Fields of gold (e anche le olive)

Sono stata una delle prime a intercettare, attraverso un articolo del Telegraph, la notizia che tanto sta animando bacheche e chiacchiericci di questa estate in declino (faccina contenta).

Gli sberleffi stanno tracimando da giorni, il povero (in senso figurato) Sting ha ricevuto talmente tanti inviti a recarsi in luoghi poco carini, che se gli insulti fossero come i dischi venduti, meriterebbe il “vaffanculo di platino”.

Ma vorrei qui, con calma, riparata dai venti un po’ beceri che soffiano nelle reti sociali, riflettere a mente fredda sulla notizia.

Sting offre una giornata in campagna, nella sua lussuosa tenuta, in cambio di un biglietto d’ingresso, per così dire, di circa 260 euro. Tra le attività previste c’è anche una sessione di raccolta delle olive. È questo che ha scatenato la rete (e il web si infiamma): pensare di pagare per esercitare un’attività che di solito invece viene retribuita.

Io stessa ho sollevato qualche ironica (ovviamente) critica, rammaricandomi di non potermi permettere di lavorare per Sting perché sono disoccupata. Un corto circuito per amor di battuta.

Ma dubito che i partecipanti (ché ce ne saranno, oh se ce ne saranno) usciranno da questa esperienza stremati per la stanchezza, né proveranno sulla propria pelle la durezza del lavoro nei campi. Credo piuttosto che Sting abbia colto l’essenza della parola “agriturismo”: vuoi vedere cosa si fa in un’azienda agricola, vuoi passare del tempo in un posto da sogno, vuoi provare a fare l’allegro contadino? Puoi venire a casa mia, ma per questo, paghi.

A mio parere non c’è nulla di male, anche se trovo la cifra eccessiva.

A meno che, compreso nel prezzo, non sia previsto un concerto live e una seduta di sesso tantrico.

Mamma mi si è allargato il treno

Oggi leggevo una simpatica notizia (sono sempre meno) a proposito delle ferrovie francesi che hanno ordinato 2000 treni nuovi e poi si sono accorti che sono troppo larghi, e non gli entrano nelle Stazioni. Così ora devono spendere 50 milioni di euro per adeguare le banchine. Come facciano non lo so, forse segano i marciapiedi.

Ovviamente la notizia è simpatica per modo di dire, perché è una brutta bega da risolvere, anzi, col linguaggio “qualitatese” è proprio una non conformità grave, gravissima.trenofrancese

Quando seguivo il corso sui sistemi di gestione, la cosa che mi ha più colpito era l’ovvio, o almeno quello che secondo me era ovvio. In questo caso, richiedere che un treno riesca a entrare in Stazione sarebbe ovvio. Ma evidentemente non va dato mai nulla per scontato.

Durante una lezione l’ingegnere docente ci presentò come esempio una fabbrica di radio. “Quali sono i requisiti del prodotto?” E noi lì a scervellarci.

“Che funzioni” suggerì l’ingegnoso ingegnere. A quel punto mi lanciai in una elencazione che comprendeva non esplodere quando veniva accesa, che non si squagliasse d’estate, e che non si disintegrasse durante uno spostamento. Come requisito ulteriore che censurasse in automatico le canzoni di Gigi D’Alessio (o di qualunque altro cantante, a scelta dell’acquirente).

Nel caso attuale, non so se questi treni abbiano una larghezza standard e l’errore sia stato di chi li ha ordinati. Oppure se il progettista abbia sbagliato il numerino sul disegno (pare in effetti che sia un errore di progettazione); avrà pensato, facciamolo bello largo così la gente ci sta più comoda. Poverino, in fondo il ragionamento non era sbagliato, però subito dopo avrebbe dovuto controllare. A me sarebbe venuto in mente, anche se non ho studiato ingegneria ferroviaria, o comunque si chiami.

Naturalmente fior fiori di ingegneri, progettisti, esperti di ferrovie stanno discutendo sui social network sulle cause del malestro e su come si possa risolvere. Lo zoccolo duro è preso dal tema “bisogna allargare la banchina o i binari?”.  Il tutto infiorettato da luoghi comuni ed errori grammaticali.

