Rainbow Day

Prendo spunto dal commovente richiamo che ho ricevuto in un recente commento, per tornare qui a scrivere due righe veloci. La riflessione riguarda la notizia che arriva dagli Stati Uniti d’America, dove alla fine hanno stabilito la legittimità dei matrimoni tra persone, indipendentemente dal sesso di cui siano forniti.

Vi spiego in breve perché, secondo me, è una cosa buona e giusta. profiloPride

Perché è giusto e auspicabile che le persone siano contente. Quindi chiunque ritenga che la propria vita possa essere migliorata dal matrimonio deve potersi sposare, con chi vuole.

È una considerazione molto egoistica. Io – ormai – penso di essere fuori target, e comunque, essendo eterosessuale non trarrei giovamento da una norma simile, se esistesse anche in Italia. Non direttamente.

Però credo che più le persone intorno a me sono contente, più sia un bene in assoluto, anche per me. Che posso continuare a essere musona, malinconica e spesso insoddisfatta, senza dover competere coi giramenti altrui.

Quindi, evviva i diritti civili estesi a tutti. Evviva la felicità degli altri.

Tu mi turbi, signorina.

Non poteva sfuggirmi la fuga di foto di alcune giovani (per fortuna) attrici americane discinte. Credo che a nessuno sia sfuggito, perché ci stanno massacrando da giorni con questo evento informatico/gossipparo.

Penso che le ragazze abbiano peccato solo di ingenuità, dimostrando una certa sprovvedutezza. Non è gente quella che ha bisogno di questo tipo di pubblicità, anche se devo ammettere che alcune non le avevo mai sentite nominare, ma io non faccio testo, sono anziana.

In un commento su Facebook ho trovato il link per vedere le foto di Jennifer Lawrence: sono carine, lei è bella e non volgare. Non so se questo cedere alla curiosità faccia di me una cattiva persona, perché quelle foto non erano destinate alla visione pubblica.

In questo caso chiedo scusa a Jennifer “I’m sorry, I’m so sorry” come direbbe un certo Doctor.

Fanno bene a perseguire legalmente l’invadente che si fa chiamare TheOriginalGuy, spero che lo puniscano, e che impari a farsi i selfie e i fatti suoi. Ognuno ha il diritto di fotografare la sua roba in santa pace.

Quando non esistevano le fotografie, le star di Hollywood si rivolgevano ai grandi pittori. Questo è di Ingres.

Quando non esistevano le fotografie, le star di Hollywood si rivolgevano ai grandi pittori. Questo è di Ingres.

Non mi interessano i motivi per cui la gente si fotografa senza vestiti addosso; anche solo per vedere l’effetto che fa, per me va bene, non è questo che mi turba nella vita. Mi disturbano le immagini dei morti, per esempio, le scene di decapitazione non mi lasciano indifferente, la violenza la reggo solo se è finta nei film.

Ma un sedere no.

Comunque, per sicurezza, le mie le tengo strette in un disco esterno, ben staccato da ogni rete. Il tizio originale è avvertito.

Fields of gold (e anche le olive)

Sono stata una delle prime a intercettare, attraverso un articolo del Telegraph, la notizia che tanto sta animando bacheche e chiacchiericci di questa estate in declino (faccina contenta).

Gli sberleffi stanno tracimando da giorni, il povero (in senso figurato) Sting ha ricevuto talmente tanti inviti a recarsi in luoghi poco carini, che se gli insulti fossero come i dischi venduti, meriterebbe il “vaffanculo di platino”.

Ma vorrei qui, con calma, riparata dai venti un po’ beceri che soffiano nelle reti sociali, riflettere a mente fredda sulla notizia.

Sting offre una giornata in campagna, nella sua lussuosa tenuta, in cambio di un biglietto d’ingresso, per così dire, di circa 260 euro. Tra le attività previste c’è anche una sessione di raccolta delle olive. È questo che ha scatenato la rete (e il web si infiamma): pensare di pagare per esercitare un’attività che di solito invece viene retribuita.

Io stessa ho sollevato qualche ironica (ovviamente) critica, rammaricandomi di non potermi permettere di lavorare per Sting perché sono disoccupata. Un corto circuito per amor di battuta.

