo più un’occupazione da dipendente (anzi, non avendola affatto) da anni, è stata una rivelazione recente che mi ha sorpreso. Mi piace pensare che la novità sia stata introdotta anche in seguito alle mie rimostranze, quando anni fa, con la polmonite, dovetti recarmi di persona all’ufficio postale per effettuare la spedizione.

Sebbene non abbia avuto avvisi di epidemie all’epoca, ricordo che rabbiosamente tossivo spargendo batteri nell’aere, maledicendo i burocrati ottusi che ignoravano le esigenze dei lavoratori malati e soli.

Ora che l’istanza è stata recepita non mi resta che trovare un lavoro che mi permetta di ammalarmi tranquillamente.

Vacanza?

Secondo il significato etimologico, “vacanza” è il periodo privo di impegni, vuoto, libero da occupazioni. Non sono in vacanza, di cose da fare ce ne sono tutti i giorni, nessuna ludica, nessuna apportatrice di gioia o serenità.

Però andare in vacanza d’estate ha un senso. Perché fa caldo, perché il periodo di luce è più lungo e quindi… Francamente non lo so. So solo che io, da qualche tempo, sono abbattuta da una fiacca senza precedenti.

Non è pigrizia, quella la riconosco: è quando non ho voglia di fare niente. Stavolta invece voglio agire, ma sono gli apparati che costituiscono l’organismo che non rispondono.

E’ come se l’ATP fosse sotto il livello di guardia, come se i miei mitocondri fossero in vacanza, loro.

L’unica cosa che mi riesce bene è dormire. Come diceva la canzone dedicata alla stanchezza “Il mio cuore si ribella a te, ma il mio corpo no”. Si riferiva ad altro? Non importa.

Davvero, mi piacerebbe scrivere ancora ma proprio non ce la fac

Cosce dell’altro mondo

Periodicamente, all’arrivo di quello che la gente priva di fantasia definisce “bel tempo”, mi lamento per i disagi delle alte temperature. Uno dei disagi, per me, è che la gente si spoglia, e, per gli altri, che dovrei farlo anch’io. Del resto siamo tutti molto ligi alle indicazioni degli esperti che nei telegiornali ci dicono come mangiare, bere, vestirsi, vivere.

Sarà anche per questo che esco poco, aspetto l’autunno, certamente una stagione più elegante, e con meno cellulite esposta.

La disdicevolezza di questo effetto collaterale del caldo è stata recentemente segnalata da un giovane (indubbiamente, ha 25 anni) scrittore (nel senso che scrive) in questo dicusso articolo. 

Ecco gli unici hotpants che potrei indossare: la guaina contenitiva.

Hotpants.

Posso però giurare sulle mie bambole di carta (compreso l’intero guardaroba con le alette), che i motivi per cui disdegno i pantaloncini sono lontanissimi da quelli che adduce il giovinescrittore. Non c’è moralismo, non considero la coscia abietta di per sé, che anzi ha una sua dignità, eleganza e utilità. Trovo, al contrario, abbastanza vergognoso che 1. lui pensi quello che ha scritto; 2. che l’abbia scritto; 3. che qualcuno abbia dato il permesso di pubblicarlo.

Ma ora ammettiamo per un momento che, seguendo la logica del giovanescrittore, la coscia nuda sia giustificatrice di comportamenti anche aggressivi. Ne consegue che se, per ipotesi, incontrassi il giovinescrittore e qualcuno mi dicesse che è lui l’autore del pezzo (perché io quel giovinescrittore, per quanto possa essere famoso, non lo conosco) e improvvisamente lo prendessi a ceffoni, così, presa da un raptus, potrei discolparmi con “non è colpa mia, ha la faccia la schiaffi!”.

Oppure, non è che ognuno debba avere la libertà di andare in giro con le cosce e la faccia che ha, senza essere preso a mazzate?

To Rome with love (una palla)

La stagione dei telefilm viene e va… parodiando Battiato. E così molte serie chiudono per la pausa estiva, lasciando scie di sangue (Game of Thrones) e cliffhanger appetitosi (Doctor Who) o solo degli stuzzichini insipidi (Revolution).

In attesa di recuperare qualche serie per le serate calde, ho ripescato un film che, col senno di poi, avrei fatto meglio a lasciare affogare nel Tevere. Insieme a tutti gli interpreti di “To Rome with love” che ho visto ieri sera tra lo sconcerto e la tristezza.

Woody Allen è invecchiato male. Avevo apprezzato con qualche sforzo quel filmetto sui viaggi nel tempo a Parigi, ma questo proprio non si salva. Già dai titoli di testa ho capito dove saremmo andati a parare. Nonostante i font familiari delle scritte, la musica mi ha indicato chiaramente la china che stavamo per prendere. Niente jazz, niente swing, ma il Modugno più rappresentativo del Blu dipinto di blu; ed era il pezzo migliore.

Dalla prima inquadratura si frana nel tritume dei luoghi comuni (il vigile sul rialzo non lo vedevo dai tempi di Alberto Sordi), accompagnati da una colonna sonora che comprende “Ciribiribin che bel faccin…” non so se mi spiego. A un certo punto, per gli abitucci dei personaggi italiani, ho pensato che fosse un film in costume, ambientato negli anni ’50. E invece no, le femmine italiane di qualsiasi provenienza geografica (perfino da Pordenone), età, estrazione sociale, anche nel 2012 hanno l’aspetto antico e dimesso delle casalinghe del dopoguerra (il secondo, per fortuna).