Qualcuno infine, come poteva mancare?, sospetta il “gomblotto”. Che il progettista fosse in combutta con le “Imprese per l’allargamento delle banchine ferroviarie”?

La Sposa Cristiana

frontespizio

Cliccando l’immagine le scritte diventano più leggibili.

Ho trovato questo libriccino in un grande magazzino di cose usate. Il frontespizio ne illustra bene il tono e il contenuto, e non sono riuscita a resistere: me lo sono portato a casa in un amen.

L’autrice, la Contessa Laura di Barezia, compone in poco più di 400 paginette una guida per la fanciulla che si appresta a convolare a giuste nozze. Ahimé io non son una di quelle (né nubenda, né giovinetta), ma ho pensato che la lettura potrebbe giovarmi comunque, se non altro per capire come girava una certa parte di mondo nel 1946.

La prima parte si apre con un capitolo dal titolo promettente “Preliminari”. Ma non sono quelli a cui io, donna di poca fede, penso subito con una inverecondia che, son certa, la Contessa stigmatizzerebbe fermamente. È un’introduzione generica alla natura del matrimonio, al rito della celebrazione e alla messa per gli sposi.

Subito alla pagina 8 ecco che l’elencazione dei doveri dei coniugi cristiani risveglia l’attenzione. Essi (i doveri) sono i seguenti: amore vicendevole, fedeltà, correttezza coniugale, coabitazione perpetua, aiuto e rispetto scambievole, accettazione dei pesi della vita coniugale. Segue un capitolo dedicata ai doveri verso i figli.

Fino a qui è tutto chiaro, tranne il punto della correttezza coniugale; la contessa spiega perentoria “Nulla oltre i confini del lecito“.

La definizione è sibillina. Forse vuol dire che non si deve sottrarre il denaro dal portafoglio del coniuge senza chiedere? Bisogna evitare truffe, aggressioni a mano armata e comportamenti malavitosi in genere?

Dopo una lunga sezione dedicata alle preghiere per ogni evenienza e momento della giornata, la seconda parte del manuale arriva al sodo con le Istruzioni alle donne cristiane. E qui comincia una sequela di doveri: verso lo sposo (anche nel caso che sia gravemente disgustato contro di lei), verso i parenti del marito e i propri. Passando oltre senza rimorsi, m’imbatto finalmente nell’elencazione dei pericoli che una donna deve affrontare. Questo mi interessa, prendo appunti.

Pericoli del mondo: Il mondo è il regno dell’orgoglio e del vizio: tutto è seduzione contro la virtù. E con questa premessa prepariamoci al peggio.

Pericolo del lusso negli abiti. Facile da capire come gli ornamenti del vestire siano segno di vanità, per farsi ammirare dagli uomini! Anatema. “Una donna cristiana deve piacere solamente a suo marito: e più si renderà amabile a suo marito, quanto meno si sforzerà di piacere ad altri”.

Perdita del tempo impiegato ad ornarsi: pericoli per l’esempio agli inferiori. Gli inferiori sono i servitori, che potrebbero essere umiliati dallo sfarzo della signora, quindi manteniamo un profilo basso per non offendere fantesche e sguattere.

Pericoli del ballo. La Contessa ricorda come lei da giovane abbia partecipato ad alcuni balli per obbligo familiare, precisando però di non aver mai ballato. Me la immagino a far da tappezzeria, con quell’arietta da beghina, livida di invidia per le giovinette rosee che flirtavano senza sovrastrutture e complessi. E ora se la prende con le madri che conducono le figlie verso la perdizione eterna, immolate come agnelli sacrificali. “Le veggo inebriarsi all’ammirazione e alle adulazioni che si prodigano alle loro figliuole, e neppur sospettare dei profondi abissi aperti sotto i loro piedi“. Questa aveva grossi problemi, ma grossi.

Pericoli dei romanzi e degli spettacoli. La donna cristiana non deve cercare quella letteratura malsana e senza pudore, che pompeggia nella appendici di un giornale, in quei romanzi nei quali il gusto depravato va d’accordo con l’immoralità. C’è scritto “pompeggia” lo giuro, molto più depravato dei romanzi d’appendice stessi.

doveriMa si potrà andare a teatro? Macché: sempre gli illeciti amori formano la base sulla quale tutto si aggira, e da questi amori distilla nell’anima dei lettori o degli spettatori, senza che essi se ne avvedano, quel veleno che apporta la strage e la morte.

