Chi mi ama, mi segua. (Ma non aspettatevi miracoli)

Lo so che non è la stessa cosa.

Ma per motivi vari e di vario genere, l’aggiornamento del blog in questo periodo mi risulta estremamente faticoso.

Non che sia impossibile una visione ironica nelle sale d’attesa di ambulatori e ospedali, o tra gimkane di appuntamenti per visite ed esami medici. Magari in autunno, con un clima più favorevole, riuscirei anche a sorriderne. Ma, come nella migliore tradizione personale, l’insorgenza di emergenze mediche in famiglia è molto più probabile durante l’estate, meglio se caratterizzata da fenomeni climatici meritevoli di nomi mitologici.

Dicevo, lo so che non è la stessa cosa, ma ci sarebbe la mia pagina su Facebook da seguire, dove mischio senza impegno la vita “reale” (quella fatta di ciccia e accadimenti) con quella “virtuale”, abbastanza vuota anch’essa, a onor del vero.

La segnalo qui, senza impegno, come si aggiunge un’ultima notizia volante dopo aver già salutato.

pagina facebook, avatar

Clicca la foto (se ti va).

Il Codice del Demonio

Voglio, qui e ora, affermare e dimostrare che l’introduzione del codice a barre nella piccola e grande distribuzione alimentare è Il Male Assoluto.

Un tempo si arrivava alle casse e, quando era il nostro turno, si appoggiavano i prodotti acquistati sul nastro trasportatore. La cassiera ticche ticche batteva il codice, il prezzo, o quello che era, e poi depositava il prodotto sullo scivolino. Il compratore prendeva l’acquisto e lo inseriva nel sacchetto di plastica in attesa dell’oggetto successivo. Nel momento della chiusura del conto tutta la spesa era pronta per il trasporto (da cui forse il termine “sportina” per sacchetto della spesa, come dicono a Bologna) e, dal portafoglio in precedenza preparato, si traeva il denaro necessario e si pagava. Resto, scontrino, arrivederci e grazie. Si liberava l’apposito spazio e l’avventore successivo si preparava allo stessa procedura.

Un giorno sventurato però, venne introdotto il sistema che certamente allevia la fatica delle cassiere, ma che genera una serie di eventi che non esito a definire catastrofici.

Se la digitazione di un codice richiede dai 3 ai 5 secondi, per la lettura di un codice a barre basta un secondo, o anche meno. Per inserire un qualsiasi oggetto nella borsa della spesa spesso un secondo non basta. Di conseguenza si crea un accumulo di prodotti da sistemare, e in men che non si dica la signora alla cassa ci comunica il totale da pagare, mentre noi siamo ancora lì, coi carciofi in mano.

Allora, siccome ci dispiace fare aspettare l’onesta lavoratrice e tutto il resto della fila, abbandoniamo provvisoriamente l’ortaggio in cerca del denaro. In generale la mia sequenza a questo punto è la seguente: apro il portafoglio più in fretta possibile, prendo una o più banconote e le appoggio sul vassoietto apposito, riprendendo affannosamente a sistemare i carciofi, col portafoglio in mano, la borsa nell’altra e con l’altra… ah no, le ho finite.

Inevitabilmente, senza pietà e umana compassione, la cassiera chiede “Ce l’ha 20 centesimi?”.

L’istinto è quello di rispondere a muso duro “Ce l’ho i 20 centesimi, ma dovrei cercarli e come vedi, maledetta, ho la mozzarella in mano. Dammi il fottuto resto e fammi andare via!”.

© Mark de Leeuw/Tetra Images/Corbis

© Mark de Leeuw/Tetra Images/Corbis

Non è ancora mai successo. Aspetto di sembrare sufficientemente vecchia da meritarmi l’indulgenza per la terza età. La stessa che si deve avere quando prima di noi in coda c’è la vecchina piegata in due, lenta, lentissima, che non riconosce le monete e trascina il carrellino scozzese con le ruotine.

In questo caso, ancora di più, il bip del codice a barre è un suono malefico e ansiogeno. Pane, uova, acqua minerale, si accumulano, si mischiano, si confondono sempre più velocemente, un coacervo di prodotti alimentari indistinguibile.

E tutto sotto gli occhi dell’inesorabile cassiera che continua a passare gli articoli sempre più velocemente. Bip, bip, bip.

Ecco perché il codice a barre è Il Male Assoluto.

Bus Fashion

È bello andare in giro in mezzo alla gente, si vedono tante belle cose.

