“Una cosa divertente che non farò mai più” (cit.) o Umiliati e offesi.

Ho partecipato alla prova preselettiva del concorso indetto dal Ministero dei Beni Culturali (per gli amici MiBACT) per 1052 posti per assistente alla vigilanza. Cioè, in parole molto misere, per fare il bidello nei musei statali.  IMG_20200113_114311

Inizialmente pensavo di raccontarlo secondo lo stile di Ironica, prendendo in prestito molto, ma molto immodestamente, il titolo da David Foster Wallace.

Poi sull’argomento ho letto in giro resoconti sedicenti ironici, scarsamente divertenti e scritti così così, e quindi ho pensato che fosse un inutile aggravio aggiungerne un altro al mucchio.

Anche perché la vicenda ha preso una piega inaspettata, a causa della frequentazione di alcuni gruppi su Facebook, un calderone eterogeneo di anime inquiete dalle mille voci.

Per scopi puramente strumentali (volevo informazioni su come organizzare la trasferta), poco prima di Natale mi sono iscritta a un paio di gruppi di concorrenti e simili (parenti e simpatizzanti).

Fino a che, prima dell’inizio delle prove, i post vertevano su problemi da risolvere, dubbi di logica, calcoli che non tornavano e consigli su come arrivare alla Fiera di Roma, tutto è filato abbastanza liscio. Nei limiti del funzionamento dei gruppi non moderati, in cui la gente scrive ma non legge, e quindi si ripetono decine di post identici ogni giorno. Però è anche grazie a queste reiterazioni che ho potuto ripassare quella matematica che non vedevo dagli anni ’70, e ho perfino imparato qualche nozione di calcolo combinatorio. Lo scambio reciproco di suggerimenti e sostegno è stato (spero anche per gli altri) utile e fruttuoso.

Fine dell’idillio.

Già dalle prime sessioni, quando hanno iniziato a trapelare notizie sulle domande oggetto della prova, sono montate le polemiche. Qualsiasi parametro che vi viene in mente poteva essere motivo di lite. Chi aveva lasciato il cellulare al guardaroba (come richiesto dall’organizzazione) contro chi se lo era tenuto in tasca; i primi ad aver sostenuto la prova contro quelli degli ultimi giorni; quelli che si potevano permettere di alloggiare a Roma (io sono una di quelle riccone privilegiate) contro chi affrontava viaggi notturni della speranza, su torpedoni e tradotte; i fortunati concorrenti di Roma contro il resto del mondo, proveniente da lande poco, mediamente e molto lontane; le mamme allattanti contro gli sprovvisti di prole; i diplomati contro i laureati (senza distinguere tra vecchio e nuovo ordinamento, mi pare); i giovani contro i vecchi; i lavoratori contro i disoccupati. Credo che ci sia stato anche il momento dei belli contro i brutti, ma non ci giurerei. Mi fermo perché mi sto annoiando da me medesima mentre scrivo, figuriamoci cosa potrebbe essere leggerlo.

Ma l’aspetto che mi ha maggiormente turbato è l’ostilità manifestata, anche con una certa violenza verbale, nei confronti di chi testimoniava la facilità delle domande somministrate, in confronto a quelle che abbiamo affrontato nelle esercitazioni.

L’accusa è stata “mancanza di umiltà”. Chi pensa che la domanda su quale romanzo (tra quattro proposti) sia stato scritto da Italo Calvino, sia elementare, e magari manifesta una certo ottimismo sull’esito della prova, non lo deve dire, perché commette un grave peccato di presunzione e, soprattutto, perché fa dispiacere a chi invece non possiede questa nozione. Ci resta male, ma non perché si rende conto delle sue mancanze, no, perché invece qualcun altro lo sa!

umiltà

Sul perché i concorsi li dovrebbero vincere gli ultimi e non i primi. Per simpatia!

