Il senso della vita di un blog

Tutti i blogger seri sono interessati a costruire una grande comunità di lettori entusiasti.

                                                          Trovata in questo sito.

In occasione del recente 16° anniversario della mia frequentazione di internet, riflettevo sul destino di questo blog silente: lo chiudo, lo tengo, lo congelo, lo sospendo, lo rimando, lo ignoro? E se decido di scrivere, cosa scrivo?

Per motivi imperscrutabili legati alla serendipità, mi ritrovo sempre più bersagliata da consigli, decaloghi, suggerimenti e indicazioni sulla gestione dei blog, dei siti e dei social media, su come ottenere visibilità e come far fruttare al massimo la comunicazione della propria azienda.

Sono spunti interessanti, non lo nego, utili anche. C’è un solo intoppo: io un’azienda non ce l’ho. E neppure sono io stessa un’azienda, non sono una creativa, non invento, non organizzo, non gestisco. Non ho nulla da pubblicizzare, nemmeno un romanzo autopubblicato (dio ce ne scampi e liberi). Non faccio foto artistiche. Non sono una fashion victim. Non mi interessa cucinare (il blog con le ricette è dichiaratamente un modo per conservare vecchi ricordi di famiglia). Non ho una passione monomaniacale che meriti un intero blog.

Prossimamente in lettura.

Prossimamente in lettura.

Insomma sono in crisi: che ci sto a fare io qui?

Mi vorrei allacciare alla citazione di apertura di questo post (post, non articolo, non editoriale, solo un post).

Se io fossi una blogger seria. Se fossi una blogger. Tutti coloro che possiedono e scrivono in un blog possono definirsi blogger? Diciamo di sì. Seria? Sì, sono una persona seria. Ma non credo di essere una blogger seria. Perché a me di costruire una grande comunità di lettori entusiasti (che ridere) non interessa punto.

Io sono una lettrice entusiasta, ma non di blog. Quando leggo Stephen King mi entusiasmo, a volte. Ecco, lui ha creato una grande comunità di lettori entusiasti. Sarebbe un blogger serio.

Ovviamente nessuna decisione è stata presa nel corso di questo post, e – a dimostrazione della mia poca serietà – non seguirò nessuno dei consigli che vengono ammanniti in rete.

Promemoria per i saldi

Sabato iniziano i saldi. Mi sono già segnata sull’agenda che non devo prendere altri impegni:  non vorrei rischiare di perdere i migliori affari solo perché una casalinga meglio organizzata arriva prima di me. Mi presenterò all’apertura dell’outlet agguerrita e motivata.

Ovviamente bisogna avere le idee chiare e sapere cosa conviene acquistare, per ottimizzare tempo e denaro. Ecco quindi che, prendendo spunto da questo articolo, vado a compilare la lista della spesa.

  • Cappotto maschile. Ce l’ho, vintage, anni ’90 per la precisione, uno rosso e uno nero. Dubito che quello rosso mi stia ancora, ma sta lì in vista di improbabili dimagrimenti. Quindi se è un capo spalla da avere nell’armadio io sono a posto.
  • Il bianco e nero. Sempre elegante, non c’è che dire, un classico dagli anni ’60 ad oggi, optical, zebra, scacchiera. Il gioco del contrasto per antonomasia, la luce e il buio, il bene e il male. Io però dovrò saltare questo punto, il bianco e nero a Firenze non è visto di buon occhio. (Sempre alè viola).

    stampatiframe

    Completi stampati.

  • Borse-investimento. Nel senso che per comprare queste borse bisogna fare un investimento, ma il sabato la mia banca è chiusa.
  • Completo stampato. Di stampato uso poco anche i libri, grazie all’e-reader. Poi a ben guardare i pigiami proposti mi pare di non averne bisogno. Come? Non sono pigiami quelli?
  • Maculato. Non mi dispiace, a piccolissime dosi però: un accessorio, una rifinitura, un particolare. Oltre, il rischio “panterona di periferia” è troppo alto. Direi quindi che personalmente sono a posto, ma incoraggio l’uso dell’animalier centellinato. Ovviamente che sia solo stampato; sono per il pelo autarchico, io.

    abitofiori

    Abito a fiori.

