Abracadabra

In seguito a un curioso messaggio privato che ho ricevuto due giorni fa, penso che sia opportuno precisare che questo non è il blog di una sensitiva (sensibile sì), una medium o una paragnosta di qualsiasi genere.

Non sono in grado di vedere il futuro, di dare indicazioni su scelte amorose o finanziarie. Non so nemmeno prevedere chi vincerà “L’isola dei famosi”.

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Lady Melisandre, lei sì che fa miracoli.

Non posso cambiare il corso della mia vita, figuriamoci quella degli altri, non so riportare in vita i morti, e nemmeno capire come certe persone riescano a condurre una normale vita in autonomia, se dimostrano di non capire ciò che leggono.

Con tutto ciò, ringrazio chi si affiderebbe a me per risolvere problemi personali e delicati. Grazie davvero, vorrei potervi aiutare, perché in fondo nutro per il genere umano una forma di solidale affetto. Anche se spesso vi vorrei picchiare, tutti.

La stagione dell’amore viene e va. E le altre?*

*Questo post è stato scritto e pubblicato nel gennaio del 2007. Non ricordo se si parlasse di riscaldamento globale, ma evidentemente ero già in allarme.
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Fa caldo, il deserto avanza e non si sa più dove metterlo. La gente è contenta, si mette la giacchettina invece del cappotto, pensa già alle vacanze, come se fosse una questione di temperatura e non di calendario. Qualche giorno fa in TV intervistavano alcuni cittadini milanesi, gioiosi per l’inconsueto clima. Ce ne sarà stato uno che mostrava un certo fastidio, uno solo. A me il caldo non piace. L’estate è da oziosi, per gente senza fantasia. Cerco l’inverno tutto l’anno e che fa? non arriva? salta il turno?

Posso anche soprassedere sul fatto che non posso indossare i miei maglioncioni a collo alto, ma gli effetti sulla flora e sulla fauna mi preoccupano. Gli orsi non vanno il letargo. I ghiacci si squagliano. Gemmea l’aria. Anacronistiche fioriture. Roba da dover riscrivere tutto il Sesto Caio Baccelli.

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Ma è ovvio che sia così. Siamo beati inquinatori automuniti, troppo pigri e stupidi per capire che tutti avremo la fine che molti si meritano. Però andremo al mare a marzo, impagabile vantaggio.

L’effetto serra ci uccide
ma noi siamo contenti,
coi nostri vestimenti
leggeri,
e i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
Coglione.

Sorry Business

L’inizio di questo 2016 (ammesso che ce ne possa essere un altro) non è stato dei più gioiosi; fin dai primi giorni è stato caratterizzato da partenze definitive, piene di mai più da metabolizzare, in equilibrio tra distanza e coinvolgimento, quel tanto che basta per poterle affrontare, senza però riuscire a non pensarci.

Il tema del lutto mi ha fatto venire in mente che, durante la visione di una serie TV (la massima forma di riferimento culturale per me, al momento), mi sono imbattuta in un curioso avviso, prima dell’inizio degli episodi, che non avevo mai visto.

La serie si chiama Glitch, e parla di morti che tornano dalle tombe. Il tema è ben poco originale, siamo stati sommersi da ex-morti di tutte le nazionalità, e per me i migliori sono quelli francesi (Les Revenants).glitch

Ma il punto fondamentale è che si tratta di una produzione australiana.

Prima dei titoli di testa appare questa scritta: Aboriginal and Torres Strait Islander viewers are advised that this program contains voices and images of people who have died, che più o meno significa “Informiamo gli spettatori Aborigeni e delle isole Torres Strait che questo programma contiene voci e immagini di persone decedute”.

Ho quindi scoperto il Sorry Business, ovvero l’insieme di pratiche legate alla morte di un parente o di un membro della comunità. Per gli Aborigeni il lutto è una parte importante della loro cultura, coinvolge intere comunità e si esprime in modi che a noi potrebbero apparire bizzarri. Non solo la partecipazione ai funerali è un atto dovuto, anche a costo di notevoli spostamenti e nonostante gli impegni lavorativi, ma può prevedere atti di autolesionismo, taglio dei capelli e il tingersi la faccia con pigmento bianco. I parenti  possono, per un certo periodo di tempo, vivere in un’area a parte, chiamata “the sorry camp”. Le fotografie e le registrazioni (da qui nasce il cartello di avviso prima di film e spettacoli) del morto, non devono essere mostrate. Si deve evitare il nome del morto, e anche chi ha lo stesso nome, per il periodo del lutto, non viene nominato, ed è invece chiamato Kwementyaye.

