Dispar condicio

Ho bisogno di uno spazio tranquillo per ragionare su una certa cosa. Quale posto più accogliente del mio blog?

Nel gruppo di Facebook, che carinamente l’amica Rossa mi ha chiesto di amministrare con lei, si è scatenata una polemica sull’imparzialità della moderazione applicata su certi commenti.

Il gruppo ha come tema centrale la lingua italiana, o meglio, gli errori e gli orrori che si leggono e si sentono in giro. Un tema neutro, uno potrebbe pensare. Sbagliato. La lingua è anche molto politica e, se si vuole (e sottolineo se), offre facili appigli a dichiarazioni, battute, esternazioni al limite dell’insulto.

E questa è la premessa.

Ora si dà il caso che, come molte altre persone, perfino io abbia delle preferenze in politica. O meglio, delle s-preferenze (so che non si dice, ma qui sono nel mio blog e scrivo quello che mi pare). È facile quindi capire che di fronte alla battuta malevola su uno strafalcione linguistico di Salvini (tanto per fare un esempio) non mi faccia né in qua né in là, anzi, se sono di buonumore mi scappa pure un “mi piace”. Questa azione apparentemente semplice e innocua, viene registrata e giudicata dagli ipotetici (sia ben chiaro, è una storia romanzata, questa) sostenitori filo-leghisti (o di destra, o di… che ne so. Magari sono solo scassamaroni patentati).

I quali poi notano (forse hanno un quadernino nero in cui prendono appunti) che la stessa reazione condiscendente non si ha quando insulti (e per me idiota è un insulto, non so per voi), battutine stizzite e spesso gratuite, vengono rivolte verso altri personaggi di altre correnti politiche.

È vero. Io non sono imparziale. Io non sono equidistante. Per me non sono/siamo tutti uguali. Sono una che sceglie da che parte NON stare, perché l’imparzialità è di chi non ha opinioni o di chi, ipocritamente, finge di non averle.

Se fossi un Giudice sarebbe un problema, ma non devo decidere della vita e della morte di nessuno. Quindi continuerò ad avere delle opinioni e a essere di parte. E se non sono dalla parte che piace agli altri, pazienza. Essere popolare non è mai stato uno dei miei obiettivi.

E ora beccatevi pure la canzone.

E poi ti dicono tutti sono uguali

tutti rubano alla stessa maniera

ma è solo un modo per convincerti

a restare in casa quando viene la sera.

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Lettere moderne

Amo i vecchi libri, soprattutto se sono manuali, perché trasudano di una quotidianità che, per motivi anagrafici, non ho potuto conoscere. Non c’è libro di storia che possa sostituire i piccoli saggi e le guide su come si fanno le cose.

Ho già avuto occasione di parlare di quel capolavoro di ironia (almeno per me) che è il Saper Vivere di Donna Letizia, ma recentemente ho ritrovato, schiacciato tra una miniguida ai fogli di calcolo e un saggio sulla sceneggiatura cinematografica (mai letto) un libro di carta ruvida e un po’ ingiallita. il nuovo saper scrivere frontespizio

Fa parte di quella categoria di manuali in uso tra l’Ottocento e il Novecento, che suggerivano come scrivere le lettere. In particolare quelle d’amore, da cui il nome “Segretario Galante”. Questo “Nuovo Saper Scrivere” invece, spazia tra le mille situazioni in cui il Signore o la Signora possono trovarsi nel 1933 (XI Era Fascista), anno di stampa di questo gustoso libretto.

Nel primo capitolo si elencano le regole di base, essere brevi, rendersi interessanti, usare periodi brevi, andare a capo ed essere pratici, che sono perfette anche oggidì, e non solo per le lettere, che ormai non scriviamo più.

Utilissimo e da tenere sempre presente il consiglio di pag. 17 nel paragrafo dedicato al “Lo stile poetico”.

Quando vorrete, cari lettori e lettrici, specie presso gente di poco gusto e di molta presunzione, darvi l’aria di scrittori di gran classe, ricercate le frasi che camminano impennacchiate e risonanti tra festoni d’aggettivi.