  •  Fiori. L’abituccio fiorato smanicato è senza dubbio leggiadro, perfetto per fare provviste col cestino, come la donzelletta che vien dalla campagna. Meno adatto per andare al supermercato quando ci sono 10°C di temperatura (di massima). Inutile specificare che non dimoro in campagna.
  • Anfibi. Celo. Neri, duri, scomodi, indistruttibili. Difficili da rimpiazzare.
  • Abito da cocktail. A parte un bicchiere di vino durante i pasti conviviali, non sono avvezza al consumo di alcolici. All’obiezione che esistono cocktail analcolici, rispondo che per bere un crodino non serve un abito apposta.
  • Maxi tricot. Modestamente mi considero una reginetta del tricot, ho alle spalle una lunga militanza di lavoratrice ai ferri e quindi di maglioni giganti ne ho più di uno.
  • Lingerie. Dovrei rinunciare alla mia collezione di Sloggi a vita alta? Questa è cattiveria.
  •  Colori accesi. Che meraviglia il giallo e il rosa insieme, per non parlare di quell’arancio col viola! C’è
    Manca solo il verde col celeste (contadin che si riveste).

    Manca solo il verde col celeste (contadin che si riveste).

    un solo problema: non si intonano al mio colorito; inoltre vorrei mantenere un profilo medio-basso, sono una persona riservata.

  • Pizzo, non solo da sera. Mi raccomando. Non limitare l’uso del pizzo alla sera, è cheap. Il pizzo diurno sdrammatizza l’effetto velo da pia donna e gioca con le trasparenze. Aggiungerei come consiglio un tocco di velluto e damasco color oro, adattissimo per accompagnare i bambini a scuola. Non avendo bambini posso tranquillamente superare questo punto.
  • Sandali. L’idea di acquistare sandali il 4 gennaio è geniale (davvero, eh), ma io non indosso sandali dagli anni ’70. Passo.
  • Militare. Beh, su questo sono molto ferrata e fornita. Ho ancora materiale militare vero, eredità di babbo ufficiale. Andiamo avanti.
  • Bianco assoluto. Qui siamo in contraddizione col precedente bianco/nero. Annullato.

Fantastico. Sono talmente cool di mio che non ho nulla da dover aggiungere. Lascio le code, gli spintoni, le baruffe a chi pensa che una mutanda arancione possa fare la differenza.

Io andrò direttamente alla Lindt.

Nouvelle Vogue*

Mi piacerebbe molto essere una fashion blogger, di quelle giovani, magre e autorevoli. Mi piacerebbe inventarmi gli outfit, farli diventare un must, decidere le palette della prossima stagione, lanciando l’ocra abbinato al color piombo fuso screziato da cristalli purpurei.

Sostenere forme destrutturate nei capi spalla, con scriancrature oblique e cuciture a vista. E poi frange, molte frange, intorno a scollature scivolate e orli asimmetrici, con tessuti techno-pop e stivaletti in ecoplastica che richiamano le calzature delle donne Gaburi, un’antica popolazione mediorientale di cui si sono perse le tracce da circa 115 anni, 7 mesi e 2 settimane.

Per l'uomo freddoloso, che però vuol mostrare la dotazione di muscoli. Un caldo tricot che tutte le nonne vorrano confezionare per i propri nipotini.

Per l’uomo freddoloso, che però vuol mostrare la dotazione di muscoli. Un caldo tricot che tutte le nonne vorrano confezionare per i propri nipotini. Da indossare con disinvoltura (se ci si riesce).

Vorrei rilanciare la moda delle parrucche, dei toupet, dei nei finti e dei nasi di plastica. E al posto di borse e zaini, comodi contenitori multitasche unisex con base piatta da appoggiare sulla testa e da bloccare con cinghie sotto il mento. Il futuro dev’essere proiettato nello spazio siderale, su in alto.

Sarebbe bello introdurre lo strascico come elemento di rottura nella moda maschile.

Potrei dare un’inaspettata svolta glam a questo blog polveroso, immergermi nel superfluo – ma non inutile – mondo dell’apparire.

Un piccolo assaggio in questa immaginetta sulla destra, tratta da un sito che raccomando soprattutto nei periodi di depressione.

*Perché il francese da subito un tocco di classe.

