Sentitamente ringrazio, ma passo.

Ringrazio l’autrice di Cornelia P. che mi ha gentilmente coinvolto in una di quelle catene che andavano di moda già 10 anni fa, quando avevo il blog sul defunto Splinder. Bei tempi, quelli. Avevo 10 anni e anche molti chili in meno. Ma sto divagando.

Spero che mi vorrà bene lo stesso se non la continuo, ma sono un po’ pigra e anche restia alle catene, anche se danno lo spunto per scoprire cose belle da leggere.

Mi rendo conto che tendo a riservare le interazioni ai Social Network, dove predominano i “berci”, mentre questo è un angolino ovattato, sussurrato, libero e rarefatto. Ogni tanto leggo gli altri blog; mi piacciono quelli che parlano di argomenti solo apparentemente frivoli: la moda, la TV, i gossip. Mi pascio dello spirito delle giovani donne che ne scrivono, come se fossero mie ipotetiche figlie, o come avrei fatto io se internet fosse stato diffuso una ventina di anni fa.

Quindi, grazie ancora a Michela, e continua così.

F.to la zia Ironica

P.S. tra l’altro il logo di quell’award è bruttarello forte, eh?

Vacanza?

Secondo il significato etimologico, “vacanza” è il periodo privo di impegni, vuoto, libero da occupazioni. Non sono in vacanza, di cose da fare ce ne sono tutti i giorni, nessuna ludica, nessuna apportatrice di gioia o serenità.

Però andare in vacanza d’estate ha un senso. Perché fa caldo, perché il periodo di luce è più lungo e quindi… Francamente non lo so. So solo che io, da qualche tempo, sono abbattuta da una fiacca senza precedenti.

Non è pigrizia, quella la riconosco: è quando non ho voglia di fare niente. Stavolta invece voglio agire, ma sono gli apparati che costituiscono l’organismo che non rispondono.

E’ come se l’ATP fosse sotto il livello di guardia, come se i miei mitocondri fossero in vacanza, loro.

L’unica cosa che mi riesce bene è dormire. Come diceva la canzone dedicata alla stanchezza “Il mio cuore si ribella a te, ma il mio corpo no”. Si riferiva ad altro? Non importa.

Davvero, mi piacerebbe scrivere ancora ma proprio non ce la fac

L’ibri-da viaggiatrice

Anche se è un po’ tardi per i buoni propositi di inizio anno, io ne ho uno che vorrei onorare.

Devo, voglio leggere di più.

Lo spunto mi è venuto dall’incontro coi bravi bookbloggers che ieri sera sono venuti in Second Life, a parlarci dell’intreccio tra editoria e social network. Questa è gente che legge e scrive. E fa anche di conto. E siccome, perdinci, son capace anche io perché ho fatto le scuole alte, e leggo dai tempi del Maestro Manzi, mi devo impegnare a tornare ai vecchi tempi, quando leggevo almeno una dozzina di libri all’anno. Almeno.

Dopo un’adolescenza a pane, nutella e Urania, ricordo il mio periodo cinese (leggevo solo romanzi cinesi e stavo diventando maoista), poi è stata la volta di Pennac e ho divorato tutta la saga di Malaussene voracemente, poi ho avuto la fase Stephen King (mai completata e quindi sempre in agguato), poi è arrivato Dennis Lehane e per lui ho voluto visitare Boston, e poi c’è stata Fred Vargas… l’ultimo è David Foster Wallace che oggi avrebbe compiuto 50 anni e con cui avrei voluto fidanzarmi, almeno per un breve periodo.

Ora sono diventata discontinua, mi perdo coi giochini online, nei social network, con Second Life. Mi distraggo come i bambini.

A mio parziale discapito va l’introduzione dell’alta velocità sulla linea Firenze-Bologna. Prima quelle due orette di viaggio A/R settimanali mi invogliavano a portare con me un libro, ma ora, in 37 minuti  faccio in tempo a cercare gli occhiali, mettere gli occhiali, alzarmi per far passare il mio vicino di posto che deve andare in bagno, aprire il libro, far ripassare il vicino di posto che torna dal bagno, rimettere a posto gli occhiali e prepararmi  a scendere.

Ci sarebbe la seduta mensile dal parrucchiere, ma c’è quell’impiccio degli occhiali da tenere a mo’ di mascherina settecentesca, che fa tanto donna anziana.