Direi che è perfetto.

Percorrendo le varie tappe della vita, dalla nascita alla morte, ecco le indicazioni e gli esempi per ogni occasione che possa richiedere una lettera, un biglietto o una qualsiasi traccia scritta.

Le eventualità prese in considerazione sono davvero tante e inaspettate. Dalle felicitazioni a un padre di due (o tre) gemelli, a come rifiutare di essere paggio o damigella d’onore a un matrimonio.

Carissimo Amico,

la tua fidanzata e tu non potevate darmi un segno di più gradita simpatia scegliendomi come paggio d’onore per il vostro matrimonio. In questa festa di famiglia è il posto più ambito, dopo quello dello sposo.

Non so proprio esprimervi a parole il mio sentimento. Disgraziatamente fra due settimane debbo… (Pretesto, immaginario anche, ma credibile). (…)

Interessante le considerazioni dell’autore (non dimentichiamo che siamo nel 1933) sulle nuove abitudini delle ragazze in età da marito.

Sono spesso le ragazze, in questi nuovi tempi, che fanno il primo passo. Sono esse che si sforzano di farsi notare e accettare.

La rarefazione degli uomini, in molti paesi causata dalla guerra, non ha ridotto la specie maschile a così scarso numero da giustificare tanta bramosìa. Ma le donne si sono fatte molto più intraprendenti di una volta. (…) Il celibato degli uomini li indispone: restar zitelle li mette fuori dai gangheri.

Ecco quindi come ardisce di comporre la domanda di matrimonio la ragazza emancipata degli anni ’30.

Caro Memmo, [i venti di guerra rendono appetibili anche uomini con nomi improbabili]

debbo farti una domanda molto grave. Parliamoci chiaro, è meglio. Vuoi essere mio marito? (…)

Mi piace, nessun giro di parole, dritta allo scopo, ché i tempi non sono adatti per tergiversare. In men che non si dica ci si ritroverà tra capo e collo la minaccia di un’altra guerra mondiale, e bisogna sbrigarsi.

Non posso, purtroppo, soffermarmi su ogni esempio meritevole di attenzione, ché troppo ci sarebbe da scrivere, ma, oltre a ciò che non si deve dire e ciò che si può dire in caso di lutto, a come partecipare le condoglianze a vedovi e vedove, madri, figli e “false vedove” e “semi-spose” (cioè le compagne non sposate del defunto) è curiosa la lettera di “condoglianze tecniche” nel caso in cui il morto fosse dissoluto e spendaccione: in pratica sono generiche riflessioni sul senso di vuoto che la morte porta con sé, senza alcun cenno al “furfante matricolato” la cui dipartita ha anzi portato sollievo alla neo-vedova.

Ramon Novarro

Costretta a scegliere tra la lettera a una “ragazza innocente” (intonsa, vergine insomma), e le lettere a “un bell’attore”, per es. Vittorio De Sica, Nino Besozzi, John Gilbert, Ramon Novarro (nella foto), Clark Gable, Maurizio Chevalier, ritengo più utili le indicazioni per rivolgersi a

uno scultore moderno, di quelli che rappresentano gli esseri umani sotto la forma di masse amorfe, di tubi a gomito, di foglie di zinco unite da chiodi

Signore,

ho visto la Sua opera e l’ho ammirata. La concezione che ha della massa, la finezza con cui serve l’armonia dei volumi, la Sua potenza di sintesi, sono state per me una rivelazione. Le esprimo tutta la mia gratitudine per la rara gioia artistica che m’ha dato.

Spassosa è la conclusione del paragrafo dedicato a “un pittore d’arte moderna” che

può essere complimentato nella stessa forma (dello scultore). Aggiungete solamente, non importa dove, frasi di questo genere: “Sono stato particolarmente colpito dal senso dei rapporti, e dell’arte con cui fa cantare i colori”.