La vita della brava donna cristiana si prospetta di una pesantezza insostenibile.

Probabilmente si potrà consolare chiacchierando con le amiche. Ma prontamente giunge la scure moralizzatrice dell’inesorabile Laura di Barezia, che mette in guardia la pia sposa contro la temibile, terribile, diabolica “mormorazione“. E qui io mi sento punta nel vivo, non tanto perché pettegola, ma in quanto titolare del nick Ironica da tanti anni, perché questa malefica Contessa non solo mette in guardia contro l’abominio della maldicenza ma, in un capitolo a parte precisa “Un’altra causa di mormorazione (…) è la smania di mostrarsi spiritosa. (…) La carità cristiana condanna e riprova queste invenzioni spiritose quando si scagliano senza pietà sui difetti altrui, e li vestono del ridicolo”. Niente ironia, peggio che mai il sarcasmo; divieto di satira.

Arrivata a questo punto, non ho il cuore di proseguir oltre. Mi consolo pensando di essere oramai fuori tempo e fuori target per ognuno degli insegnamenti della piissima e cupa Contessa.

Continuando nella lettura di romanzi peccaminosi mi avvio allegramente verso la perdizione eterna.

P.S. Ovviamente in tutto il testo non v’è alcun cenno esplicito alla sessualità, sebbene ogni divieto ne riveli la presenza costante e tormentosa.

De twitterantibus

E’ sempre bello osservare e scoprire le dinamiche del popolo della rete (orrida locuzione che mi fa pensare a una massa di zombie). Un tempo erano le chat, e i newsgroup, e tutte quelle cose lì che in parte esistono ancora, in parte sono travasate nei social network.

Da poco tempo ho rispolverato l’account di twitter, che avevo usato pochissimo all’inizio. Ricordo che mi misi a seguire Liz Taylor buonanima, ma come sempre mi succede con le star, mi sentii quasi infastidita di quella “vicinanza”. Io voglio che i miti rimangano distanti, altrimenti non sono più miti, e diventano spesso deludenti esseri umani. Per il resto, non sapevo che scrivere, non mi leggeva nessuno e mi sentivo sola e abbandonata.

Ora con il progetto di riscrittura dei Promessi Sposi invece mi sto divertendo abbastanza.

Inevitabilmente ho notato alcuni meccanismi al confine tra il ridicolo e il patetico. Intanto sto imparando a prevedere il numero dei seguaci in base alla foto dell’account. Il mio è un occhio, quello che uso da diversi anni, altre (sì, femmine) invece preferiscono altri dettagli. Senza fare troppi giri di parole, le tette (suggerite, intraviste, mica spiattellate nude e crude) aumentano il numero di seguaci in numero esponenziale. Così come gli ammiccamenti scritti che lasciano intuire chissà quali promesse di lussuria e trasgressione.

Il numero dei followers e dei (followati non lo userò mai) seguiti è l’indicatore dell’attività, della popolarità del twittatore. Grazie a un sistema di controllo dell’account è possibile (a differenza di quello che accade in Facebook) sapere quotidianamente chi ha iniziato a seguirci e chi invece ha, chissà come mai, deciso che ciò che scriviamo non gli interessa o magari gli fa proprio schifo. twitter

L’ho attivato anch’io naturalmente, e la cosa che salta agli occhi è che:

  1. molti si sentono spinti a seguire chi li segue. Mi ricorda il “vuoi essere mio amico?” della scuola materna. Credo che sia un modo per ricambiare la fiducia, in fondo è un comportamento tenero, salvo il fatto che poi (v. il punto 2)
  2. c’è chi si accorge che non lo segui più e ti cancella immediatamente. Questa è la cosa che mi fa più ridere, perché vuol dire che l’unico interesse nel ricevere i miei tweet stava nel fatto che io leggevo i suoi. Non è contemplata l’opzione che la persona in questione riempisse la pagina di parole inutili, e che invece io scriva cose intelligentissime e in quantità consona col fatto che ogni tanto mi allontano dal computer. Cosa che alcuni sembrano non fare, o forse utilizzano dispositivi mobili durante l’esercizio delle funzioni vitali di base.

