La Sposa Cristiana

frontespizio

Cliccando l’immagine le scritte diventano più leggibili.

Ho trovato questo libriccino in un grande magazzino di cose usate. Il frontespizio ne illustra bene il tono e il contenuto, e non sono riuscita a resistere: me lo sono portato a casa in un amen.

L’autrice, la Contessa Laura di Barezia, compone in poco più di 400 paginette una guida per la fanciulla che si appresta a convolare a giuste nozze. Ahimé io non son una di quelle (né nubenda, né giovinetta), ma ho pensato che la lettura potrebbe giovarmi comunque, se non altro per capire come girava una certa parte di mondo nel 1946.

La prima parte si apre con un capitolo dal titolo promettente “Preliminari”. Ma non sono quelli a cui io, donna di poca fede, penso subito con una inverecondia che, son certa, la Contessa stigmatizzerebbe fermamente. È un’introduzione generica alla natura del matrimonio, al rito della celebrazione e alla messa per gli sposi.

Subito alla pagina 8 ecco che l’elencazione dei doveri dei coniugi cristiani risveglia l’attenzione. Essi (i doveri) sono i seguenti: amore vicendevole, fedeltà, correttezza coniugale, coabitazione perpetua, aiuto e rispetto scambievole, accettazione dei pesi della vita coniugale. Segue un capitolo dedicata ai doveri verso i figli.

Fino a qui è tutto chiaro, tranne il punto della correttezza coniugale; la contessa spiega perentoria “Nulla oltre i confini del lecito“.

La definizione è sibillina. Forse vuol dire che non si deve sottrarre il denaro dal portafoglio del coniuge senza chiedere? Bisogna evitare truffe, aggressioni a mano armata e comportamenti malavitosi in genere?

Dopo una lunga sezione dedicata alle preghiere per ogni evenienza e momento della giornata, la seconda parte del manuale arriva al sodo con le Istruzioni alle donne cristiane. E qui comincia una sequela di doveri: verso lo sposo (anche nel caso che sia gravemente disgustato contro di lei), verso i parenti del marito e i propri. Passando oltre senza rimorsi, m’imbatto finalmente nell’elencazione dei pericoli che una donna deve affrontare. Questo mi interessa, prendo appunti.

Pericoli del mondo: Il mondo è il regno dell’orgoglio e del vizio: tutto è seduzione contro la virtù. E con questa premessa prepariamoci al peggio.

Pericolo del lusso negli abiti. Facile da capire come gli ornamenti del vestire siano segno di vanità, per farsi ammirare dagli uomini! Anatema. “Una donna cristiana deve piacere solamente a suo marito: e più si renderà amabile a suo marito, quanto meno si sforzerà di piacere ad altri”.

Perdita del tempo impiegato ad ornarsi: pericoli per l’esempio agli inferiori. Gli inferiori sono i servitori, che potrebbero essere umiliati dallo sfarzo della signora, quindi manteniamo un profilo basso per non offendere fantesche e sguattere.

Pericoli del ballo. La Contessa ricorda come lei da giovane abbia partecipato ad alcuni balli per obbligo familiare, precisando però di non aver mai ballato. Me la immagino a far da tappezzeria, con quell’arietta da beghina, livida di invidia per le giovinette rosee che flirtavano senza sovrastrutture e complessi. E ora se la prende con le madri che conducono le figlie verso la perdizione eterna, immolate come agnelli sacrificali. “Le veggo inebriarsi all’ammirazione e alle adulazioni che si prodigano alle loro figliuole, e neppur sospettare dei profondi abissi aperti sotto i loro piedi“. Questa aveva grossi problemi, ma grossi.

Pericoli dei romanzi e degli spettacoli. La donna cristiana non deve cercare quella letteratura malsana e senza pudore, che pompeggia nella appendici di un giornale, in quei romanzi nei quali il gusto depravato va d’accordo con l’immoralità. C’è scritto “pompeggia” lo giuro, molto più depravato dei romanzi d’appendice stessi.

doveriMa si potrà andare a teatro? Macché: sempre gli illeciti amori formano la base sulla quale tutto si aggira, e da questi amori distilla nell’anima dei lettori o degli spettatori, senza che essi se ne avvedano, quel veleno che apporta la strage e la morte.