Certa di fare gradito dono, concludo con la pagina dedicata alle cartoline illustrate. Fatene buon uso durante i prossimi viaggi.

testi per cartoline

Cosa scrivere sulle cartoline illustrate (cliccare per ingrandire)

Arrivederci presto! Possiate essere lungamente felici, e avermi per testimonio della vostra felicità.

Se qualcheduno volesse un consiglio per un’epistola, di qualsiasi genere, me lo chieda, ché io sarò felice di aiutarlo.

Critica

Leggendo in giro saltando di link in link, seguendo spesso un filo poco logico e casuale, mi capita spesso di imbattermi in siti, blog o quello che sono, che parlano di libri, film e serie tv. Ora che ci penso il filo non è poi così illogico, dato che sono tra gli argomenti che preferisco.

Per questo mi fermo e leggo le cosiddette “recensioni”. In alcuni casi, non tutti s’intende, le virgolette sono obbligatorie perché, secondo me, una recensione è una cosa diversa.

A colpo d’occhio sono dei pezzi piuttosto lunghi, corredati da foto, screenshot e video. Leggendo mi accorgo però che la gran parte del post (o articolo, come piace chiamarlo agli autori per sentirsi giornalisti) non è altro che il riassunto più o meno dettagliato della trama. Inutile poi buttare lì “cifra stilistica” o “stilemi” nelle ultime due righe come una formuletta magica, per illuderci che chi scrive sia un espertone di linguaggi visivi. Se mi racconti per filo e per segno tutta la puntata, nel migliore dei casi, se l’ho già vista, mi fai perdere 10 minuti. Nel peggiore dei casi, mi inondi di spoiler e la prossima volta mi guarderò bene dal caderci di nuovo.  ratatouille-anton-ego

È come quando propongono l’ascolto guidato di un’Opera. Non è che mi devono presentare l’intreccio, se non per i fatti fondamentali. Alessandro Baricco (quello figo, abilissimo scrittore del nulla) è un eccellente narratore di musica, spiega il ruolo degli strumenti, accompagna nel dipanarsi di note e melodie, presenta aneddoti e curiosità, è un vera guida nell’ascolto.

Mi è capitato, viceversa, di assistere a una serata dedicata a “Jesus Christ Superstar”, con il conduttore che si è limitato a raccontare la storia. Praticamente era una lezione di catechismo, con l’ascolto di musica che posso fare quando voglio, per conto mio, mettendo il vinile sul giradischi.

Da una recensione mi aspetto un’analisi, un giudizio, una guida, non il racconto pedissequo di quello che succede. Per ora l’età senile non mi impedisce di capirlo da sola.

Nei siti stranieri si parla di “recap” che vuol dire sommario, riassunto. Se non sai recensire un prodotto, non m’illudere, recappalo pure, magari anche con le battutine da divano che funzionano sempre con gli amici. Ma criticare è una cosa seria.

Il senso della vita di un blog

Tutti i blogger seri sono interessati a costruire una grande comunità di lettori entusiasti.

                                                          Trovata in questo sito.

In occasione del recente 16° anniversario della mia frequentazione di internet, riflettevo sul destino di questo blog silente: lo chiudo, lo tengo, lo congelo, lo sospendo, lo rimando, lo ignoro? E se decido di scrivere, cosa scrivo?

Per motivi imperscrutabili legati alla serendipità, mi ritrovo sempre più bersagliata da consigli, decaloghi, suggerimenti e indicazioni sulla gestione dei blog, dei siti e dei social media, su come ottenere visibilità e come far fruttare al massimo la comunicazione della propria azienda.

Sono spunti interessanti, non lo nego, utili anche. C’è un solo intoppo: io un’azienda non ce l’ho. E neppure sono io stessa un’azienda, non sono una creativa, non invento, non organizzo, non gestisco. Non ho nulla da pubblicizzare, nemmeno un romanzo autopubblicato (dio ce ne scampi e liberi). Non faccio foto artistiche. Non sono una fashion victim. Non mi interessa cucinare (il blog con le ricette è dichiaratamente un modo per conservare vecchi ricordi di famiglia). Non ho una passione monomaniacale che meriti un intero blog.