Questo modo di affrontare l’evento più difficile della vita, la morte di una persona cara, mi sembra tanto diverso dal nostro, più nascosto e privato. “Andiamo avanti” diciamo. E naturalmente è giusto andare avanti, ma anche loro, gli Aborigeni, vanno avanti, prendendosi però il tempo che serve.  Modificano se stessi, si spostano nei campi del dolore, circondati dagli altri, che si impegnano addirittura a non pronunciare il nome del defunto, e nascondono le immagini che farebbero troppo male.

Evidentemente quindi, alcuni degli attori aborigeni del cast della serie “Glitch”, sono morti e l’avvertimento è un segno di rispetto per le loro comunità.

Mi frullava in testa da un po’, volevo raccontare questa mia scoperta etnoantropologica (che probabilmente era sconosciuta solo a me), anche per stemperare una certa gravezza interiore che mi trascino da tempo. “E ho detto tutto” (cit.)

E non mi si venga a dire che dalla televisione non si impara nulla.

Usi, costumi e maglioni.

Sto vedendo in giro un sacco di foto di maglioni natalizi. Non ho idea da quando esista questa usanza, e ho il sospetto che non esista affatto, almeno in Italia. Credo che sia l’ennesima tracimazione anglosassone, e chissà se prima o poi arriveranno anche i Christmas Crackers dei britannici. La BBC insegna.

DW Xmas

Il grande Capaldi festeggia il Natale con Clara nella linea temporale in cui riesce a invecchiare, pora stella. (Doctor Who, Last Christmas, speciale del 2014).

Il maglione più vicino all’idea di “Christmas pullover” che possiedo è quello nella foto. Mi guardo bene dall’indossarlo, ma lo conservo a imperitura memoria (o almeno finché non se lo mangiano le tarme) di quando, in epoca pre-internet, avevo il tempo e la voglia di lavorare a maglia.

maglione rosso

Buon Natale.

Vedere voci*

Ho celebrato la vigilia di Natale al cinema: finalmente dopo una settimana ho visto Star Wars – Il risveglio della Forza.

Non ho intenzione di scrivere una recensione, nemmeno nell’accezione più diffusa nel web, dove si leggono quasi solo riassunti, scritti spesso in un italiano discutibile.

Il film mi è piaciuto molto, e me lo sono goduto in modo particolare prima di tutto perché ero in un cinema molto bello, l’Odeon di Firenze, e poi perché era in versione originale con i sottotitoli in italiano. Una situazione perfetta per me, che ormai mi sono disabituata al doppiaggio, e anche per mio fratello con cui l’ho visto, che certamente riesce a seguire meglio leggendo, che ascoltando qualsiasi lingua, perché è quasi totalmente sordo.

Mi auguro che questa usanza prenda piede sempre di più, non me ne vogliano i doppiatori. Anzi, non capisco perché le associazioni di non udenti non chiedano più sottotitoli invece della lingua dei segni, che è meno applicabile, meno conosciuta e quindi più ghettizzante.

kylo ren

Non è bellissimo, è un tipo, ma addirittura mettersi quel mascherone nero…

Un’unica osservazione sul film: ma perché questa mania delle maschere? Darth Vader la portava per un motivo preciso, non sarebbe sopravvissuto senza, ma Kylo Ren ha la faccia, potrebbe farne a meno. Inoltre aspettavo di vedere Gwendoline Christie (Brienne di Game of Thrones), e ho aspettato finché ho capito che non l’avrei mai vista. In questo caso la voce mi ha aiutato: anche lei era sigillata dietro un mascherone.

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Questa è Brienne, chi l’avrebbe riconosciuta senza sentire la voce?

Da brava amante delle serie TV ho inoltre riconosciuto Greg Grunberg di Heroes e Ken Leung di Lost.

Mi sto impegnando a non fare il benché minimo spoiler, anche se la rivelazione che mi aspettavo di più non è arrivata. Confido nel prossimo episodio, perché la Forza si è risvegliata e non credo che si addormenterà di nuovo molto presto.

*Titolo ripreso da un libro di Oliver Sacks, che non consiglio.

E il web si commuove (io no).

Il video che sta facendo versare lacrime di commozione al web in questi giorni è la pubblicità tedesca di un supermercato.

Un anziano genitore per costringere i figli a raggiungerlo per Natale, simula la propria morte, così che i presunti orfani, accorsi per il funerale, trovano invece la tavola apparecchiata e il padre vivo, vegeto e pronto a festeggiare in famiglia.

Ovviamente il messaggio è che i figli sono egoisti e il babbo, poverino, è costretto a questa patetica messa in scena per non passare il Natale tutto solo, a differenza del suo vicino di casa. Per un Natale in famiglia fate la spesa al supermercato Compraben.