Sembra quasi che l’ignoranza sia un valore da ostentare, e non una lacuna da colmare. A chi si lamentava con molta spavalderia e senza alcun rammarico per l'”assurdità” del quesito su un “certo” Francesco Baracca, di cui qualcuno vagamente ricordava il nome solo per una via cittadina (meglio di nulla), ho osato (sventurata) rispondere così.

modestia e ignoranza commento

Lascio all’immaginazione di chi legge il tono (e la grammatica) delle risposte.

Tralascio i gustosissimi commenti sull’opportunità degli argomenti in oggetto della prova. Gente che, smarrita (come me, del resto) di fronte alle divisioni a due cifre, si lamentava perché non “dobbiamo mica entrare al CERN!” (Giuro, uno l’ha scritto!).

Per finire, ribadisco il consiglio non richiesto di recuperare le opere di Nanni Loy, un altro personaggio, che, nominato in una domanda di cultura generale, è stato portato ad esempio come assurdo e misterioso oggetto non identificato.

La morale di tutto questo è che io non sono umile per niente, e che i concorsi sono come i figli: vanno fatti da giovani.

 

 

N.B. nel momento in cui scrivo, i risultati della prova non sono ancora usciti e, per motivi di ordine logistico e di pigrizia, spero di non averla superata. 

Dispar condicio

Ho bisogno di uno spazio tranquillo per ragionare su una certa cosa. Quale posto più accogliente del mio blog?

Nel gruppo di Facebook, che carinamente l’amica Rossa mi ha chiesto di amministrare con lei, si è scatenata una polemica sull’imparzialità della moderazione applicata su certi commenti.

Il gruppo ha come tema centrale la lingua italiana, o meglio, gli errori e gli orrori che si leggono e si sentono in giro. Un tema neutro, uno potrebbe pensare. Sbagliato. La lingua è anche molto politica e, se si vuole (e sottolineo se), offre facili appigli a dichiarazioni, battute, esternazioni al limite dell’insulto.

E questa è la premessa.

Ora si dà il caso che, come molte altre persone, perfino io abbia delle preferenze in politica. O meglio, delle s-preferenze (so che non si dice, ma qui sono nel mio blog e scrivo quello che mi pare). È facile quindi capire che di fronte alla battuta malevola su uno strafalcione linguistico di Salvini (tanto per fare un esempio) non mi faccia né in qua né in là, anzi, se sono di buonumore mi scappa pure un “mi piace”. Questa azione apparentemente semplice e innocua, viene registrata e giudicata dagli ipotetici (sia ben chiaro, è una storia romanzata, questa) sostenitori filo-leghisti (o di destra, o di… che ne so. Magari sono solo scassamaroni patentati).

I quali poi notano (forse hanno un quadernino nero in cui prendono appunti) che la stessa reazione condiscendente non si ha quando insulti (e per me idiota è un insulto, non so per voi), battutine stizzite e spesso gratuite, vengono rivolte verso altri personaggi di altre correnti politiche.

È vero. Io non sono imparziale. Io non sono equidistante. Per me non sono/siamo tutti uguali. Sono una che sceglie da che parte NON stare, perché l’imparzialità è di chi non ha opinioni o di chi, ipocritamente, finge di non averle.

Se fossi un Giudice sarebbe un problema, ma non devo decidere della vita e della morte di nessuno. Quindi continuerò ad avere delle opinioni e a essere di parte. E se non sono dalla parte che piace agli altri, pazienza. Essere popolare non è mai stato uno dei miei obiettivi.

E ora beccatevi pure la canzone.

E poi ti dicono tutti sono uguali

tutti rubano alla stessa maniera

ma è solo un modo per convincerti

a restare in casa quando viene la sera.

Chi mi ama, mi segua. (Ma non aspettatevi miracoli)

Lo so che non è la stessa cosa.

Ma per motivi vari e di vario genere, l’aggiornamento del blog in questo periodo mi risulta estremamente faticoso.