Quindi, in attesa di convertirmi agli e-book, sarò fedele a quelli fatti di carta, che puoi ciancicare,  stropicciare, annusare e accarezzare. Ideali da portare a letto.

Quanta strada nei miei sandali…

Non indossavo sandali (non li indosso mai), ma di strada ne ho fatta parecchia domenica scorsa.

Ramo del fiume Po, nella provincia di Ferrara. Lungo la ciclabile "La destra del Po". Indimenticabile.

Doveva essere una gita stile “parrocchiale”, così era scritto nel volantino per incoraggiare i sacchi di patate come me, che praticano solo  sport come il lancio del programma o il decawindows, sempre seduti e scarsamente deambulanti.

Così di buon mattino mi sono alzata e ho trovato il pedalator (anzi ne ho trovati altri 14). Partendo dalla ridente cittadina di Mesola, nella provincia che diede i natali a mia madre (Ferrara), abbiamo pedalato fino alla Sacca di Scardovari, in quel di Porto Tolle, passando attraverso località amene come Goro e Po di Gnocca (giuro che esiste). E poi dice che uno si butta a sinistra.

Io già a metà strada mi sarei buttata a sinistra o destra, bastava che ci si fermasse, ma – incredibile dictu – ho pedalato per 28 chilometri senza accusare nessun malore degno di ricovero.

Ma il bello è giunto dopo pranzo, quando ovviamente si doveva tornare indietro. Io sinceramente a quel punto avrei preso la residenza nella provincia di Rovigo, dispostissima a imparare usi e costumi del luogo, ma poi l’orgoglio e un pizzico di campanilismo mi hanno convinto a fare ritorno nella mia dolce Toscana. E’ quindi ripresa la manovra di avvicinamento.

Sacca di Scardovari, comune di Porto Tolle (Rovigo). Bellino, ma c'era bisogno di faticare tanto per arrivarci?

Ho pedalato disperatamente, concentrandomi sulla strada, e poi sulla pista ciclabile affiancata da acqua, campi e chissà che altro. Non vedevo, perché guardavo solo di fronte a me, in uno stato di coscienza alterata. Dovevo assolutamente astrarmi, senza pensare alla distanza da colmare; in quei momenti mente e corpo erano due entità separate, ognuna per conto suo, la mente lontana chissà dove per ignorare i segnali  del corpo che gridava “mi fa male la parte a contatto del sellino!” (Invero era più più crudo e sintetico ma va capito, erano segnali di basso livello… proprio basso).

Quando ho avvistato la strada che conduceva al parcheggio, che equivaleva a mettersi a sedere sull’autoveicolo per tornare a casa, ho sentito un’ondata di commozione e mi si sono riempiti gli occhi di calde lagrime.

Ce l’avevo fatta.

Sessanta (e diconsi 60) chilometri totali a forza di gambe.

La lieta sorpresa è stata che la temuta ondata di acido lattico non si è presentata, e ora sono alive and kicking come prima. Cioè poco. Evviva l’attività aerobica, evviva la bicicletta!

Non ho voluto la bicicletta…

… però mi tocca pedalare.

Perché non si pensi che io sia una carampana smanettona impelagata in mondi virtuali, col cervello in pappa e la muscolatura atrofizzata, si sappia che da alcuni mesi ho appreso la nobile arte dell’andare in bicicletta reclinata.

Modello di velocipede al quale sono abituata.

La bicicletta reclinata è un velocipede che, al posto del sellino triangolare, ha una specie di sedia sdraio su cui il guidatore gode di ulteriori punti di appoggio oltre ai consueti. Così che il peso del corpo non preme sul perineo e compagnia bella, ma viene distribuito sull’intero posteriore, schiena compresa.

Detta così pare una bella cosa.  Se non che, data la conformazione del mezzo, il ciclista si ritrova semisdraiato a pedalare con le gambe per aria. E, almeno per me, non è una cosa proprio bellissima.

Intanto perché dopo un po’ mi s’informicolano le gambe, poi perché in quella posizione trovo difficoltà a fare cose tipo curvare, fermarmi e ripartire (che non sono indispensabili, ma a meno che non ci si trovi sulla pista ciclabile più lunga del mondo deserta, può capitare di dover fare), e poi perché è una posizione ridicola ed essere additata dai passanti non è la mia massima aspirazione.

