La natura, che forza!

So di essere vecchia perché mi ricordo quando l’Italia, come ci insegnavano alle elementari, aveva il clima temperato.

DSCN0685La foto è stata scattata  a casa mia, proprio nella zona più colpita dal “downburst” di sabato. Non sto a spiegare come si formi, ma in pratica è una colonna di aria fredda che colpisce perpendicolarmente il terreno e si espande come se esplodesse.

Come se Odino lanciasse violentemente uno strale di ghiaccio che si frantuma in mille pezzi, in tutte le direzioni. Sì, direi che è scientificamente attendibile così.

Questo fenomeno ha la caratteristica di essere molto localizzato, tanto è vero che amici e parenti che abitano in quartieri diversi, non si sono accorti di nulla. Da loro c’è stato un semplice temporale. Dilettanti.

Ora la strada è stata ripulita dalle auto parcheggiate che sono state spiaccicate dai rami, dagli alberi caduti e dalle fronde e presto verrà riattivata la circolazione delle auto.

Siamo stati tre giorni in un silenzio innaturale, si sentivano solo le motoseghe. Ho camminato in mezzo alla carreggiata, tra i resti profumati di Natale dei pini devastati, e nonostante il paesaggio desolato e troppo luminoso, ho assaporato la quiete dopo la tempesta.P1040461

Da domani riprendono i bollini rossi, anzi i bollori, e io faccio il conto alla rovescia per il 19 settembre.

È per la nuova stagione (anche climatica) e no, non c’entra San Gennaro.

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Il Codice del Demonio

Voglio, qui e ora, affermare e dimostrare che l’introduzione del codice a barre nella piccola e grande distribuzione alimentare è Il Male Assoluto.

Un tempo si arrivava alle casse e, quando era il nostro turno, si appoggiavano i prodotti acquistati sul nastro trasportatore. La cassiera ticche ticche batteva il codice, il prezzo, o quello che era, e poi depositava il prodotto sullo scivolino. Il compratore prendeva l’acquisto e lo inseriva nel sacchetto di plastica in attesa dell’oggetto successivo. Nel momento della chiusura del conto tutta la spesa era pronta per il trasporto (da cui forse il termine “sportina” per sacchetto della spesa, come dicono a Bologna) e, dal portafoglio in precedenza preparato, si traeva il denaro necessario e si pagava. Resto, scontrino, arrivederci e grazie. Si liberava l’apposito spazio e l’avventore successivo si preparava allo stessa procedura.

Un giorno sventurato però, venne introdotto il sistema che certamente allevia la fatica delle cassiere, ma che genera una serie di eventi che non esito a definire catastrofici.

Se la digitazione di un codice richiede dai 3 ai 5 secondi, per la lettura di un codice a barre basta un secondo, o anche meno. Per inserire un qualsiasi oggetto nella borsa della spesa spesso un secondo non basta. Di conseguenza si crea un accumulo di prodotti da sistemare, e in men che non si dica la signora alla cassa ci comunica il totale da pagare, mentre noi siamo ancora lì, coi carciofi in mano.

Allora, siccome ci dispiace fare aspettare l’onesta lavoratrice e tutto il resto della fila, abbandoniamo provvisoriamente l’ortaggio in cerca del denaro. In generale la mia sequenza a questo punto è la seguente: apro il portafoglio più in fretta possibile, prendo una o più banconote e le appoggio sul vassoietto apposito, riprendendo affannosamente a sistemare i carciofi, col portafoglio in mano, la borsa nell’altra e con l’altra… ah no, le ho finite.

Inevitabilmente, senza pietà e umana compassione, la cassiera chiede “Ce l’ha 20 centesimi?”.

L’istinto è quello di rispondere a muso duro “Ce l’ho i 20 centesimi, ma dovrei cercarli e come vedi, maledetta, ho la mozzarella in mano. Dammi il fottuto resto e fammi andare via!”.

© Mark de Leeuw/Tetra Images/Corbis

© Mark de Leeuw/Tetra Images/Corbis

Non è ancora mai successo. Aspetto di sembrare sufficientemente vecchia da meritarmi l’indulgenza per la terza età. La stessa che si deve avere quando prima di noi in coda c’è la vecchina piegata in due, lenta, lentissima, che non riconosce le monete e trascina il carrellino scozzese con le ruotine.

In questo caso, ancora di più, il bip del codice a barre è un suono malefico e ansiogeno. Pane, uova, acqua minerale, si accumulano, si mischiano, si confondono sempre più velocemente, un coacervo di prodotti alimentari indistinguibile.

E tutto sotto gli occhi dell’inesorabile cassiera che continua a passare gli articoli sempre più velocemente. Bip, bip, bip.