Ma dubito che i partecipanti (ché ce ne saranno, oh se ce ne saranno) usciranno da questa esperienza stremati per la stanchezza, né proveranno sulla propria pelle la durezza del lavoro nei campi. Credo piuttosto che Sting abbia colto l’essenza della parola “agriturismo”: vuoi vedere cosa si fa in un’azienda agricola, vuoi passare del tempo in un posto da sogno, vuoi provare a fare l’allegro contadino? Puoi venire a casa mia, ma per questo, paghi.

A mio parere non c’è nulla di male, anche se trovo la cifra eccessiva.

A meno che, compreso nel prezzo, non sia previsto un concerto live e una seduta di sesso tantrico.

Mamma mi si è allargato il treno

Oggi leggevo una simpatica notizia (sono sempre meno) a proposito delle ferrovie francesi che hanno ordinato 2000 treni nuovi e poi si sono accorti che sono troppo larghi, e non gli entrano nelle Stazioni. Così ora devono spendere 50 milioni di euro per adeguare le banchine. Come facciano non lo so, forse segano i marciapiedi.

Ovviamente la notizia è simpatica per modo di dire, perché è una brutta bega da risolvere, anzi, col linguaggio “qualitatese” è proprio una non conformità grave, gravissima.trenofrancese

Quando seguivo il corso sui sistemi di gestione, la cosa che mi ha più colpito era l’ovvio, o almeno quello che secondo me era ovvio. In questo caso, richiedere che un treno riesca a entrare in Stazione sarebbe ovvio. Ma evidentemente non va dato mai nulla per scontato.

Durante una lezione l’ingegnere docente ci presentò come esempio una fabbrica di radio. “Quali sono i requisiti del prodotto?” E noi lì a scervellarci.

“Che funzioni” suggerì l’ingegnoso ingegnere. A quel punto mi lanciai in una elencazione che comprendeva non esplodere quando veniva accesa, che non si squagliasse d’estate, e che non si disintegrasse durante uno spostamento. Come requisito ulteriore che censurasse in automatico le canzoni di Gigi D’Alessio (o di qualunque altro cantante, a scelta dell’acquirente).

Nel caso attuale, non so se questi treni abbiano una larghezza standard e l’errore sia stato di chi li ha ordinati. Oppure se il progettista abbia sbagliato il numerino sul disegno (pare in effetti che sia un errore di progettazione); avrà pensato, facciamolo bello largo così la gente ci sta più comoda. Poverino, in fondo il ragionamento non era sbagliato, però subito dopo avrebbe dovuto controllare. A me sarebbe venuto in mente, anche se non ho studiato ingegneria ferroviaria, o comunque si chiami.

Naturalmente fior fiori di ingegneri, progettisti, esperti di ferrovie stanno discutendo sui social network sulle cause del malestro e su come si possa risolvere. Lo zoccolo duro è preso dal tema “bisogna allargare la banchina o i binari?”.  Il tutto infiorettato da luoghi comuni ed errori grammaticali.

Qualcuno infine, come poteva mancare?, sospetta il “gomblotto”. Che il progettista fosse in combutta con le “Imprese per l’allargamento delle banchine ferroviarie”?

Carciofi col botto

La notizia del giorno è, naturalmente, quella del carciofo che è esploso tra le mani di una massaia della provincia di Lecco. Se la cosa si ripetesse con altri ortaggi – finocchi a orologeria, zucchini ad autocombustione, asparagi perforanti e ravanelli rotanti – potrebbe diventare un tema ricorrente, come quello degli oggetti dentro la testa, che tante volte ha irretito la mia attenzione in passato.

Anche Sheldon twitta

Anche Sheldon twitta

Ma ecco che la notizia vera per me è che Lecco fa provincia dal 1992 (la sigla è LC, mi sono informata); ero rimasta un po’ indietro, ai tempi dei Promessi Sposi, sono giustificata.

E a questo proposito, la riscrittura su twitter sta proseguendo con soddisfazione, siamo arrivati finalmente a Monza, nel convento della Signora: ci sarà da divertirsi.