Prossimamente in lettura.

Prossimamente in lettura.

Insomma sono in crisi: che ci sto a fare io qui?

Mi vorrei allacciare alla citazione di apertura di questo post (post, non articolo, non editoriale, solo un post).

Se io fossi una blogger seria. Se fossi una blogger. Tutti coloro che possiedono e scrivono in un blog possono definirsi blogger? Diciamo di sì. Seria? Sì, sono una persona seria. Ma non credo di essere una blogger seria. Perché a me di costruire una grande comunità di lettori entusiasti (che ridere) non interessa punto.

Io sono una lettrice entusiasta, ma non di blog. Quando leggo Stephen King mi entusiasmo, a volte. Ecco, lui ha creato una grande comunità di lettori entusiasti. Sarebbe un blogger serio.

Ovviamente nessuna decisione è stata presa nel corso di questo post, e – a dimostrazione della mia poca serietà – non seguirò nessuno dei consigli che vengono ammanniti in rete.

De twitterantibus

E’ sempre bello osservare e scoprire le dinamiche del popolo della rete (orrida locuzione che mi fa pensare a una massa di zombie). Un tempo erano le chat, e i newsgroup, e tutte quelle cose lì che in parte esistono ancora, in parte sono travasate nei social network.

Da poco tempo ho rispolverato l’account di twitter, che avevo usato pochissimo all’inizio. Ricordo che mi misi a seguire Liz Taylor buonanima, ma come sempre mi succede con le star, mi sentii quasi infastidita di quella “vicinanza”. Io voglio che i miti rimangano distanti, altrimenti non sono più miti, e diventano spesso deludenti esseri umani. Per il resto, non sapevo che scrivere, non mi leggeva nessuno e mi sentivo sola e abbandonata.

Ora con il progetto di riscrittura dei Promessi Sposi invece mi sto divertendo abbastanza.

Inevitabilmente ho notato alcuni meccanismi al confine tra il ridicolo e il patetico. Intanto sto imparando a prevedere il numero dei seguaci in base alla foto dell’account. Il mio è un occhio, quello che uso da diversi anni, altre (sì, femmine) invece preferiscono altri dettagli. Senza fare troppi giri di parole, le tette (suggerite, intraviste, mica spiattellate nude e crude) aumentano il numero di seguaci in numero esponenziale. Così come gli ammiccamenti scritti che lasciano intuire chissà quali promesse di lussuria e trasgressione.

Il numero dei followers e dei (followati non lo userò mai) seguiti è l’indicatore dell’attività, della popolarità del twittatore. Grazie a un sistema di controllo dell’account è possibile (a differenza di quello che accade in Facebook) sapere quotidianamente chi ha iniziato a seguirci e chi invece ha, chissà come mai, deciso che ciò che scriviamo non gli interessa o magari gli fa proprio schifo. twitter

L’ho attivato anch’io naturalmente, e la cosa che salta agli occhi è che:

  1. molti si sentono spinti a seguire chi li segue. Mi ricorda il “vuoi essere mio amico?” della scuola materna. Credo che sia un modo per ricambiare la fiducia, in fondo è un comportamento tenero, salvo il fatto che poi (v. il punto 2)
  2. c’è chi si accorge che non lo segui più e ti cancella immediatamente. Questa è la cosa che mi fa più ridere, perché vuol dire che l’unico interesse nel ricevere i miei tweet stava nel fatto che io leggevo i suoi. Non è contemplata l’opzione che la persona in questione riempisse la pagina di parole inutili, e che invece io scriva cose intelligentissime e in quantità consona col fatto che ogni tanto mi allontano dal computer. Cosa che alcuni sembrano non fare, o forse utilizzano dispositivi mobili durante l’esercizio delle funzioni vitali di base.