Messaggio ricevuto.

Concentriamoci ora sui fatti narrati. I tre figli, che avevano già declinato l’invito, vengono raggiunti dalla ferale notizia e sono costretti a lasciare tutte le loro attività e i loro impegni per vestirsi di nero e precipitarsi al funerale del padre.

La figlia aveva prenotato una vacanza con la famiglia, aveva pagato la caparra all’albergo, promesso ai bambini di portarli a vedere la casetta di Babbo Natale. Il figlio medico deve chiedere a un collega, pronto a partire per i Caraibi, di sostituirlo, con tutte le conseguenze del caso, comprese numerose imprecazioni in tedesco. Il terzo figlio, un uomo d’affari che si trova a Hong Kong per concludere un contratto del valore di svariati milioni di euro, nel macchinone con autista, piange (non si sa se per il babbo morto o per l’affare sfumato).

Straziati dal dolore, i fratelli giungono alla casa paterna, si abbracciano e piangono.

Ma, invece di corone di fiori trovano l’albero di Natale, e le candele non sono accanto alla salma ma sulla tavola apparecchiata.

Ed ecco, colpo di scena, che fa capolino il babbo, vivo. “Come avrei potuto farvi venire qui tutti insieme?”.

Ovviamente la storia finisce bene, è una pubblicità. Ma nella realtà si sarebbe rischiato un colpo apoplettico collettivo. O almeno un malore per il più emotivo della famiglia. Chi pecca quindi di maggiore egoismo, i figli che trascurano l’anziano genitore o il vecchio machiavellico che mette in scena la propria morte per un pranzo in compagnia? E ai problemi che ha creato non ci pensa? Alla caparra perduta, all’accordo annullato, al rapporto tra colleghi che ormai si è guastato?

Infine, vogliamo parlare dell’effetto “al lupo, al lupo” che si è generato? Quando succederà davvero, Ulrike chiamerà i fratelli “Hai saputo? È morto di nuovo, ma stavolta non ci caschiamo. Eheheh”. Non ci sarà nessuno a dargli l’estremo saluto.

E il web si commuoverà, ancora una volta.

Ricordate, Supermercato Compraben, fa resuscitare i morti!

Casamania, casamania per piccina che tu sia…

La mia ultima ossessione si chiama “strutture e ristrutturazioni” ovvero il meraviglioso mondo del mercato immobiliare. Potrei passare ore a guardare i programmi quasi tutti americani, in cui uno o più individui comprano le case, le distruggono, le ricostruiscono, le arredano, le vendono. property-brothers1

Ci sono quelli che comprano un rudere e lo trasformano in un villone lussuoso con piscina e corna di bufalo sul camino in pietra. Chi butta giù tutti i muri (di legno e cartongesso, vorrei vederli alle prese coi muri di mattoni e cemento) perché agli americani i muri interni non piacciono. Vogliono l’open space loro, e la vasca idromassaggio e la lavanderia (la lavatrice in cucina o in bagno genera reazioni di sincera stupefazione), e la camera padronale che pare una piazza d’armi, luminosa, spaziosa con cabine armadio grandi quanto tutta la mia casa.

Poi qualcuno di loro si trasferisce in Italia e con 12000 euro di budget cercano un appartamento in centro, con tre camere, due bagni e spazio esterno. Un modo di dire poco elegante, ma molto colorito, si chiederebbe se non vogliano anche una porzione di una parte del corpo di solito nascosta alla vista.

Poi ci sono quelli che comprano la seconda casa, e chi vuole un’isola con la villa e la piscina e l’approdo per la barca.

I conduttori generalmente sono coppie. Fratelli (gemelli e canadesi, i miei preferiti), marito e moglie, oppure, in mancanza di legami di sangue o affettivi, agente immobiliare e interior designer, la versione più cool dell’arredatore. Sono sicuri di sé, sorridenti e pieni di idee straordinarie, come usare una vecchia porta per farne un tavolo, o appendere una bicicletta arrugginita alla parete dello studio.

casa-Bo-cutIn tutto questo fervore immobiliare mi sono ritrovata a visitare numerose proprietà, alla ricerca di un piccolo appartamento nel centro di Bologna.

E quando dico piccolo, intendo proprio piccolo, equivalente a mezzo soggiorno della casona americana (ma in certi casi poco meno costoso). Grazie alla mia vasta esperienza di restauratrice e decoratrice d’interni, sarà facile arredare in modo razionale, ma anche creativo, i 38 mq calpestabili che abbiamo infine trovato.

Esperienza ipotetica, virtuale e televisiva, è vero, ma ho già prodotto almeno tre progetti, perfettamente funzionanti. Senza abbattere nemmeno un muro.