Non che sia impossibile una visione ironica nelle sale d’attesa di ambulatori e ospedali, o tra gimkane di appuntamenti per visite ed esami medici. Magari in autunno, con un clima più favorevole, riuscirei anche a sorriderne. Ma, come nella migliore tradizione personale, l’insorgenza di emergenze mediche in famiglia è molto più probabile durante l’estate, meglio se caratterizzata da fenomeni climatici meritevoli di nomi mitologici.

Dicevo, lo so che non è la stessa cosa, ma ci sarebbe la mia pagina su Facebook da seguire, dove mischio senza impegno la vita “reale” (quella fatta di ciccia e accadimenti) con quella “virtuale”, abbastanza vuota anch’essa, a onor del vero.

La segnalo qui, senza impegno, come si aggiunge un’ultima notizia volante dopo aver già salutato.

pagina facebook, avatar

Clicca la foto (se ti va).

Denti

Non so esattamente quali sentimenti la parola “dentista” provochi nella maggior parte delle persone. Immagino siano paura, timore, ansia, nervosismo (è un sentimento?). Tutti stati d’animo legati al disagio e a un generico impulso di fuga. In parte condivido, naturalmente, perché anche solo la postura reclinata a bocca aperta mentre un estraneo ci infila dita e strumenti metallici e di altri materiali, non è di per sé rilassante. Anche se devo ammettere di non aver mai sofferto troppo a causa di un dentista.

Parlo di dolore fisico, e mi fermo qui, ché non voglio rivangare passate esperienze lavorative che ho archiviato volentieri.

Ricordo la mia prima devitalizzazione. Ero giovane ma già resistente ai dolori della vita (parlo sempre di quelli fisici). Timorosa ma fiduciosa (che altro avrei potuto fare?) mi affidai alle cure di un dentista che – personaggio curioso invero – oltre a non sembrare molto pratico della procedura (ripeteva a voce alta ogni passaggio, come se leggesse il protocollo), era molto bisognoso di un rapporto amichevole. Cercò di instaurare una conversazione tra il mondano e la confidenza, ma non ebbe da parte mia molta soddisfazione. A parte la mia giovanile timidezza, è difficile chiacchierare di qualsiasi argomento con la bocca piena di cotone, oggetti, oggettini, strumenti rotanti e soprattutto col demoniaco dispositivo di aspirazione della saliva che si attacca alle mucose.

Feci la figura dell’asociale, ma più di qualche muggito non mi riuscì proprio di fare.

In seguito, il destino mi ha fatto incontrare altri professionisti delle cure odontostomatologiche, di varie fogge e carattere, coi quali ho intrattenuto quasi sempre buoni rapporti di reciproca simpatia.

Capita proprio in questo periodo che io mi occupi di denti & dintorni, nelle retrovie, per così dire. Sto imparando molte cose, e magari qualcuno è interessato. Ci sono un paio di pagine di Facebook che raccomando di seguire, così tra le righe mi ritrovate anche lì. Una è dedicata a chiunque possieda denti, l’altra è specifica per chi, oltre ai denti ha la passione per lo sport.

Interstellar, ovvero “è solo un film” -parte prima

       Siccome il film è lungo ho pensato di dedicargli un post in due parti.

Ho visto “Interstellar” domenica scorsa, in compagnia di un radioastronomo.

Non è che io mi scelga l’accompagnatore al cinema in base al film, altrimenti guarderei solo quelli di surfisti. (“Un mercoledì da leoni” o “Point Break”, non so se mi spiego). No, casualmente colui che mi fa pedalare, e che, come si dice, condivide una parte della mia vita, fa questo mestiere.

Non è incidentale che l’abbia precisato, perché già durante la visione l’ho sentito mugugnare. Siamo ambedue appassionati di fantascienza, sia scritta che vista, da molti anni, e quindi siamo anche abbastanza smaliziati da non cadere in deliquio alla prima scena di effetti speciali in dolby surround.