Poi ci sono le interazioni, che possono essere risposte ai tweet, ritwittamento (che permette al frasetta di rimbalzare per ogni angolo dell’universo), e conservazione del tweet tra i preferiti. Al di fuori del progetto di riscrittura, i meccanismi mi sono ancora oscuri, certo è che son tutta contenta quando qualcuno mi dimostra apprezzamento. In fondo mi accontento di poco.

Ora, siccome sto oscillando da giorni intorno ai 98 follower, e voglio superare i 100 entro il 2013, vado a fotografarmi le tette e le metto nel profilo, poi comincio a twittare citazioni di Anais Nin. O di Henry Miller. Dipende se ci stanno in 140 caratteri.

Dannati fiorentini

Siamo alle solite.

“Dommage que ces derniers soient moins nombreux que les groupes à fanions et sandales qui zappent de trésors en trésors, rendant la ville parfois insup­portable. Files d’attente épouvantables, vendeurs impolis, commerçants escrocs, personnel des musées arrogant…”

Questo è un brano dell’ articolo pubblicato su Le Figaro del 9 luglio, sulla presentazione dell’ultimo romanzo di Dan Brown che si svolge in gran parte a Firenze. Non entro nel merito letterario; lo farò in seguito.

I' Domo e i' campanile di Giotto. (Foto mia)

I’ Ddomo e i’ Ccampanile di Giotto.
(Foto mia)

Vorrei invece affrontare un tema che periodicamente mi si ripropone, come una peperonata non digerita.

Sono i fiorentini maleducati, arroganti e, aggiungo io così si fa prima, presuntuosi? A onor del vero l’articolo parla dei bottegai e del personale dei musei, ma io allargo il giudizio (o pregiudizio) a tutto il popolo, perché tanto è quello che si dice in giro.

Dunque, io non sono nata a Firenze, ma ci vivo da quando avevo 14 mesi, indi per cui non sono fiorentina D.O.C.G., ma ne ho una qualche esperienza di vita.

Detto questo, ogni volta che mi viene fatta un’osservazione del genere (siete chiusi, siete snob), io domando, con sincera volontà di capire, da cosa lo evincano e soprattutto in che modo le altre cittadinanze viceversa dimostrino di essere aperte e alla mano. Chiedo esempi ed esperienze concrete.

Nessuno, e dico nessuno, è mai riuscito a spiegarmelo o a convincermi. Sicuramente è un mio limite. Sicuramente.

Ma a questo punto del cammino di nostra vita, qualche ipotesi l’ho formulata.

1. Non ci s’intende. Il fiorentino è (sempre parlando in soldoni) linguacciuto e poco incline ai salamelecchi, dotato di un umorismo corrosivo, spesso scambiato per cattiveria. Soprattutto da chi non sa rispondere a tono. E so bene che in questi casi ci si deve limitare; non sta bene sparare sulla croce rossa insomma, anche perché è troppo facile e di poca soddisfazione. Solo che a volte scappa la battutina sarcastica e uno ci resta male, ma non è mica colpa nostra.

2. Quella che viene definita “chiusura” è semplicemente riservatezza. Un vicino di casa che si presentasse alla porta con la torta di benvenuto, come si vede in certi film americani, a me parrebbe invadente. E ricordiamoci che spesso quei tipi lì si rivelano serial killer con le vittime a pezzi nel congelatore.

3. Mi sono sentita dire “E’ difficile fare amicizia coi fiorentini, si ritrovano solo tra di loro”. A questo non so che rispondere, io ho sempre faticato con tutti. In quanto agli inviti, ne ho sempre fatti pochi, è vero, ma con criteri selettivi che nulla avevano a che fare con la geografia. Non ho mai sentito nessuno dire “faccio una cena a base di finocchiona e pasta e fagioli, sicché te che sei di [località a piacere] ‘un tu ‘ppoi venire, sennò mi si contamina la purezza del DNA dei commensali”.