Per esempio, qualche tempo fa, su un mezzo di trasporto urbano locale, qui familiarmente chiamato autobusse, ho potuto osservare questo esempio di indumento per le parti basse, che potrei definire una gonna-pantalon-bracone.

"Brancaloni"

“Bragoncaloni”

Era indossato da un giovane maschio, apparentemente appena maggiorenne o poco più grande, con lunghi dreads (si intravedono nella foto), di cui non saprei fornire altre caratteristiche, dato che ero totalmente rapita da questo oggetto in tela di jeans che pendeva dai fianchi e si accasciava verso il pavimento. A occhio il cavallo era ad altezza polpaccio, e donava al portatore un aspetto confuso e informe.

Avrei voluto vederlo camminare, saltare, sedersi, salire e scendere le scale, insomma tutte quelle attività motorie di base che gli umani svolgono quotidianamente, per comprendere come un indumento del genere possa favorire o intralciare la deambulazione.

Voglio provare a immaginare i vantaggi di un tale manufatto tessile.

Si può ingrassare senza dovervi rinunciare perché “tira” sulla pancia. Inoltre l’areazione interna è adatta per i periodi più caldi, e viceversa quando fa freddo, si può indossare con una calzamaglia al di sotto.

Non mi viene in mente altro.

Avrebbe potuto essere mio figlio, anagraficamente parlando. E invece no.

Un brivido di sollievo mi trapassa e mi conforta, in questo periodo appena iniziato di sofferenza climatica.

Semplificazioni

Mi sento in colpa se mi lamento troppo. Per questo ho deciso di condividere col mondo la mia lietezza nell’aver scoperto che non è più necessario inviare per raccomandata i certificati di malattia all’INPS.

L'immagine è puramente ornamentale.

L’immagine è puramente ornamentale.

Non avendo più un’occupazione da dipendente (anzi, non avendola affatto) da anni, è stata una rivelazione recente che mi ha sorpreso. Mi piace pensare che la novità sia stata introdotta anche in seguito alle mie rimostranze, quando anni fa, con la polmonite, dovetti recarmi di persona all’ufficio postale per effettuare la spedizione.

Sebbene non abbia avuto avvisi di epidemie all’epoca, ricordo che rabbiosamente tossivo spargendo batteri nell’aere, maledicendo i burocrati ottusi che ignoravano le esigenze dei lavoratori malati e soli.

Ora che l’istanza è stata recepita non mi resta che trovare un lavoro che mi permetta di ammalarmi tranquillamente.

Il senso della vita di un blog

Tutti i blogger seri sono interessati a costruire una grande comunità di lettori entusiasti.

                                                          Trovata in questo sito.

In occasione del recente 16° anniversario della mia frequentazione di internet, riflettevo sul destino di questo blog silente: lo chiudo, lo tengo, lo congelo, lo sospendo, lo rimando, lo ignoro? E se decido di scrivere, cosa scrivo?

Per motivi imperscrutabili legati alla serendipità, mi ritrovo sempre più bersagliata da consigli, decaloghi, suggerimenti e indicazioni sulla gestione dei blog, dei siti e dei social media, su come ottenere visibilità e come far fruttare al massimo la comunicazione della propria azienda.

Sono spunti interessanti, non lo nego, utili anche. C’è un solo intoppo: io un’azienda non ce l’ho. E neppure sono io stessa un’azienda, non sono una creativa, non invento, non organizzo, non gestisco. Non ho nulla da pubblicizzare, nemmeno un romanzo autopubblicato (dio ce ne scampi e liberi). Non faccio foto artistiche. Non sono una fashion victim. Non mi interessa cucinare (il blog con le ricette è dichiaratamente un modo per conservare vecchi ricordi di famiglia). Non ho una passione monomaniacale che meriti un intero blog.

Prossimamente in lettura.

Prossimamente in lettura.

Insomma sono in crisi: che ci sto a fare io qui?

Mi vorrei allacciare alla citazione di apertura di questo post (post, non articolo, non editoriale, solo un post).

Se io fossi una blogger seria. Se fossi una blogger. Tutti coloro che possiedono e scrivono in un blog possono definirsi blogger? Diciamo di sì. Seria? Sì, sono una persona seria. Ma non credo di essere una blogger seria. Perché a me di costruire una grande comunità di lettori entusiasti (che ridere) non interessa punto.

Io sono una lettrice entusiasta, ma non di blog. Quando leggo Stephen King mi entusiasmo, a volte. Ecco, lui ha creato una grande comunità di lettori entusiasti. Sarebbe un blogger serio.

Ovviamente nessuna decisione è stata presa nel corso di questo post, e – a dimostrazione della mia poca serietà – non seguirò nessuno dei consigli che vengono ammanniti in rete.