La vita non è un film

Oggi, mentre tentavo di copiare la terza stagione di “Downton Abbey” su una chiavetta USB (vorrei aggiornare mia madre, che crede che Matthew sia ancora vivo) mi si è impallato il pc per due volte. Alla fine ho rinunciato e ho attaccato il disco esterno direttamente al televisore.

In un film non sarebbe successo.

Nei film non si bloccano mai. La barra avanza in modo ansiogeno, questo è vero, ma lo fanno apposta per noi che guardiamo. Temendo per l’incolumità del personaggio alle prese con il trasferimento clandestino, palpitiamo, anche se qualunque spettatore smaliziato sa che il 100% comparirà appena in tempo, per permettere la rapida estrazione della chiavetta.

Anche questo è differente.

Io, che son precisa, disattivo sempre la chiavetta o chi per lei, prima di staccarla. Per questo mi beccherebbero e non potrei mai darmi allo spionaggio industriale.  Nei film viene strappata via proprio mentre il ladro (quasi sempre dalla parte della ragione però) sta per essere scoperto da un addetto della security massiccio, armato e molto cattivo. Ma non succede, perché fa in tempo a nascondersi dietro a una tenda, sotto un tavolo oppure (soprattutto se è una bionda in abito da sera) a simulare un’amnesia durante la ricerca della toilette.

Da cui si evince che per estrarre la chiavetta senza disattivarla, dovrò prima tingermi i capelli di biondo.

 

 

Fiumi (in piena) di parole

Da una ventina di giorni possiedo un piccolo tablet. Da tempo pensavo di comprarmi un lettore di ebook, così ho approfittato di un’offerta promozionale e ho preso il Galaxy Tab plus da 7 pollici.

Egli avrebbe anche funzioni di telefono, ma per l’uso che faccio io del cellulare (circa 2-3 minuti al giorno di media) è ridondante e superfluo.

Così l’ho attrezzato di molte applicazioni irrinunciabili come quella per trovare le farmacie di turno, mappe e navigatori come se mi arrischiassi in territori sconosciuti, anche se più in là del quartiere difficilmente vado. E poi la guida per abbinare i vini ai cibi anche se non bevo, il meteo di tutto il mondo conosciuto e soprattutto l’applicazione che mi avverte delle scosse di terremoto sull’intero globo terracqueo. Lo spazio per le icone sta per terminare ma non ho intenzione di fermarmi; avere lo scibile tra le mani mi crea ebbrezza più di un Cerasuolo di Vittoria che ben si sposa col Formaggio di Fossa e la pasta al sugo di castrato.

Naturalmente ho curato anche lo scopo primigenio, che era (era, perché adesso non ne sono più tanto sicura) quello di leggere. In particolare avevo pensato di affrontare finalmente la lettura di “Infinite Jest” di cui, essendo un tomo impegnativo per quantità e contenuti, ho programmato una lettura a lunga scadenza, con letture e riletture in ogni momento della giornata e in ogni situazione.

Il progetto è poi andato mutando quando ho iniziato a scaricare altri testi. La mutazione è diventata scatafascio nel momento in cui di fronte alle attuali 18 copertine che mi compaiono davanti, quando entro nell’applicazione, subisco una sorta di sindrome di Stendhal. Non riesco a leggere un libro per volta.

Li vorrei leggere tutti. Contemporaneamente. E la cosa terribile è che sto facendo proprio così.

Vecchi Urania e Moravia, letteratura americana contemporanea e giapponese, il saggio di King sulla scrittura e i racconti di Heinrich Boll, Bartebly e Swann, Perec e Philip Roth. Un calderone di parole nel gorgo di una frenesia da giocattolo nuovo.

Non mi preoccupo, so che poi mi passa. E’ il mio modo di affrontare le novità, poi mi calmo.

Come negli innamoramenti, quando finisce lo scompiglio dei primi tempi, che ci si ridimensiona gustando la lettura quotidiana dello stesso libro.

Oppure ci si dà al cinema.

Balocchi e Profumi

Dopo anni che lo desideravo, venerdì sono andata al Cosmoprof  in qualità di Responsabile Comunicazione e Marketing.

Il titolo me lo sono scelto perché mi si adatta ai lineamenti. Non per altro. Imperatrice non c’era nel menu quando ho comprato i biglietti online.