Secondo Allen noi siamo così. Se non fosse il Frecciarossa sullo sfondo parrebbe una scena di "Poveri ma belli".

Secondo Allen noi siamo così. Se non fosse per il Frecciarossa sullo sfondo parrebbe una scena di “Poveri ma belli”.

Non voglio infierire oltre. Non dirò di quei poveri attori ridotti a figuranti o poco più, che prontamente avranno aggiunto al loro CV “film di Woody Allen”, nonostante fosse un ruolo di 10 secondi comprese le dissolvenze (Giuliano Gemma, Mariano Rigillo, Lina Sastri, Ornella Muti e Maria Rosaria Omaggio: una prece per tutti).

E poi nemmeno gli americani mi sono piaciuti. Non quel buzzicone di Baldwin in veste di voce della coscienza alla “Provaci ancora Sam” (oh Woody, ma che ti è successo? Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria), né Ellen Page con quel faccino da gatta morta, che invece era deliziosa in “Juno” (per far vedere che le cose le so).

Archivio quindi senza remore o dubbi con un voto minimo: una palla.

Ferragosto

Ci tengo a scrivere qualcosa, qualsiasi cosa, oggi 15 agosto.

Il giorno vacanziero per antonomasia. Buon per lei. Peccato che non lo sia invece per me, che non faccio vacanze per ovvi motivi, dato che chi non ha un lavoro non ha nemmeno le ferie. Il concetto è semplice ma tarda spesso ad arrivare ai neuroni della gente, che continua a chiedere dove vado in vacanza.

Mentre c’è qualcosa di altrettanto semplice che tarda ad arrivare ai miei neuroni: gli auguri di buon ferragosto.

Da quanda è nata questa usanza? Dove? Perché? Io me la sono ritrovata tra capo e collo qualche anno fa, con messaggi sul telefono e ora me la ritrovo nei social network, segno che non è soltanto un ghiribizzo di qualche singolo bizzarro.

I gavettoni sulla spiaggia, quelli sì che andavano di moda ai miei tempi. E il falò notturno. E il cocomero riempito di vodka. E quello che suonava la chitarra.

Tutti momenti perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

In cambio mi fanno gli auguri però.

Buon ferragosto.

Fiacchezza

Stamattina sono dovuta (e sottolineo dovuta) uscire di casa. La mia tendenza alla marmottaggine viene esaltata dalle condizioni climatiche estreme, e quindi ogni sortita è guidata dal verbo “dovere”. Comunque non è stato male, in scooter si hanno perfino dei nanosecondi di sollievo, se non fosse che ogni tanto ci si deve fermare, scendere, sollevare il mezzo sul cavalletto, armeggiare col bauletto e così via. In questi giorni in cui perfino cambiare posizione sulla sedia mi crea un senso di spossatezza, ogni attività muscolare mi preoccupa e se posso, la evito.

Perché fa caldo, fa molto caldo. Dopo i tumultuosi avvenimenti libici e la miseria che avanza, è la notizia più di moda in questo periodo. Come se non ce ne accorgessimo da soli. Come se avessimo tutti i recettori fuori uso, il sistema di termoregolazione in tilt, noi, poveri mammiferi omeotermi alle prese con la grande impresa di mantenere costante la temperatura.

Diteci qualcosa che non sappiamo, che ci sia di una qualche utilità. Non ci raccontate che Berlusconi è dimagrito, che Vasco Rossi è diventato un vecchio rimbambito, che Tizio si è fidanzato, che Caio gioca a racchettoni sulla spiaggia di Sabaudia. Che io manco sapevo dove fosse Sabaudia, o che esistesse. Ecco, meglio sarebbe dunque una disamina su luoghi poco noti; sono favorevole alle lezioni di geografia, di botanica, di storia antica.

Ma risparmiateci il quotidiano ripasso su quanto si suda quando fa caldo. Lo sappiamo, siamo noi quelli sudati.

Eccoci di ritorno

Breve e concisa, così è stata la vacanza. Siamo tornati in patria lo scorso sabato, in tempo per goderci fin dal primo giorno questo opprimente periodo di caldo schifosissimo.

La spiaggia di Giusterna, nei pressi di Capodistria. I bambini per fare le buche usano il martello pneumatico.

La Sirenetta di Pirano, Slovenia.

Durante il viaggio di ritorno ci siamo fermati qua e là, verificando come tra tutte l’estate sia la stagione meno adatta per il turismo, a meno di non essere appassionati di corpi in sovrappeso sudati, esposti dappertutto come Otaridi al sole.

In particolare io non lo sono del mio.

Capodistria: l'unico monumento al mondo al caduto, poco prima dell'increscioso avvenimento.

 

 

La gita è stata anche l’occasione per ripassare le nozioni della storia recente. Alla fine sono stata fortemente tentata di dichiarare guerra alla Slovenia per riprenderci l’Istria. Solo le alte temperature mi hanno convinto a desistere.

Il rientro dal Trentino, dove abbiamo fatto una visita a parenti in villeggiatura colà, è stato assolutamente tranquillo, alla faccia dei bollini rossi. L’unica cosa vermiglia è la mia faccia, ma sta già virando verso un bellissimo colore. Avrò presto la faccia di bronzo, insomma.