Ecco perché il codice a barre è Il Male Assoluto.

‘Nu jeans e ‘na pancetta

Cedendo all’impulso consumistico, domenica mi sono fatta accompagnare (non senza qualche riluttanza) in uno di quei villaggi commerciali che chiamano Outlet.

Erano circa le 18.00 e trovare un posto libero nel parcheggio non è stato immediato. “Ma non c’è la crisi?” mi fa l’accompagnatore sbuffante. Io, che conosco bene i meccanismi consolatori del circolar tra vetrine, ribatto che la gente è venuta a fare la scampagnata, ma che magari non compra nulla.

Sbagliato.

Le braccia piene di sacchetti firmati raccontavano di numerosi acquisti, a meno che non fossero vestigia di antiche compere, portate da casa per ostentare un potere d’acquisto illusorio.

(Ma non si lamentano tutti che non ce la fanno?).

Dopo aver verificato che tra il dire e il fare c’è di mezzo lo shopping, mi sono concentrata sulla ricerca di un paio di jeans. Pensavo fosse semplice. Un paio di pantaloni jeans, neri. Che sarà mai?

Puntando l’insegna della marca più famosa (almeno per la mia generazione) sono entrata fiduciosa. Mi sono fermata subito.

I pantaloni di tela erano distribuiti lungo le pareti secondo categorie a me sconosciute. Skinny, baggy, bootcut, regular… e qualcun’altra che non ricordo. A intuito ho escluso gli skinny e i bootcut, ma poi, a metà tra lo scoramento per troppa scelta e la sindrome di Stendhal, ho desistito. Anche perché in questo tipo di negozi le commesse, e i commessi, sono delle creature appena maggiorenni che chiacchierano tra loro, e sinceramente non me la sentivo di interromperli per chiedere “Scusi, ce l’avete dei pantaloni normali che mi stiano?“. Non ho voluto affrontare il rischio che scuotessero la testa un po’ schifati, e me ne sono andata.

Fendendo la folla spendacciona ho continuato a cercare, fino a che, con la modica cifra di euro 25,90 ho acchiappato al volo un paio di pantaloni di una marca che, ovviamente, io non conoscevo.

È un modello senza nome, e credo che sia da uomo.

La prossima volta mi preparo prima. Anzi comincio già a studiare.

 

Il senso della vita di un blog

Tutti i blogger seri sono interessati a costruire una grande comunità di lettori entusiasti.

                                                          Trovata in questo sito.

In occasione del recente 16° anniversario della mia frequentazione di internet, riflettevo sul destino di questo blog silente: lo chiudo, lo tengo, lo congelo, lo sospendo, lo rimando, lo ignoro? E se decido di scrivere, cosa scrivo?

Per motivi imperscrutabili legati alla serendipità, mi ritrovo sempre più bersagliata da consigli, decaloghi, suggerimenti e indicazioni sulla gestione dei blog, dei siti e dei social media, su come ottenere visibilità e come far fruttare al massimo la comunicazione della propria azienda.

Sono spunti interessanti, non lo nego, utili anche. C’è un solo intoppo: io un’azienda non ce l’ho. E neppure sono io stessa un’azienda, non sono una creativa, non invento, non organizzo, non gestisco. Non ho nulla da pubblicizzare, nemmeno un romanzo autopubblicato (dio ce ne scampi e liberi). Non faccio foto artistiche. Non sono una fashion victim. Non mi interessa cucinare (il blog con le ricette è dichiaratamente un modo per conservare vecchi ricordi di famiglia). Non ho una passione monomaniacale che meriti un intero blog.

Prossimamente in lettura.

Prossimamente in lettura.

Insomma sono in crisi: che ci sto a fare io qui?

Mi vorrei allacciare alla citazione di apertura di questo post (post, non articolo, non editoriale, solo un post).

Se io fossi una blogger seria. Se fossi una blogger. Tutti coloro che possiedono e scrivono in un blog possono definirsi blogger? Diciamo di sì. Seria? Sì, sono una persona seria. Ma non credo di essere una blogger seria. Perché a me di costruire una grande comunità di lettori entusiasti (che ridere) non interessa punto.

Io sono una lettrice entusiasta, ma non di blog. Quando leggo Stephen King mi entusiasmo, a volte. Ecco, lui ha creato una grande comunità di lettori entusiasti. Sarebbe un blogger serio.

Ovviamente nessuna decisione è stata presa nel corso di questo post, e – a dimostrazione della mia poca serietà – non seguirò nessuno dei consigli che vengono ammanniti in rete.

Io conto. Alla rovescia

E’ una vergogna. Più di un mese senza aggiungere un post, nemmeno uno piccolo, un posticino.