Travolta dal coro ululante di un pubblico estasiato e concorde (almeno così mi pareva di primo acchito), ho provato ad avanzare qualche critica nella pagina Facebook del film, ma sembravo una mosca bianca, o una pecora nera. O una qualsiasi altra bestia dal colore acceso.

- Babbo, da grande voglio fare la ballerina. - Murph, tu ci rovini tutto il film...

– Babbo, da grande voglio fare la ballerina.
– Murph, tu ci rovini tutto il film…

Preciso che a me il film è piaciuto, tutto sommato, perché in quasi tre ore non fa nemmeno appisolare, perché il cast è solido anche nei ruoli “minori”, perché gli effetti sono speciali, perché la tensione coinvolgente e la musica avvolgente. Se non fosse stato presentato come un capolavoro assoluto, il film della svolta dell’umanità, basato su verità scientifiche, non starei qui a cavillare. Gli avrei dato quattro o cinque palle. Il problema è leggere commenti entusiasti di gente che di scienza non sa un’acca, e che invece, dopo aver visto il film, si sente con la verità in tasca pronta per capire i segreti dell’universo. Inoltre, se gli si fa presente che forse qualche “piccola” incongruenza c’è, rispondono che non capisci e che il film non è per tutti.

Poche cose mi fanno andare veramente in bestia. La più efficace è essere derubricata come se fossi una stupida, da chi non saprebbe nemmeno cosa vuol dire “derubricata”.

(continua)

È troppo tardi?

Grazie a una segnalazione su Facebook, mi sono imbattuta in questo interessante articolo dal titolo, almeno per me, folgorante: Analfabetismo funzionale, l’Italia è al primo posto.

In parole poverissime, gli italiani sanno leggere, ma, nel 47% dei casi, non capiscono quello che leggono.

Quindi circa la metà degli italiani non afferra le metafore, non sa compiere le astrazioni, non va oltre il significato letterale. Di questo io qualche sentore l’avevo già avuto, ma, per fare una semplice verifica, basta dare un’occhiata ai social network, dove gli analfabeti funzionali (e non solo funzionali) sguazzano come trote negli allevamenti.

Essi commentano a prescindere, dopo aver letto quasi sempre solo il titolo della notizia, fissandosi sul particolare senza vedere il generale, mostrando spesso un’aggressività ingiustificata, o sproporzionata alla situazione, che tende a spostare il tema della discussione. Da cui il “benaltrismo” che fiorisce come una pianta infestante, contro la quale nessun pesticida pare abbia potere.

Non so se sia un fenomeno recente, probabilmente no; è il mezzo che facilita l’espressione, dà accesso a chiunque e chiunque si sente autorizzato a scrivere la sua opinione, anche se è parziale, superficiale, miope, come dice nell’articolo.

maestro manziNegli anni ’60 il Maestro Manzi contribuì enormemente a far uscire gli italiani dall’analfabetismo grazie alla televisione; oggi la situazione è più difficile perché gli analfabeti funzionali non sanno di esserlo, se così non fosse si fermerebbero a riflettere e sarebbe già un passo in avanti.

Professorona

Il mio cervello, al contrario di me, lavora parecchio e costantemente. Ultimamente mi si è rivelato un mondo fatto di formazione, corsi, lezioni, workshop per l’impresa, le aziende, i venditori, il business, il marketing e altri termini che non ricordo perché non capisco. Fetta di mercato ampiamente coperta quindi.

Ho pensato quindi che io potrei rivolgermi all’utente semplice, quello normale, che usa la rete per diletto, ma che, per inettitudine personale, ignoranza, pigrizia, indolenza o semplicemente perché non sa a chi chiedere, non riesce da solo ad orientarsi nel mare magnum dell’internet. Per esempio gli anziani senza parenti giovani, oppure con nipoti insipienti, o che sono menefreghisti e trascurano i nonni. (Cattivi!)