Dovevo aspettare 30 anni (forse di più) per queste amenità da secchioni, e soprattutto per non vergognarsi di esserlo.

Dannati fiorentini

Siamo alle solite.

“Dommage que ces derniers soient moins nombreux que les groupes à fanions et sandales qui zappent de trésors en trésors, rendant la ville parfois insup­portable. Files d’attente épouvantables, vendeurs impolis, commerçants escrocs, personnel des musées arrogant…”

Questo è un brano dell’ articolo pubblicato su Le Figaro del 9 luglio, sulla presentazione dell’ultimo romanzo di Dan Brown che si svolge in gran parte a Firenze. Non entro nel merito letterario; lo farò in seguito.

I' Domo e i' campanile di Giotto. (Foto mia)

I’ Ddomo e i’ Ccampanile di Giotto.
(Foto mia)

Vorrei invece affrontare un tema che periodicamente mi si ripropone, come una peperonata non digerita.

Sono i fiorentini maleducati, arroganti e, aggiungo io così si fa prima, presuntuosi? A onor del vero l’articolo parla dei bottegai e del personale dei musei, ma io allargo il giudizio (o pregiudizio) a tutto il popolo, perché tanto è quello che si dice in giro.

Dunque, io non sono nata a Firenze, ma ci vivo da quando avevo 14 mesi, indi per cui non sono fiorentina D.O.C.G., ma ne ho una qualche esperienza di vita.

Detto questo, ogni volta che mi viene fatta un’osservazione del genere (siete chiusi, siete snob), io domando, con sincera volontà di capire, da cosa lo evincano e soprattutto in che modo le altre cittadinanze viceversa dimostrino di essere aperte e alla mano. Chiedo esempi ed esperienze concrete.

Nessuno, e dico nessuno, è mai riuscito a spiegarmelo o a convincermi. Sicuramente è un mio limite. Sicuramente.

Ma a questo punto del cammino di nostra vita, qualche ipotesi l’ho formulata.

1. Non ci s’intende. Il fiorentino è (sempre parlando in soldoni) linguacciuto e poco incline ai salamelecchi, dotato di un umorismo corrosivo, spesso scambiato per cattiveria. Soprattutto da chi non sa rispondere a tono. E so bene che in questi casi ci si deve limitare; non sta bene sparare sulla croce rossa insomma, anche perché è troppo facile e di poca soddisfazione. Solo che a volte scappa la battutina sarcastica e uno ci resta male, ma non è mica colpa nostra.

2. Quella che viene definita “chiusura” è semplicemente riservatezza. Un vicino di casa che si presentasse alla porta con la torta di benvenuto, come si vede in certi film americani, a me parrebbe invadente. E ricordiamoci che spesso quei tipi lì si rivelano serial killer con le vittime a pezzi nel congelatore.

3. Mi sono sentita dire “E’ difficile fare amicizia coi fiorentini, si ritrovano solo tra di loro”. A questo non so che rispondere, io ho sempre faticato con tutti. In quanto agli inviti, ne ho sempre fatti pochi, è vero, ma con criteri selettivi che nulla avevano a che fare con la geografia. Non ho mai sentito nessuno dire “faccio una cena a base di finocchiona e pasta e fagioli, sicché te che sei di [località a piacere] ‘un tu ‘ppoi venire, sennò mi si contamina la purezza del DNA dei commensali”.

4. E se poi la falla fosse dall’altra parte? Se la chiusura fosse dell’accusatore piuttosto che (ammirate l’uso corretto della locuzione) dell’accusato? Ricordo le studentesse fuori sede quando, nell’altro secolo, andavo all’Università, stavano sempre tra di loro, in gruppetti – quelli sì – chiusi e serrati. Avevo un’amica di Taranto, con cui studiavo e andavo al cinema, ma le altre erano inavvicinabili. Evito qui di fare supposizioni, avranno avuto i loro motivi.

Concludo questa breve, incompleta e del tutto personale disamina con una riflessione che dovrebbe pacificare gli animi di tutti.

Sarebbe meglio che queste diatribe finissero, perché sono sterili e inutili.