Poi ci sono le interazioni, che possono essere risposte ai tweet, ritwittamento (che permette al frasetta di rimbalzare per ogni angolo dell’universo), e conservazione del tweet tra i preferiti. Al di fuori del progetto di riscrittura, i meccanismi mi sono ancora oscuri, certo è che son tutta contenta quando qualcuno mi dimostra apprezzamento. In fondo mi accontento di poco.

Ora, siccome sto oscillando da giorni intorno ai 98 follower, e voglio superare i 100 entro il 2013, vado a fotografarmi le tette e le metto nel profilo, poi comincio a twittare citazioni di Anais Nin. O di Henry Miller. Dipende se ci stanno in 140 caratteri.

Inferno (no spoiler)

E’ tornato infine. E m’è toccato leggerlo stavolta, non potevo ignorare questo capolavoro della letteratura da supermercato, che si svolge proprio qui, sotto casa.

Mi riferisco a Inferno, l’ultimo romanzo di quel furbacchione di Dan Brown, che stavolta ha imbastito tutto un rigirìo complottaro, basato sui vaneggiamenti di uno scienziato visionario, alle prese col problema della sovrappopolazione del pianeta Terra.

E siccome, tanto per riallacciarmi a un post precedente, Firenze è un gran bel posto, ha pensato di ambientare oltre metà della storia nel centro storico (che lui si ostina a chiamare “città vecchia”, ma qui non lo dice nessuno), e il resto tra Venezia e Istanbul che pure hanno le loro bellezze, e poi si vede che la Pro Loco ha insistito per allargare i futuri “Inferno Tour” fino in Turchia.

Per chi conosce il tipo sa già quanta roba riesce a infilare nei suoi romanzi Dan; lui più che un romanziere è un farcitore di nozioni, un divulgatore enciclopedico (storia, geografia, arte, usi e costumi, e in questo romanzo ci infila pure il movimento transumanista e l’ingegneria genetica).

Già dopo Il Codice da Vinci, avevo buttato giù una serie di suggerimenti che però Dan ha voluto ignorare, ma non dispero che verranno ripescati per i prossimi romanzi.

Questa volta mi rivolgo agli editori: il prossimo libro potete strutturarlo così come sono organizzati i manuali scolastici. Oltre al testo principale, che è il racconto, la vicenda, bisogna inserire dei riquadri con illustrazioni e descrizioni. Così chi è interessato alla trama legge la storia, chi invece vuole le spiegazioni, legge anche quello scritto nelle aree a parte. Gli analfabeti possono guardare le figure. Nel caso poi degli ebook si inseriscono queste parti con link di approfondimento.

Il lavoro è praticamente già fatto, perché Dan (che tra l’altro mi è simpatico) mentre racconta di inseguimenti, sparatorie, gente che si nasconde, che telefona, che si traveste e spia etc, si interrompe e fa la lezioncina.

Faccio un esempio, che non è nel libro ma potrebbe.

La pronuncia scandita e precisa faceva pensare che fosse originario della Svizzera (…)

E subito sotto: “La Svizzera è un paese alpino che confina a nord con la Germania, ad est con l’Austria e il Liechtenstein, a sud con l’Italia e ad ovest con la Francia. Esporta cioccolata e orologi, ospita le sedi di molte Banche e l’eroe nazionale è Guglielmo Tell.”

Oppure, e questo c’è:

(…) rivelare la combinazione che consentiva l’accesso al famoso Corridoio vasariano.

E alla ripresa del racconto: “Il Corridoio vasariano fu realizzato da Giorgio Vasari nel 1565 per ordine del granduca Cosimo I de’ Medici…”.

Geniale. In un solo libro abbiamo l’intrattenimento, lo stradario, la guida turistica e il sussidiario di quinta elementare.

E la letteratura?

Non può pensare a tutto lui. Quella cerchiamola da un’altra parte.

Dannati fiorentini

Siamo alle solite.

“Dommage que ces derniers soient moins nombreux que les groupes à fanions et sandales qui zappent de trésors en trésors, rendant la ville parfois insup­portable. Files d’attente épouvantables, vendeurs impolis, commerçants escrocs, personnel des musées arrogant…”

Questo è un brano dell’ articolo pubblicato su Le Figaro del 9 luglio, sulla presentazione dell’ultimo romanzo di Dan Brown che si svolge in gran parte a Firenze. Non entro nel merito letterario; lo farò in seguito.

