Piccola guida per giuda. Ashley Madison.

Non conoscevo il sito Asley Madison finché non è stato violato da quegli hacker dispettosi. Così oggi mi sono iscritta anch’io.

Tanto per cominciare, non è un sito per persone sposate, come tutti dicono. Io non sono sposata e sono entrata tranquillamente. È un semplice sito d’incontri; ovviamente la tanto sbandierata riservatezza (che poi si è visto dove sia andata a finire) favorisce chi cerca contatti e incontri al di fuori di situazioni ufficiali. I fedifraghi insomma. iscrizione

L’iscrizione è molto semplice e veloce. Si sceglie un username che apparirà nel profilo, quindi è bene evitare il nome vero e optare per qualcosa di stuzzicante.  Come ho fatto io, dopo aver scoperto che Ironica, MissTeriosa, e LadyAle erano già occupati.

Al termine appare un disclaimerpoco tranquillizzante avviso, ma con un po’ di coraggio confermiamo l’iscrizione, cominciando a pregare di non essere contattati da  HannibalDoc.

Naturalmente è possibile inserire una o più fotografie, per illustrare la propria avvenenza. E siccome magari qualcuno è timido, il sito fotogentile mette a disposizione alcuni accorgimenti per favorire l’effetto “ti vedo, non ti vedo” che aiuta anche i più riservati. Due mascherine, un rettangolino rosa e vari gradi di sfocatura. Mancano gli occhiali con i baffi di Groucho Marx.

A questo punto abbiamo anche noi un profilo e siamo pronti ad andare a caccia di avventure.

profilo

Non rimane che esplorare gli altri profili, mandare messaggi, leggere quelli che arrivano e dare il meglio di sé. Ognuno saprà quale sia questo meglio.

Non si pensi di poter prendere la faccenda sotto gamba, o meglio, prendetela sotto quello che vi pare, ma sempre con convinzione perché poi arrivano i giudizi. Come per i ristoranti su Trip Advisor, gli utenti esprimono giudizi e ci vuol poco a rovinarsi la reputazione. 71611ee41eb3dc2710f855cbd2866aa2

Se qualcuno fosse interessato, il sito ha messo una taglia su chi ha rubato e diffuso le identità degli iscritti. Per poco più di 330000 euro vale la pena di fare gli investigatori.

Ultima notazione, è inutile che mi cerchiate nel sito. Ho cancellato l’account subito dopo esserci entrata.

Il Codice del Demonio

Voglio, qui e ora, affermare e dimostrare che l’introduzione del codice a barre nella piccola e grande distribuzione alimentare è Il Male Assoluto.

Un tempo si arrivava alle casse e, quando era il nostro turno, si appoggiavano i prodotti acquistati sul nastro trasportatore. La cassiera ticche ticche batteva il codice, il prezzo, o quello che era, e poi depositava il prodotto sullo scivolino. Il compratore prendeva l’acquisto e lo inseriva nel sacchetto di plastica in attesa dell’oggetto successivo. Nel momento della chiusura del conto tutta la spesa era pronta per il trasporto (da cui forse il termine “sportina” per sacchetto della spesa, come dicono a Bologna) e, dal portafoglio in precedenza preparato, si traeva il denaro necessario e si pagava. Resto, scontrino, arrivederci e grazie. Si liberava l’apposito spazio e l’avventore successivo si preparava allo stessa procedura.

Un giorno sventurato però, venne introdotto il sistema che certamente allevia la fatica delle cassiere, ma che genera una serie di eventi che non esito a definire catastrofici.

Se la digitazione di un codice richiede dai 3 ai 5 secondi, per la lettura di un codice a barre basta un secondo, o anche meno. Per inserire un qualsiasi oggetto nella borsa della spesa spesso un secondo non basta. Di conseguenza si crea un accumulo di prodotti da sistemare, e in men che non si dica la signora alla cassa ci comunica il totale da pagare, mentre noi siamo ancora lì, coi carciofi in mano.