4. E se poi la falla fosse dall’altra parte? Se la chiusura fosse dell’accusatore piuttosto che (ammirate l’uso corretto della locuzione) dell’accusato? Ricordo le studentesse fuori sede quando, nell’altro secolo, andavo all’Università, stavano sempre tra di loro, in gruppetti – quelli sì – chiusi e serrati. Avevo un’amica di Taranto, con cui studiavo e andavo al cinema, ma le altre erano inavvicinabili. Evito qui di fare supposizioni, avranno avuto i loro motivi.

Concludo questa breve, incompleta e del tutto personale disamina con una riflessione che dovrebbe pacificare gli animi di tutti.

Sarebbe meglio che queste diatribe finissero, perché sono sterili e inutili.

Tenendo conto che i maleducati esistono, che gli arroganti esistono, che i presuntuosi esistono, dobbiamo però volerci bene, sentirci umani tra gli umani, fratelli tra i fratelli e cugini tra i cugini (i francesi), anche perché ai fiorentini d’essere definiti spocchiosi, snob, o brutti e cattivi, da fratelli e cugini, non gliene importa un fico secco.

Bad girl

Oggi nella versione online de La Repubblica (e probabilmente anche altrove) è comparsa la notizia che, nonostante la presenza di una persona deceduta a pochi metri di distanza, a Formia qualcuno continuava le proprie attività ludiche sulla spiaggia.

L’avvenimento è stato così annunciato su Facebook: “Giocano a racchettoni vicino al cadavere di una donna: è successo questa mattina sulla spiaggia di Formia”.

Alle ore 20.20 di lunedì 17 eravamo a 193 mi piace e 34 commenti.

Alle ore 21:44 di lunedì 17 eravamo a 213 mi piace e 42 commenti.

Ovviamente sono subito partiti i consueti commenti che ormai tutti noi, se frequentiamo i social network, ci possiamo immaginare: dove finiremo, come siamo diventati, che brutto mondo signora mia, è un gomblotto!!11!”.

Per questo motivo, e sentendomi particolarmente in vena di lazzi, ho voluto aggiungere il mio: “A racchettoni? Ma è un’indecenza! Lo sanno tutti che i racchettoni non sono più di moda…”.

Non so come si possa definire esattamente, ma si tratta di una forma di umorismo. E nemmeno tanto nero, perché quello che molti non hanno capito, è che la mia non era una battuta sulla morte della persona sotto il lenzuolo. Diciamo che ho spostato il centro dell’attenzione dal corpo alla notazione marginale dei racchettoni. Non è cinismo il mio, piuttosto è chi ha dato la notizia in quel modo che va bacchettato. Magari solo perché ha dato quella notizia. E naturalmente era una feroce (sì) critica contro quei commenti inutili, banali, prevedibili che inevitabilmente hanno inondato la pagina.

Sapevo che sarebbe arrivata qualche reazione.

Si sa, il pubblico è vario, ognuno legge e interpreta come sa, come può, come vuole.

Ma quello che è successo ha superato ogni mia aspettativa, procurandomi qualche sorpresa e anche parecchia soddisfazione; lo ammetto, mi sono divertita.

Per la prima volta dopo non so quanto tempo sono stata insultata, mi hanno dato di deiezione corporea (ma non così finemente, ché il termine era meno ricercato), di imbecille (però il tizio ha scritto “un imbecille” quindi non si riferiva a me, in quanto di poche cose sono sicura ma che son femmina lo so per certo), di cinica (ma non lo considero un insulto, solo che non risponde a verità), qualcuno mi ha avvertito che avrei dovuto vergognarmi (me lo sono segnato sull’agenda).

Una signora mi ha detto che non sono degna di appartenere alla razza umana né a quella animale, dimostrando di non aver nessuna nozione di tassonomia, e soprattutto di ignorare che gli umani sono animali, e se qualcuno glielo farà presente stia attento a non provocarle uno choc culturale. E non si dica che non mi preoccupo dei miei compagni di genere.

E’ sorto anche il sospetto che io sia un troll. Ci farei una faccina sorridente qui, se non fossi contraria agli emoticon nei blog. Immaginatevela.