Mi dicono che con queste biciclette si fa molta meno fatica e si possono fare percorsi lunghissimi senza rischiare di arrivare stremati a destinazione, come di solito capita a me quando pedalo per più di 800 metri.

Mi dicono anche di fare poche storie, che tanto questo mi tocca… fino alla prossima fissazione del mio compagno nel viaggio della vita. Sperando che non gli venga in mente di provare il parapendio.

Fiacchezza

Stamattina sono dovuta (e sottolineo dovuta) uscire di casa. La mia tendenza alla marmottaggine viene esaltata dalle condizioni climatiche estreme, e quindi ogni sortita è guidata dal verbo “dovere”. Comunque non è stato male, in scooter si hanno perfino dei nanosecondi di sollievo, se non fosse che ogni tanto ci si deve fermare, scendere, sollevare il mezzo sul cavalletto, armeggiare col bauletto e così via. In questi giorni in cui perfino cambiare posizione sulla sedia mi crea un senso di spossatezza, ogni attività muscolare mi preoccupa e se posso, la evito.

Perché fa caldo, fa molto caldo. Dopo i tumultuosi avvenimenti libici e la miseria che avanza, è la notizia più di moda in questo periodo. Come se non ce ne accorgessimo da soli. Come se avessimo tutti i recettori fuori uso, il sistema di termoregolazione in tilt, noi, poveri mammiferi omeotermi alle prese con la grande impresa di mantenere costante la temperatura.

Diteci qualcosa che non sappiamo, che ci sia di una qualche utilità. Non ci raccontate che Berlusconi è dimagrito, che Vasco Rossi è diventato un vecchio rimbambito, che Tizio si è fidanzato, che Caio gioca a racchettoni sulla spiaggia di Sabaudia. Che io manco sapevo dove fosse Sabaudia, o che esistesse. Ecco, meglio sarebbe dunque una disamina su luoghi poco noti; sono favorevole alle lezioni di geografia, di botanica, di storia antica.

Ma risparmiateci il quotidiano ripasso su quanto si suda quando fa caldo. Lo sappiamo, siamo noi quelli sudati.

Vite parallele, ma tutte ironiche

In seguito ad alcuni commenti lasciati nel mio vecchio blog ho provato a riflettere sul perché la mia vena ironica possa essersi esaurita. Devo ammettere che la prima risposta è stata “boh”. Poi però ci ho riprovato e ho capito che la vena non si è esaurita affatto, ha semplicemente trovato altre strade.

Ho scoperto che non sono la sola ad aver abbandonato un blog e ad aver seguito altre vie, e siccome condivido questa scelta con persone che stimo  enormemente questo mi solleva molto. Mi ero sentita in colpa per aver ceduto alla popolarissima comodità del “mi piace”, all’estrema sintesi di uno status che spesso non legge nessuno.

Alexandra

Questa sono io in Second Life. E' incredibile la somiglianza... (proprio incredibile).

In più mi sono lasciata sedurre dalle delizie di un mondo parallelo, che – se permettete – continuo a godermi con soddisfazione, senza alcun problema ad ammettere che mi ci diverto ancora, e nel quale io sono bellissima, benestante, elegante e accessoriatissima (in tutto, e quando dico tutto è proprio tutto). Non come una certa mia amica che non ha nemmeno l’opzione Avi Physics che fa ballare le tette e altre parti del corpo che sembra fatto di gelatina. (E non faccio nomi, per ora).

Un’ultima riflessione.

Il mio modo di vedere le cose da raccontare in un blog e lo stesso nick che mi sono scelta nel lontano 2003, prevedono un uso diciamo “in punta di fioretto” della tastiera. Ho la presunzione o forse solo l’illusione, di essere pungente, allusiva ma mai volgare. Almeno così mi piacerebbe essere.

Rispetto a noti fatti di attualità, che poi sono quelli che più spesso mi danno spunti per scrivere dei post, mi sento come un umorista inglese in mezzo ai clown che si tirano le torte in faccia ed emettono rumori corporei, davanti a un pubblico che si sganascia dal ridere con la bocca piena di pop corn e panini con la braciola fritta.

Diciamo che io invece ho altre aspirazioni: stronza sì, ma leggiadra.