Allora, siccome ci dispiace fare aspettare l’onesta lavoratrice e tutto il resto della fila, abbandoniamo provvisoriamente l’ortaggio in cerca del denaro. In generale la mia sequenza a questo punto è la seguente: apro il portafoglio più in fretta possibile, prendo una o più banconote e le appoggio sul vassoietto apposito, riprendendo affannosamente a sistemare i carciofi, col portafoglio in mano, la borsa nell’altra e con l’altra… ah no, le ho finite.

Inevitabilmente, senza pietà e umana compassione, la cassiera chiede “Ce l’ha 20 centesimi?”.

L’istinto è quello di rispondere a muso duro “Ce l’ho i 20 centesimi, ma dovrei cercarli e come vedi, maledetta, ho la mozzarella in mano. Dammi il fottuto resto e fammi andare via!”.

© Mark de Leeuw/Tetra Images/Corbis

© Mark de Leeuw/Tetra Images/Corbis

Non è ancora mai successo. Aspetto di sembrare sufficientemente vecchia da meritarmi l’indulgenza per la terza età. La stessa che si deve avere quando prima di noi in coda c’è la vecchina piegata in due, lenta, lentissima, che non riconosce le monete e trascina il carrellino scozzese con le ruotine.

In questo caso, ancora di più, il bip del codice a barre è un suono malefico e ansiogeno. Pane, uova, acqua minerale, si accumulano, si mischiano, si confondono sempre più velocemente, un coacervo di prodotti alimentari indistinguibile.

E tutto sotto gli occhi dell’inesorabile cassiera che continua a passare gli articoli sempre più velocemente. Bip, bip, bip.

Ecco perché il codice a barre è Il Male Assoluto.

De twitterantibus

E’ sempre bello osservare e scoprire le dinamiche del popolo della rete (orrida locuzione che mi fa pensare a una massa di zombie). Un tempo erano le chat, e i newsgroup, e tutte quelle cose lì che in parte esistono ancora, in parte sono travasate nei social network.

Da poco tempo ho rispolverato l’account di twitter, che avevo usato pochissimo all’inizio. Ricordo che mi misi a seguire Liz Taylor buonanima, ma come sempre mi succede con le star, mi sentii quasi infastidita di quella “vicinanza”. Io voglio che i miti rimangano distanti, altrimenti non sono più miti, e diventano spesso deludenti esseri umani. Per il resto, non sapevo che scrivere, non mi leggeva nessuno e mi sentivo sola e abbandonata.

Ora con il progetto di riscrittura dei Promessi Sposi invece mi sto divertendo abbastanza.

Inevitabilmente ho notato alcuni meccanismi al confine tra il ridicolo e il patetico. Intanto sto imparando a prevedere il numero dei seguaci in base alla foto dell’account. Il mio è un occhio, quello che uso da diversi anni, altre (sì, femmine) invece preferiscono altri dettagli. Senza fare troppi giri di parole, le tette (suggerite, intraviste, mica spiattellate nude e crude) aumentano il numero di seguaci in numero esponenziale. Così come gli ammiccamenti scritti che lasciano intuire chissà quali promesse di lussuria e trasgressione.

Il numero dei followers e dei (followati non lo userò mai) seguiti è l’indicatore dell’attività, della popolarità del twittatore. Grazie a un sistema di controllo dell’account è possibile (a differenza di quello che accade in Facebook) sapere quotidianamente chi ha iniziato a seguirci e chi invece ha, chissà come mai, deciso che ciò che scriviamo non gli interessa o magari gli fa proprio schifo. twitter

L’ho attivato anch’io naturalmente, e la cosa che salta agli occhi è che:

  1. molti si sentono spinti a seguire chi li segue. Mi ricorda il “vuoi essere mio amico?” della scuola materna. Credo che sia un modo per ricambiare la fiducia, in fondo è un comportamento tenero, salvo il fatto che poi (v. il punto 2)
  2. c’è chi si accorge che non lo segui più e ti cancella immediatamente. Questa è la cosa che mi fa più ridere, perché vuol dire che l’unico interesse nel ricevere i miei tweet stava nel fatto che io leggevo i suoi. Non è contemplata l’opzione che la persona in questione riempisse la pagina di parole inutili, e che invece io scriva cose intelligentissime e in quantità consona col fatto che ogni tanto mi allontano dal computer. Cosa che alcuni sembrano non fare, o forse utilizzano dispositivi mobili durante l’esercizio delle funzioni vitali di base.

Poi ci sono le interazioni, che possono essere risposte ai tweet, ritwittamento (che permette al frasetta di rimbalzare per ogni angolo dell’universo), e conservazione del tweet tra i preferiti. Al di fuori del progetto di riscrittura, i meccanismi mi sono ancora oscuri, certo è che son tutta contenta quando qualcuno mi dimostra apprezzamento. In fondo mi accontento di poco.

Ora, siccome sto oscillando da giorni intorno ai 98 follower, e voglio superare i 100 entro il 2013, vado a fotografarmi le tette e le metto nel profilo, poi comincio a twittare citazioni di Anais Nin. O di Henry Miller. Dipende se ci stanno in 140 caratteri.

La vita non è un film

Oggi, mentre tentavo di copiare la terza stagione di “Downton Abbey” su una chiavetta USB (vorrei aggiornare mia madre, che crede che Matthew sia ancora vivo) mi si è impallato il pc per due volte. Alla fine ho rinunciato e ho attaccato il disco esterno direttamente al televisore.

In un film non sarebbe successo.

Nei film non si bloccano mai. La barra avanza in modo ansiogeno, questo è vero, ma lo fanno apposta per noi che guardiamo. Temendo per l’incolumità del personaggio alle prese con il trasferimento clandestino, palpitiamo, anche se qualunque spettatore smaliziato sa che il 100% comparirà appena in tempo, per permettere la rapida estrazione della chiavetta.

Anche questo è differente.

Io, che son precisa, disattivo sempre la chiavetta o chi per lei, prima di staccarla. Per questo mi beccherebbero e non potrei mai darmi allo spionaggio industriale.  Nei film viene strappata via proprio mentre il ladro (quasi sempre dalla parte della ragione però) sta per essere scoperto da un addetto della security massiccio, armato e molto cattivo. Ma non succede, perché fa in tempo a nascondersi dietro a una tenda, sotto un tavolo oppure (soprattutto se è una bionda in abito da sera) a simulare un’amnesia durante la ricerca della toilette.

Da cui si evince che per estrarre la chiavetta senza disattivarla, dovrò prima tingermi i capelli di biondo.

 

 

Fiumi (in piena) di parole

Da una ventina di giorni possiedo un piccolo tablet. Da tempo pensavo di comprarmi un lettore di ebook, così ho approfittato di un’offerta promozionale e ho preso il Galaxy Tab plus da 7 pollici.

Egli avrebbe anche funzioni di telefono, ma per l’uso che faccio io del cellulare (circa 2-3 minuti al giorno di media) è ridondante e superfluo.

Così l’ho attrezzato di molte applicazioni irrinunciabili come quella per trovare le farmacie di turno, mappe e navigatori come se mi arrischiassi in territori sconosciuti, anche se più in là del quartiere difficilmente vado. E poi la guida per abbinare i vini ai cibi anche se non bevo, il meteo di tutto il mondo conosciuto e soprattutto l’applicazione che mi avverte delle scosse di terremoto sull’intero globo terracqueo. Lo spazio per le icone sta per terminare ma non ho intenzione di fermarmi; avere lo scibile tra le mani mi crea ebbrezza più di un Cerasuolo di Vittoria che ben si sposa col Formaggio di Fossa e la pasta al sugo di castrato.