La vita della brava donna cristiana si prospetta di una pesantezza insostenibile.

Probabilmente si potrà consolare chiacchierando con le amiche. Ma prontamente giunge la scure moralizzatrice dell’inesorabile Laura di Barezia, che mette in guardia la pia sposa contro la temibile, terribile, diabolica “mormorazione“. E qui io mi sento punta nel vivo, non tanto perché pettegola, ma in quanto titolare del nick Ironica da tanti anni, perché questa malefica Contessa non solo mette in guardia contro l’abominio della maldicenza ma, in un capitolo a parte precisa “Un’altra causa di mormorazione (…) è la smania di mostrarsi spiritosa. (…) La carità cristiana condanna e riprova queste invenzioni spiritose quando si scagliano senza pietà sui difetti altrui, e li vestono del ridicolo”. Niente ironia, peggio che mai il sarcasmo; divieto di satira.

Arrivata a questo punto, non ho il cuore di proseguir oltre. Mi consolo pensando di essere oramai fuori tempo e fuori target per ognuno degli insegnamenti della piissima e cupa Contessa.

Continuando nella lettura di romanzi peccaminosi mi avvio allegramente verso la perdizione eterna.

P.S. Ovviamente in tutto il testo non v’è alcun cenno esplicito alla sessualità, sebbene ogni divieto ne riveli la presenza costante e tormentosa.

Mesti riti

Sono stata a un funerale.

Era molto tempo che non partecipavo a un rito religioso, e mi sono trovata un po’ spiazzata: il copione è stato riveduto e corretto. O forse stamattina ero in vena di osservazioni etologiche e ho notato cose mai viste. Un manipolo di anziane pie donne intonavano (mai verbo fu meno appropriato) canti sconosciuti. E sì che io ero un asso nei canti di chiesa. Un tempo, qualche anno fa, circa 35 direi. Li sapevo tutti.

Confesso (e qui ci sta bene) che andavo alla messa tutte le domeniche solo per cantare. Mi piaceva molto, a prescindere dalla qualità dei brani, sebbene “Lungo il mar di Galilea” fosse uno miei hit. E poi, modestamente, cantavo benino con voce ferma e intonata. Oggi non ce l’ho fatta, le anziane pie donne mi lasciavano attonita ogni volta. Una, la capoclasse direi, levava al cielo il numero del canto come il sergente nero di Full Metal Jacket -stessa intonazione- e subitaneo nasceva un lamento stridulo e acuto, che di coro aveva solo il numero maggiore di 8 delle cantatrici (ché in quel caso sarebbe stato un ottetto).

Oltre al soundtrack, anche la gestualità ha subito una revisione. Ai miei tempi si pregava con le manine giunte, oppure con le dita intrecciate davanti al petto. Ora tengono i palmi delle mani rivolti verso il cielo, con le braccia stese e aperte, come in un rito new age a captare l’energia vitale dalla Natura. Il che può essere bello e significativo, ma non lo sapevo davvero, e la scena mi ha ricordato Hair, the age of Aquarius.

Il momento topico è stato lo scambio del gesto di pace. Già allora, quando ero preadolescente e covavo un’imminente sociopatia, temevo questo passaggio e mi infrattavo per evitare contatti obbligati con sconosciuti.

E si trattava solo di una stretta di mano. Allora.

Ora succede di tutto. Intanto non si limitano a inondare di espressioni di pace e amore i vicini adiacenti, ma si girano, vagano, sconfinano. Ti cercano quelli seduti anche due posti più in là, vengono incontro con la stessa espressione sorridente del clown di It. Avanzano con le braccia tese e lo sguardo velato. E toccano, abbracciano, baciano.

Per un attimo ho avuto una visione blasfema come una scena dei Monty Python.

Non li biasimo, la morte è una faccenda terribilmente irritante e ci sono voluti millenni per inventarsi un apparato all’altezza della loro paura. Che cantino pure, ballino anche, ma io continuerò a evitarli, a vivere nel peccato mangiando il gelato di mattina e non cedendo il posto ai vecchi sull’autobus. E sarà quel che sarà.

Va bene, il posto lo cedo.