Tenendo conto che i maleducati esistono, che gli arroganti esistono, che i presuntuosi esistono, dobbiamo però volerci bene, sentirci umani tra gli umani, fratelli tra i fratelli e cugini tra i cugini (i francesi), anche perché ai fiorentini d’essere definiti spocchiosi, snob, o brutti e cattivi, da fratelli e cugini, non gliene importa un fico secco.

Bad girl

Oggi nella versione online de La Repubblica (e probabilmente anche altrove) è comparsa la notizia che, nonostante la presenza di una persona deceduta a pochi metri di distanza, a Formia qualcuno continuava le proprie attività ludiche sulla spiaggia.

L’avvenimento è stato così annunciato su Facebook: “Giocano a racchettoni vicino al cadavere di una donna: è successo questa mattina sulla spiaggia di Formia”.

Alle ore 20.20 di lunedì 17 eravamo a 193 mi piace e 34 commenti.

Alle ore 21:44 di lunedì 17 eravamo a 213 mi piace e 42 commenti.

Ovviamente sono subito partiti i consueti commenti che ormai tutti noi, se frequentiamo i social network, ci possiamo immaginare: dove finiremo, come siamo diventati, che brutto mondo signora mia, è un gomblotto!!11!”.

Per questo motivo, e sentendomi particolarmente in vena di lazzi, ho voluto aggiungere il mio: “A racchettoni? Ma è un’indecenza! Lo sanno tutti che i racchettoni non sono più di moda…”.

Non so come si possa definire esattamente, ma si tratta di una forma di umorismo. E nemmeno tanto nero, perché quello che molti non hanno capito, è che la mia non era una battuta sulla morte della persona sotto il lenzuolo. Diciamo che ho spostato il centro dell’attenzione dal corpo alla notazione marginale dei racchettoni. Non è cinismo il mio, piuttosto è chi ha dato la notizia in quel modo che va bacchettato. Magari solo perché ha dato quella notizia. E naturalmente era una feroce (sì) critica contro quei commenti inutili, banali, prevedibili che inevitabilmente hanno inondato la pagina.

Sapevo che sarebbe arrivata qualche reazione.

Si sa, il pubblico è vario, ognuno legge e interpreta come sa, come può, come vuole.

Ma quello che è successo ha superato ogni mia aspettativa, procurandomi qualche sorpresa e anche parecchia soddisfazione; lo ammetto, mi sono divertita.

Per la prima volta dopo non so quanto tempo sono stata insultata, mi hanno dato di deiezione corporea (ma non così finemente, ché il termine era meno ricercato), di imbecille (però il tizio ha scritto “un imbecille” quindi non si riferiva a me, in quanto di poche cose sono sicura ma che son femmina lo so per certo), di cinica (ma non lo considero un insulto, solo che non risponde a verità), qualcuno mi ha avvertito che avrei dovuto vergognarmi (me lo sono segnato sull’agenda).

Una signora mi ha detto che non sono degna di appartenere alla razza umana né a quella animale, dimostrando di non aver nessuna nozione di tassonomia, e soprattutto di ignorare che gli umani sono animali, e se qualcuno glielo farà presente stia attento a non provocarle uno choc culturale. E non si dica che non mi preoccupo dei miei compagni di genere.

E’ sorto anche il sospetto che io sia un troll. Ci farei una faccina sorridente qui, se non fossi contraria agli emoticon nei blog. Immaginatevela.

Chi mi conosce sa di quanta tenerezza io sia capace, di quanto ammore e umana compassione sia pieno il mio cuoricino palpitante. Non sono una ragazza cattiva, nemmeno quando sono disegnata.

Certo forse ci voleva un passaggio, un uso meno che basico dei neuroni, ma ci si poteva arrivare, cari i miei commentatori indignati, benpensanti e spesso malscriventi.

Science-Friction

Norwich è una città di 127.600 abitanti del Regno Unito.  Si trova nella regione Est dell’Inghilterra.

Così recita Wikipedia.

Lo scorso 12 maggio, si è svolta a Norwich la quarta Convention di fantascienza organizzata dal locale Fan Club di Guerre Stellari. Ospiti d’onore alcuni attori del cast.