Ho delle giustificazioni valide. La prima è che mi dimentico dell’esistenza del blog, e direi che potrebbe bastare. Poi c’è il fatto che sono tendenzialmente depressa, e basta poco per abbacchiarmi. Negli ultimi mesi (o forse dovrei dire anni, se non secoli) di cause ce ne sono state talmente tante che ora non serve più nemmeno un pretesto. Vado in automatico, come se avessi un timer interno, come uno scaldabagno o un detonatore per la dinamite. Oppure come succede in “Andromeda”, con la suadente voce femminile registrata che scandisce il conto alla rovescia prima dell’autodistruzione.

 

Anche stavolta ci siamo salvati.

Taxi!

Sono molto colpita dal modo in cui i tassisti stanno conducendo la loro protesta (legittima) contro i progetti di liberalizzazione del governo.

Il fatto che io sia favorevole e faccia il tifo per Monti è irrilevante, potrei anche essere d’accordo con loro: li troverei ugualmente irritanti.

A causa di esigenze materne mi capita spesso di usufruire dei taxi; la macchina l’ho venduta un anno fa e per girare da sola in città mi organizzo in altro modo. Devo ammettere che a Firenze ho sempre trovato personcine ammodo, educate e gentili, diverse da quegli energumeni che stanno  dimostrando nei video registrati a Roma. (A parte quello  che mi accompagnò in un ultimo penoso viaggio).

Però mi ricordo un episodio. Avevo poco più di vent’anni e andai a Roma accompagnata da mio fratello minore, all’epoca appena diciottenne. Io dovevo fare un provino per una trasmissione di Canale 5, e così fattasi ‘na cert’ora… ci trovammo in piazza Venezia e decidemmo di prendere un taxi per andare agli studi della Dear.

Tra quelli parcheggiati ne scegliemmo uno a caso.

Me lo ricordo come fosse ora: lungo tutto il tragitto quel tassinaro non ha fatto altro che moccolare e lamentarsi perché era toccato proprio a lui andare così lontano. Mio fratello ed io ci guardavamo di sottecchi trattenendo il riso, e ricordo che eravamo anche un po’ spaventati, tanto che siamo stati zitti tutto il tempo, scrivendoci sul bordo delle pagine della Settimana Enigmistica che avevamo con noi.

Non ho mai capito la reazione di quel tizio. Poteva rifiutarsi, avremmo preso un’altra macchina, magari non aveva voglia, forse quella zona gli ricordava un amore perduto, o aveva un impegno e gli abbiamo fatto fare tardi. Non lo sapremo mai.

Però quel tassista imprecante contro due ragazzini ha influenzato la mia opinione sulla categoria, e le immagini che stanno circolando in questi giorni la rafforzano.

C’è chi può

Mi pare che ultimamente il movimento di acredine nei confronti dei privilegi (di quelli che non possediamo) sia notevolmente in crescita. Oggi si parla delle vacanze alle Maldive di alcuni politici, dello stipendio esorbitante di certe figure professionali all’interno delle istituzioni (pare che uno stenografo parlamentare guadagni più di duecentomila euro lordi), ieri era il menu a prezzi irrisori o l’elenco dei bonus a cui hanno diritto.

Ho fatto un incontro recentemente, una vecchia conoscente mia coetanea che vedo raramente per motivi geografici. Senza entrare in dettagli che violerebbero qualche legge credo, mi sono resa conto che i privilegi, l’alto tenore di vita, gli agi, non sono esclusività di categorie a me lontane. Ho ascoltato i particolari di un viaggio a scopo chirurgico-estetico, i programmi di vacanze in paesi lontani da effettuarsi a scadenze almeno trimestrali (pare sia la terapia che il medico le ha prescritto per affrontare una penosa tendenza agli attacchi di panico). Per non parlare della figlia non ancora ventenne, perfettamente adeguata allo stile di vita elevatissimo di tutti i loro benestanti amici.

La cosa che mi ha colpito è l’apparente senso di normalità che trapelava dalle sue parole, e mi è sembrato anche che le mie riflessioni sulla difficoltà del momento, provocassero una sorta di sconcertato allontanamento.

Immagino che in un social network le sue narrazioni avrebbero provocato sberleffi, insulti e rabbia. Ma cosa ci si aspetterebbe, che questa gente facesse delle rinunce per pareggiare i conti di un’ingiustizia palese solo alla parte più debole? “Ho deciso di rinunciare alle tette nuove (al naso, alle palpebre etc) e di finanziare l’Associazione Disoccupati Cronici”. E quelli che sbraitano tanto, lo farebbero?

Qualcuno così esiste, poi diventano santi o protagonisti di una fiction, o, nel peggiore dei casi, ambedue le cose.