Naturalmente ho curato anche lo scopo primigenio, che era (era, perché adesso non ne sono più tanto sicura) quello di leggere. In particolare avevo pensato di affrontare finalmente la lettura di “Infinite Jest” di cui, essendo un tomo impegnativo per quantità e contenuti, ho programmato una lettura a lunga scadenza, con letture e riletture in ogni momento della giornata e in ogni situazione.

Il progetto è poi andato mutando quando ho iniziato a scaricare altri testi. La mutazione è diventata scatafascio nel momento in cui di fronte alle attuali 18 copertine che mi compaiono davanti, quando entro nell’applicazione, subisco una sorta di sindrome di Stendhal. Non riesco a leggere un libro per volta.

Li vorrei leggere tutti. Contemporaneamente. E la cosa terribile è che sto facendo proprio così.

Vecchi Urania e Moravia, letteratura americana contemporanea e giapponese, il saggio di King sulla scrittura e i racconti di Heinrich Boll, Bartebly e Swann, Perec e Philip Roth. Un calderone di parole nel gorgo di una frenesia da giocattolo nuovo.

Non mi preoccupo, so che poi mi passa. E’ il mio modo di affrontare le novità, poi mi calmo.

Come negli innamoramenti, quando finisce lo scompiglio dei primi tempi, che ci si ridimensiona gustando la lettura quotidiana dello stesso libro.

Oppure ci si dà al cinema.

Binari

E’ un periodo davvero frenetico e denso di avvenimenti.

Non per me.

Immagine

L’interiorità di un treno.

Oggi ho viaggiato per la prima volta sul nuovo treno Italo, e questo potrebbe rappresentare il culmine degli eventi delle ultime settimane. Non ho mai recensito un treno, anzi non ho mai recensito alcunché se non per celia, quindi non so cosa sottolineare, se la sinfonia cromatica in giallo-arancio degli interni che alleggerisce i toni di grigio, oppure il fatto che sulla carrozza numero 7 non ci siano porte di accesso dall’esterno. E quindi si sale e si scende dalle carrozze adiacenti (non è che si viene issati direttamente dai finestrini, che sono oltretutto sigillati).

Le poltrone non sono tanto comode, almeno quelle della classe per i meno abbienti, denominata “Smart”: il sedile è troppo corto e lo schienale troppo reclinato per i miei gusti. Ho pigiato l’unico bottone che ho trovato ma non è cambiato nulla. In compenso c’è la connessione wireless e la presa per la corrente ad ogni posto. Io, che non sono ancora dotata di dispositivi mobili portatili non ne ho goduto, ma la prossima volta provvederò a portarmi il pc così darò un senso all’apparato. Naturalmente ho trovato il mio posto occupato da uno il cui posto era occupato da un altro (e così via, ad libitum). Devo ancora capire le motivazioni che spingono la gente a non occupare il proprio posto prenotato. Forse c’è di mezzo la superstizione o la non conoscenza dei numeri. Ricordarsi di approfondire la questione.

A fine treno c’è la carrozza Cinema, ma, data la brevità del mio consueto viaggio settimanale, non ne prevedo la frequentazione, almeno finché non metteranno la carrozza Telefilm brevi.

La cosa veramente fastidiosa, per un’asociale come me, è che già sul marciapiede della stazione di partenza, un nugolo di signorine in divisa si sparpagliano approcciando i passeggeri in attesa “Viaggia con Italo?”. E ti spiegano com’è composto il treno, e quali vagoni stanno all’inizio e quali alla fine, tutte sorridenti e cordiali. Lo posso capire, hanno trovato un lavoro, che di questi tempi è un buon motivo anche per sorridere agli sconosciuti sul marciapiede.

Per il momento mi sono limitata ad annuire stancamente, appena troverò un lavoro anche io, mostrerò l’intera dentatura al popolo, viaggiatore o stanziale che sia.