PROGRAMMA DEI CORSI “T’INSEGNO QUEL CHE SO” vintage-teacher

Corso base: orientamento e navigazione terra terra.

Cos’è il web? Come ci si rigira? Che succede se pigio qui? La posta elettronica, le ricerche in rete attraverso i più comuni motori di ricerca. Come si scelgono le parole chiave. Una lezione sarà dedicata all’individuazione delle bufale, soprattutto quelle scientifiche. A chi sa l’inglese verrà illustrato il motore di ricerca PubMed, per andare direttamente alle fonti. A chi non lo sa si raccomanda di impararlo, perché serve sempre. Alla fine, chiunque venga sorpreso a credere alle scie chimiche verrà obbligato a ripetere il corso. E denigrato pubblicamente.

Social Network & Mondi Virtuali

Iscrizione a qualsiasi social network e mondo virtuale, creazione di profili accattivanti, spiritosi, seriosi (quelli poetici mi riescono un po’ peggio, ma possiamo ovviare con le citazioni che funzionano sempre), con scelta di immagini adeguate allo scopo (qualunque esso sia). Creare username e password alfanumerici ad alto livello di sicurezza.

Perché entrare in un mondo virtuale. Perché uscirne.

Immagini: piedi al mare, autoscatto e il selfie: perché evitare di farli. Il cibo: come ti rappresento l’avanzo. I gattini: un salvavita o ‘un se ne pole più?

Interpretazione di “mi piace”, commenti e condivisioni (preferiti e retweet) degli altri utenti. Come rendersi simpatici. Come rendersi antipatici. Come allontanare chi non ci piace. Come decidere che qualcuno non ci piace anche se non lo conosciamo.

Psicologia spicciola da social network: studio comparato dei profili altrui. Come leggere tra le righe.

Stalking: come proteggersi e come praticarlo senza farsene accorgere.

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Posso insegnare ad usare qualsiasi applicazione a scelta dell’utente, soprattutto i più comuni giochi (Farmville 2, Pengle, Ruzzle, Candy Crush Saga).

Blog

Il blog: che cos’è, a cosa serve, come funziona. Contenuti: chi fosse fortemente motivato, non avrà bisogno di alcuna indicazione. Gli altri ne faranno a meno e nessuno ne sentirà la mancanza.

Guida su come evitare le guide, i consigli e i decaloghi di cose da fare e da non fare in rete. Questa lezione quindi non si terrà.

“Chi cerca trova”

A richiesta impartisco lezioni confidenziali (sottovoce) e riservate ad appassionati di film e telefilm in lingua originale con sottotitoli. Ovviamente tutto nella massima legalità. (Disse, sollevando la benda nera dall’occhio).

Appendice

Erogazione di servizi per l’utente pigro o troppo indaffarato:

  • In abbonamento offro un servizio di assistenza giochi per il raggiungimento di livelli e bonus all’utente-giocatore che voglia progredire anche quando non può seguire personalmente il gioco.
  • Redazione di status e commenti a scelta dell’utente: buonista, ammiccante, grillino (conosco tutto il repertorio classico), antigrillino (idem come sopra); con una piccola soprattassa si assicura un buon grado di trollaggine con provocazioni e minacce, tutto naturalmente con un linguaggio adeguato allo stile scelto, comprese le sgrammaticature necessarie.
  • Seguo, a richiesta, l’uscita settimanale delle serie TV assicurando puntualità nell’aggiornamento. I video verranno forniti con l’adeguata sottotitolatura. Con una maggiorazione nel prezzo i sottotitoli verranno sottoposti a una personale revisione per assicurare ortografia e congiuntivi corretti (per i pignoli).

 

Tutti i corsi sono rivolti ad allievi senza alcun limite di età, sesso, provenienza geografica. Le tariffe sono personalizzate.

Gli zucconi pagano il doppio.