Chi mi conosce sa di quanta tenerezza io sia capace, di quanto ammore e umana compassione sia pieno il mio cuoricino palpitante. Non sono una ragazza cattiva, nemmeno quando sono disegnata.

Certo forse ci voleva un passaggio, un uso meno che basico dei neuroni, ma ci si poteva arrivare, cari i miei commentatori indignati, benpensanti e spesso malscriventi.

A proposito di veggenti

In seguito al mio post (ironico) a proposito della veggente che mi ha scritto offrendomi i suoi servigi di sensitiva, mi sono arrivati alcuni commenti (seri) che mi fanno capire di non essermi spiegata.

Ci riprovo.

Io non credo ai maghi, agli strolaghi, ai sensitivi, a tutte queste minchiate, e se ne scrivo è solo per manifestare la mia presa di posizione a distanza (molto a distanza) da questi ciarlatani (non so se capite questa parola). Fosse per me manderei un rappresentante dell’ordine per intimare loro di abbozzarla (termine toscano per significare l’interruzione subitanea di una qualsiasi attività), pena una sanzione pecuniaria e magari due scappellotti.

Di conseguenza (spero che fin qui non siano problemi a comprendere) non chiedete a me consigli sulla credibilità di certa gente, non chiedete a me cosa fare se siete stati tanto sprovveduti da mandarle dei soldi (si vede che vi avanzavano), e quella non vi si è filata manco di striscio e non vi ha fatto nemmeno le previsioni del tempo.

A me è arrivata un’altra email pochi giorni fa e io le ho risposto in modo perentorio e vagamente minaccioso.

Se poi continuerete a chiedermi consigli, state attenti, ve li darò. Prezzi modici, trattamento familiare.

Post di pubblica utilità

Per mantenere la pulizia del vostro monitor, consiglio caldamente questa Utility.  Basta cliccare il link e attendere la fine del servizio.

(Non è adorabile?)

 

Edit dell’11 gennaio 2012: la pagina è stata rimossa. Peccato. C’era un carlino (inteso come cane) che leccava lo schermo, con un buffo effetto slinguazzamento dall’interno del monitor. Immaginatevelo.

Vite parallele, ma tutte ironiche

In seguito ad alcuni commenti lasciati nel mio vecchio blog ho provato a riflettere sul perché la mia vena ironica possa essersi esaurita. Devo ammettere che la prima risposta è stata “boh”. Poi però ci ho riprovato e ho capito che la vena non si è esaurita affatto, ha semplicemente trovato altre strade.

Ho scoperto che non sono la sola ad aver abbandonato un blog e ad aver seguito altre vie, e siccome condivido questa scelta con persone che stimo  enormemente questo mi solleva molto. Mi ero sentita in colpa per aver ceduto alla popolarissima comodità del “mi piace”, all’estrema sintesi di uno status che spesso non legge nessuno.

Alexandra

Questa sono io in Second Life. E' incredibile la somiglianza... (proprio incredibile).

In più mi sono lasciata sedurre dalle delizie di un mondo parallelo, che – se permettete – continuo a godermi con soddisfazione, senza alcun problema ad ammettere che mi ci diverto ancora, e nel quale io sono bellissima, benestante, elegante e accessoriatissima (in tutto, e quando dico tutto è proprio tutto). Non come una certa mia amica che non ha nemmeno l’opzione Avi Physics che fa ballare le tette e altre parti del corpo che sembra fatto di gelatina. (E non faccio nomi, per ora).

Un’ultima riflessione.

Il mio modo di vedere le cose da raccontare in un blog e lo stesso nick che mi sono scelta nel lontano 2003, prevedono un uso diciamo “in punta di fioretto” della tastiera. Ho la presunzione o forse solo l’illusione, di essere pungente, allusiva ma mai volgare. Almeno così mi piacerebbe essere.

Rispetto a noti fatti di attualità, che poi sono quelli che più spesso mi danno spunti per scrivere dei post, mi sento come un umorista inglese in mezzo ai clown che si tirano le torte in faccia ed emettono rumori corporei, davanti a un pubblico che si sganascia dal ridere con la bocca piena di pop corn e panini con la braciola fritta.

Diciamo che io invece ho altre aspirazioni: stronza sì, ma leggiadra.