Utonti da asporto

Prendo spesso il treno, quasi ogni settimana. Ormai sono pratica di binari, ho imparato anche a orientarmi nella nuova stazione di Bologna, il cui progetto dev’essere probabilmente ispirato a un’opera di Escher.

Relativity, 1953

Relativity, 1953

Posso capire chi invece manchi di questa dimestichezza dovuta all’uso reiterato, e  più volte ho fornito volentieri un aiuto al viandante sperduto.

Fatte queste premesse però, mi domando come facciano, non dico a viaggiare, ma a vivere quotidianamente, quelli che:

1. non trovano il binario giusto perché non hanno l’accortezza di alzare lo sguardo verso i cartelli;

2. entrano nel panico quando si ferma il treno, perché non vedono il grosso pulsante verde illuminato da premere e se non ci fosse qualcuno dietro di loro, finirebbero al Brennero o a Salerno (dipende dalla direzione);

3. non trovano la carrozza per lo stesso motivo del punto 1;

4. non trovano il loro posto sulla carrozza perché non capiscono come funzioni la numerazione;

5. ultimi ma non meno importanti, quelli che pretendono di tenere il valigione extralarge da emigrazione o incastrato sotto il sedile al posto delle gambe, oppure nel bel mezzo del corridoio, in modo che gli altri da passeggeri diventino saltatori.

Da parte mia prometto di essere paziente e di insegnare a leggere i cartelli e pigiare i bottoni, se in cambio estenderanno il divieto di fumo e telefonini a banchine, scale mobili e ferme, corridoi e “marciappiedi” (come dice la voce registrata).

Prossimamente: i viaggiatori odiosi (me compresa, a volte).

A volte ritornano (ove si cita BB che non è Bed and breakfast)

La mia attività di copy-food-blogger continua, copio le ricette abbastanza stolidamente perché la mia competenza in fatto di culinaria è decisamente limitata. Conosco i nomi dei cibi, degli alimenti e anche di qualche specialità; a volte li riconosco se li vedo nel piatto. Provo entusiasmo per la categoria dei dolci, soprattutto se sono di colore scuro.

Per il resto c’è poco da dire. Non succede niente in questo Paese.

Scherzo.

Sono sopraffatta dagli eventi e spesso infastidita dagli altri esseri umani. Da quelli che urlano per strada per esempio (a meno che vi siano motivi di reale emergenza, come un incendio o il ritorno di Godzilla).

Con un breve volo pindarico atterrerò sul divano a proseguire la mia maratona di “Breaking Bad”;  mi ricorda tanto quando  lavoravo all’Università, stessa precarietà, stessi rapporti al limite dell’accoltellamento, solo lo stipendio era diverso.

La fiction è meglio del reality.

Ho visto cose

Ho visto miseri contenuti con virgole fantasiose assurti a saggi, da saggi che non sanno cosa significhi “assurti”.

Ho visto sedicenti giacere su allori di carta velina.

Ho visto fustigatori di costumi indossare gli stessi abiti dei fustigati, senza accorgersene.

Ho visto miraggi di intelligenza cadere come aquiloni senza vento, e restare spiaccicati a livello terra-terra.

Ho visto, come Cassandra, un futuro arrugginito e problemi inossidabili.

Ho visto forme vuote, illusioni ottiche offerte a menti modeste, diventare capolavori da asporto.

Ho visto questo e molto altro, ma soprattutto non l’ho visto in tempo.

Vacanza?

Secondo il significato etimologico, “vacanza” è il periodo privo di impegni, vuoto, libero da occupazioni. Non sono in vacanza, di cose da fare ce ne sono tutti i giorni, nessuna ludica, nessuna apportatrice di gioia o serenità.

Però andare in vacanza d’estate ha un senso. Perché fa caldo, perché il periodo di luce è più lungo e quindi… Francamente non lo so. So solo che io, da qualche tempo, sono abbattuta da una fiacca senza precedenti.

Non è pigrizia, quella la riconosco: è quando non ho voglia di fare niente. Stavolta invece voglio agire, ma sono gli apparati che costituiscono l’organismo che non rispondono.

E’ come se l’ATP fosse sotto il livello di guardia, come se i miei mitocondri fossero in vacanza, loro.

L’unica cosa che mi riesce bene è dormire. Come diceva la canzone dedicata alla stanchezza “Il mio cuore si ribella a te, ma il mio corpo no”. Si riferiva ad altro? Non importa.

Davvero, mi piacerebbe scrivere ancora ma proprio non ce la fac