Una patata d’annata

Da pochi giorni circola un nuovo spot televisivo con Rocco Siffredi. Il celebre attore di genere, compare con un’automobile vintage e si aggira in mezzo a una moltitudine di donne giovani e attraenti. Nel mentre declama le virtù delle patatine, di quelle di una volta, fatte ad arte.

Il video è questo, per chi non ce l’avesse presente.

A parte il doppio senso, ormai abusato ma funzionante, la cosa che salta agli occhi è la presenza inquietantissima di una specie di fantasma uguale a Ornella Muti dei tempi migliori. Il lancio dello spot però è stato fatto senza specificare particolari accorgimenti tecnici, semplicemente con Rocco Siffredi e la partecipazione di Ornella Muti.

Ora, con tutta l’ammirazione per la grande bellezza dell’attrice, se c’è una cosa che è davvero democratica è il tempo: passa per tutti. Quella che si vede nel video è una Muti degli anni ’80, quando anche chi sta scrivendo era liscia e giovane (anzi, liscia e più giovane di lei). Inoltre, senza avere particolari competenze tecniche, si intuisce un intervento digitale, che lascia presagire che in realtà la Muti potrebbe non aver mai partecipato a nessuna ripresa col mitico Rocco.

Mi chiedo quindi se la scelta di associare la Muti anni ’80 alle patatine di una volta, sia un ammiccamento ironico. E se lei l’abbia capito.

Riflettendo con alcuni amici più competenti di me su Facebook sono arrivata a varie conclusioni. Una delle quali è che in questo sabato pomeriggio non ho proprio nulla da fare.

Breaking Bad de noantri

“Ieri sera, dopo un lungo periodo di astinenza, alleviato da visioni casalinghe, sono tornata al cinema. Purtroppo era una di quelle multisala luccicanti e piene di caramelle, coi display come alla stazione, e le code come alla posta; ma per fortuna quando si spengono le luci, ci si può dimenticare che siamo lungo la tangenziale, circondati da centri commerciali e parcheggi.

Già da prima che uscisse ho desiderato vedere “Smetto quando voglio”; l’idea dei ricercatori precari e/o disoccupati che creano una banda di spacciatori mi solleticava parecchio. Per motivi personali.

Non che io sia mai stata coinvolta nella produzione o spaccio di droga, ma nella precarietà e nella disoccupazione dei ricercatori sì.

Il film si è mantenuto ai livelli delle mie aspettative, o speranze. E’ divertente, fa pensare, ben recitato, scorre via gioiosamente, parla di temi attuali e spesso drammatici con leggerezza ma non superficialità. Facce vere, attori semigiovani e conosciuti ma non troppo. Avrei da ridire su un paio di congiuntivi perduti sia dal personaggio del neurobiologo che dal poliziotto, ma posso chiudere un orecchio, per stavolta.

In conclusione non posso che consigliarne la visione, anche a coloro che, come me, apprezzano certe ottime serie televisive, alle quali il film strizza l’occhio con piacevoli rimandi.”smetto-quando-voglio-recensione

Questo è ciò che avrei scritto subito dopo la visione del film, o al più tardi questa mattina.

Se non che, un curioso episodio mi stimola ad aggiungere qualche ulteriore osservazione.

Nella pagina Facebook di Fandango, che ha prodotto il summentovato film (scusate ma sono sotto l’influsso manzoniano), sotto la notizia di un incontro con gli attori, una gentile utente aveva lasciato un commento di questo tenore (non ricordo le parole esatte): “Spero che qualcuno farà notare che il film è palesemente ispirato a Breaking Bad.” Al che io ho aggiunto (parole testuali, rimaste nel registro nelle mie attività); “L’ho visto ieri sera e ho avuto questo pensiero tutto il tempo! Però ciò non toglie che sia un film divertente e ben recitato”.

Orbene, dopo pochissimi minuti il commento è stato eliminato e con esso il mio.