Ho trascorso otto ore nel padiglione del packaging. Non ho rimediato nemmeno un rossetto omaggio. In compenso ho imparato come si mettono le etichette, la differenza tra serigrafia e tampografia, e che al bar della fiera fanno dei panini pessimi.

E così, tra boccette e vasetti, dispenser e pompette, capsule e tappi, sta iniziando una nuova fase.

Tra qualche tempo sarà il caso di tirare fuori il camice dal baule. Spero che non sia passato di moda.

Pensierini

Avendo conservato i bioritmi da studente, per me l’anno nuovo è iniziato a settembre e la transizione di stanotte sarà solo un cambio di data, senza buoni propositi e consuntivi. Quelli li faccio quasi tutti i giorni purtroppo; sarà per quello che sono spesso nervosa.

Purtuttavia vorrei dedicare un pensiero alle persone che sono state significative nel mio 2011.

A chi mi è stato vicino e mi ha fatto star meglio, a chi mi ha infastidito e mi ha fatto star peggio. A chi è arrivato senza che me l’aspettassi e a chi poi si è allontanato, ma questo me lo aspettavo. A chi continua ad esserci nonostante tutto, e a chi spero che ci sarà per molto tempo ancora. A chi vorrei che invece sparisse (almeno dalla mia vista) perché ogni pazienza ha un limite, anche la mia. Ai Sedicenti, sperando che smettano di pensare di essere creduti, perché alla lunga stufano e allora qualcuno griderà “il re è nudo!” e tutti i giochi finiranno.

A chi confonde la superficialità con la leggerezza e fa male. In tutti i sensi.

A quelli che scrivono il verbo hanno senza “h”, qual è con l’apostrofo e perché con l’accento grave.

Vi tengo tutti sott’occhio. Siete avvertiti.

Il brutto tempo è bello

Un tocco d'allegrezza

La vita (la mia) è un inesorabile avvicendarsi di stati di squilibrio, che vanno ogni volta pazientemente e obbligatoriamente riportati all’equilibrio attraverso una sorta di osmosi esistenziale. Per questo, in autunno, quando il tempo diventa umido e grigio, la regolazione diventa meno faticosa e il mio umore entra in sintonia con la natura.

Nonostante le piogge del periodo però, sono molto occupata a far lavorare i pori della mia membrana semipermeabile (che non è una cosa intima), e ci vorrà un po’ di tempo per sistemare tutte le molecole che dovranno bilanciare le uscite. Nolente, devo accettare la cosa.

Domani inizio a lavorarci. Vado in missione con e per conto del ciclista reclinato, lassù nel paese dei pattini d’argento.

Nolente

E’ con orgoglio e commozione che annuncio al mondo di essere diventata la madre adottiva del lemma “nolente”.

Non sono impazzita, è vero!

Per un anno mi impegno ad accudire, valorizzare e sostenere una parola. Tra quelle disponibili ho scelto nolente perché mi si addice, potrebbe davvero essermi figlia. Dal latino nolens, nolentis deriva da ne volo “non voglio”, quindi significa colui (o colei) che non vuole. E io non voglio molte cose che però, volente o nolente, devo per forza dire/fare.

Il suono stesso lo spiega, dev’essere quella nasale lenta, soffice e calda come una coperta di lana sulle ginocchia, quando siamo adagiati sul divano certe sere d’inverno, facendo scorpacciate di serie TV. (Questi sono i miei venerdì sera preferiti).

L’adozione è possibile qui.

  Dedicato a tutti i Bartleby che hanno il coraggio di dire “preferirei di no”.

Propositi

Dopo due giorni che provo e manometto i temi per il nuovo blog, stremata, ho deciso che mi tengo questo. Non è elegante, sobrio e nemmeno vintage. Ma non ne posso più.

Basta, ho scelto. Almeno per oggi.

Inoltre, per evitare inutili scissioni cerebrali, decido solennemente che ci metto un po’ di tutto qui dentro. Anche Second Life.

P.S. Questo sfondo con le bolle non c’entra nulla, ma del resto non ho trovato di meglio. Mi ingegnerò di crearne uno da me medesima, visto che ora – rispetto a quando avevo il blog su Splinder – sono diventata web designer, grafica, fotografa e chissà quante altre cose che ora non mi vengono in mente. (Ricordarsi di scrivere un post sui “sedicenti”).