Il caso vuole che uno di questi attori, tale Graham Cole, abbia partecipato più volte anche alla serie britannica di fantascienza “Doctor Who”, in ruoli mai accreditati e anche difficilmente riconoscibili come un Cyberman o altri mostri alieni.

Per questo motivo alla Convention si è presentato il dirigente (travestito da equipaggio di Star Trek, oltretutto) di un altro Fan Club locale, quello del Doctor Who, appunto, acerrimo rivale (il Fan Club, non il Doctor) di quello di Guerre Stellari, per chiedere l’autografo a cotanta celebrità.

Giustamente quelli di Guerre Stellari hanno detto “voi del Doctor Who fatevi la vostra Convention e non venite e rubarci gli autografi. L’ospite è nostro e se non te ne vai subito ti polverizziamo con le spade laser”. L’Whovian camuffato da Trekker, da parte sua, ha minacciato di tirare fuori il cacciavite sonico e di provocare la più devastante e definitiva guerra del Tempo che mai si sia vista dai tempi della fine di Gallifrey.

Per farla breve, si è verificata una baruffa che ha richiesto l’intervento della polizia, che ha preso i due contendenti per le orecchie e ha imposto loro di farla finita e tenersi alla larga gli uni dagli altri.

Avrei voluto esserci, ed è indubbio da quale parte sarei stata. Sono una Whovian anch’io, e fino ad oggi lo sono stata sommessamente; pensavo fosse una prerogativa adolescenziale l’entusiasmo monomaniacale per un personaggio inesistente. Ma poi mi sono imbattuta in questa notizia con le fotografie dei protagonisti: a occhio non sono teenager da almeno 30 anni. Questa cosa mi consola e mi sollazza.

Il Tardis nel mio giardinetto in Second Life.

Il Tardis nel mio giardinetto in Second Life.

Immagino le loro mogli.

“Richard, smetti di giocare con la spada laser e vieni a tavola,  è pronto!”

“Jim, vuoi uscire da quella dannata cabina blu? C’è da andare a prendere i bambini (nipoti N.d.R.) a scuola!”

Certo che questi uomini di mezza età sono proprio ridicoli. Perdere il tempo dietro a film e telefilm, collezionare oggetti e autografi.

Che sciocchezze.

E ora scusate ma mi devo preparare: stasera c’è un grandioso finale di stagione del Doctor Who e voglio concentrarmi. Non chiamate, non telefonate, non mi cercate.

Sigla!

Tempi duri

Ho aspettato. Volevo smettere di lamentarmi, di contestare, di scrivere invettive. Così ho aspettato una buona notizia, qualcosa di bello da dire.

Prima di andare fuori tempo massimo una buona nuova l’ho trovata.

Ha riaperto il supermercato vicino a casa e tutte le anziane del quartiere esultano. Me compresa, che non dovrò più affrontare la caccia alla spesa nelle rare botteghe rimaste.

Mi dispiace, ma di meglio non ho proprio trovato.

Un volo da dimenticare (non quello che scrive, un altro)

Sono un po’ timorosa nell’apprestarmi a scrivere quello che sto pensando da giorni. Uso il blog personale per non espormi troppo, lo leggono in pochi e forse saranno indulgenti.

Premetto che sono consapevole dell’estrema importanza della ricerca, del cui eccitante mondo ho fatto parte per diversi anni; poi però avevo bisogno di soldi per comprarmi le merendine, e ho dovuto cercarmi un lavoro.

Preciso anche che sono un’entusiasta della tecnologia e delle novità, che mi piace sempre imparare – anche se ormai quello che assimilavo in pochissimo tempo quando avevo vent’anni, ora necessita di una digestione lunga e lenta e spesso viene disperso tra neuroni arrugginiti e distratti.

Sottolineo che mi diverto molto a leggere le notizie di imprese strampalate e avvenimenti curiosi (chi mi legge da anni conosce la mia passione per i cannibali e quelli che si infilano le cose nella testa).

Però, la questione che mi frulla in testa, in base a ciò che leggo in rete, tra le notizie e i social network, è la seguente: sono l’unica nel mondo a pensare che Felix Baumgartner, quello che si è buttato di sotto da un numero esagerato di metri, sia un pazzoide e quel salto una mezza fesseria?