Quindi userò questo post nel mio blog per affermare senza tema di censure, che “Smetto quando voglio” è un omaggio (e se non è così allora è una scopiazzatura) dall’inizio alla fine alla serie americana TV “Breaking Bad”, anzi, alla grandissima serie TV, perché è una delle migliori produzioni che si siano mai viste sui teleschermi di ogni tempo. A richiesta articolerò un’analisi dettagliata della mia affermazione; non lo faccio ora perché non voglio spoilerare e togliere quindi il gusto di andare a vedere il film.

(Comunque Sermonti è figo anche quando fa il coatto).

De twitterantibus

E’ sempre bello osservare e scoprire le dinamiche del popolo della rete (orrida locuzione che mi fa pensare a una massa di zombie). Un tempo erano le chat, e i newsgroup, e tutte quelle cose lì che in parte esistono ancora, in parte sono travasate nei social network.

Da poco tempo ho rispolverato l’account di twitter, che avevo usato pochissimo all’inizio. Ricordo che mi misi a seguire Liz Taylor buonanima, ma come sempre mi succede con le star, mi sentii quasi infastidita di quella “vicinanza”. Io voglio che i miti rimangano distanti, altrimenti non sono più miti, e diventano spesso deludenti esseri umani. Per il resto, non sapevo che scrivere, non mi leggeva nessuno e mi sentivo sola e abbandonata.

Ora con il progetto di riscrittura dei Promessi Sposi invece mi sto divertendo abbastanza.

Inevitabilmente ho notato alcuni meccanismi al confine tra il ridicolo e il patetico. Intanto sto imparando a prevedere il numero dei seguaci in base alla foto dell’account. Il mio è un occhio, quello che uso da diversi anni, altre (sì, femmine) invece preferiscono altri dettagli. Senza fare troppi giri di parole, le tette (suggerite, intraviste, mica spiattellate nude e crude) aumentano il numero di seguaci in numero esponenziale. Così come gli ammiccamenti scritti che lasciano intuire chissà quali promesse di lussuria e trasgressione.

Il numero dei followers e dei (followati non lo userò mai) seguiti è l’indicatore dell’attività, della popolarità del twittatore. Grazie a un sistema di controllo dell’account è possibile (a differenza di quello che accade in Facebook) sapere quotidianamente chi ha iniziato a seguirci e chi invece ha, chissà come mai, deciso che ciò che scriviamo non gli interessa o magari gli fa proprio schifo. twitter

L’ho attivato anch’io naturalmente, e la cosa che salta agli occhi è che:

  1. molti si sentono spinti a seguire chi li segue. Mi ricorda il “vuoi essere mio amico?” della scuola materna. Credo che sia un modo per ricambiare la fiducia, in fondo è un comportamento tenero, salvo il fatto che poi (v. il punto 2)
  2. c’è chi si accorge che non lo segui più e ti cancella immediatamente. Questa è la cosa che mi fa più ridere, perché vuol dire che l’unico interesse nel ricevere i miei tweet stava nel fatto che io leggevo i suoi. Non è contemplata l’opzione che la persona in questione riempisse la pagina di parole inutili, e che invece io scriva cose intelligentissime e in quantità consona col fatto che ogni tanto mi allontano dal computer. Cosa che alcuni sembrano non fare, o forse utilizzano dispositivi mobili durante l’esercizio delle funzioni vitali di base.

Poi ci sono le interazioni, che possono essere risposte ai tweet, ritwittamento (che permette al frasetta di rimbalzare per ogni angolo dell’universo), e conservazione del tweet tra i preferiti. Al di fuori del progetto di riscrittura, i meccanismi mi sono ancora oscuri, certo è che son tutta contenta quando qualcuno mi dimostra apprezzamento. In fondo mi accontento di poco.

Ora, siccome sto oscillando da giorni intorno ai 98 follower, e voglio superare i 100 entro il 2013, vado a fotografarmi le tette e le metto nel profilo, poi comincio a twittare citazioni di Anais Nin. O di Henry Miller. Dipende se ci stanno in 140 caratteri.