I' Domo e i' campanile di Giotto. (Foto mia)

I’ Ddomo e i’ Ccampanile di Giotto.
(Foto mia)

Vorrei invece affrontare un tema che periodicamente mi si ripropone, come una peperonata non digerita.

Sono i fiorentini maleducati, arroganti e, aggiungo io così si fa prima, presuntuosi? A onor del vero l’articolo parla dei bottegai e del personale dei musei, ma io allargo il giudizio (o pregiudizio) a tutto il popolo, perché tanto è quello che si dice in giro.

Dunque, io non sono nata a Firenze, ma ci vivo da quando avevo 14 mesi, indi per cui non sono fiorentina D.O.C.G., ma ne ho una qualche esperienza di vita.

Detto questo, ogni volta che mi viene fatta un’osservazione del genere (siete chiusi, siete snob), io domando, con sincera volontà di capire, da cosa lo evincano e soprattutto in che modo le altre cittadinanze viceversa dimostrino di essere aperte e alla mano. Chiedo esempi ed esperienze concrete.

Nessuno, e dico nessuno, è mai riuscito a spiegarmelo o a convincermi. Sicuramente è un mio limite. Sicuramente.

Ma a questo punto del cammino di nostra vita, qualche ipotesi l’ho formulata.

1. Non ci s’intende. Il fiorentino è (sempre parlando in soldoni) linguacciuto e poco incline ai salamelecchi, dotato di un umorismo corrosivo, spesso scambiato per cattiveria. Soprattutto da chi non sa rispondere a tono. E so bene che in questi casi ci si deve limitare; non sta bene sparare sulla croce rossa insomma, anche perché è troppo facile e di poca soddisfazione. Solo che a volte scappa la battutina sarcastica e uno ci resta male, ma non è mica colpa nostra.

2. Quella che viene definita “chiusura” è semplicemente riservatezza. Un vicino di casa che si presentasse alla porta con la torta di benvenuto, come si vede in certi film americani, a me parrebbe invadente. E ricordiamoci che spesso quei tipi lì si rivelano serial killer con le vittime a pezzi nel congelatore.

3. Mi sono sentita dire “E’ difficile fare amicizia coi fiorentini, si ritrovano solo tra di loro”. A questo non so che rispondere, io ho sempre faticato con tutti. In quanto agli inviti, ne ho sempre fatti pochi, è vero, ma con criteri selettivi che nulla avevano a che fare con la geografia. Non ho mai sentito nessuno dire “faccio una cena a base di finocchiona e pasta e fagioli, sicché te che sei di [località a piacere] ‘un tu ‘ppoi venire, sennò mi si contamina la purezza del DNA dei commensali”.

4. E se poi la falla fosse dall’altra parte? Se la chiusura fosse dell’accusatore piuttosto che (ammirate l’uso corretto della locuzione) dell’accusato? Ricordo le studentesse fuori sede quando, nell’altro secolo, andavo all’Università, stavano sempre tra di loro, in gruppetti – quelli sì – chiusi e serrati. Avevo un’amica di Taranto, con cui studiavo e andavo al cinema, ma le altre erano inavvicinabili. Evito qui di fare supposizioni, avranno avuto i loro motivi.

Concludo questa breve, incompleta e del tutto personale disamina con una riflessione che dovrebbe pacificare gli animi di tutti.

Sarebbe meglio che queste diatribe finissero, perché sono sterili e inutili.

Tenendo conto che i maleducati esistono, che gli arroganti esistono, che i presuntuosi esistono, dobbiamo però volerci bene, sentirci umani tra gli umani, fratelli tra i fratelli e cugini tra i cugini (i francesi), anche perché ai fiorentini d’essere definiti spocchiosi, snob, o brutti e cattivi, da fratelli e cugini, non gliene importa un fico secco.